IL DEBITO PUBBLICO ITALIANO

sabato 24 febbraio 2018

Cresce il numero delle persone intelligenti che non vuole più leggittimare chi fa promesse da marinaio!



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È una delle maggiori conquiste delle democrazie libere e moderne. Il voto è protetto dalla nostra costituzione, è un diritto inviolabile e al tempo stesso un dovere civico. Ma il numero di quanti non si recano alle urne è in crescita ovunque. Perché le persone non vanno a votare? Il fenomeno è davvero preoccupante? E soprattutto, di che portata è?
L’astensionismo è in crescita, persino dove votare è un obbligo
Il tema dell’astensionismo domina da anni il dibattito politico. Elezione dopo elezione, tornata dopo tornata, la partecipazione elettorale del popolo italiano è diminuita in maniera sostanziale. Alle prime elezioni della camera dei deputati (1948) partecipò il 92,23% del corpo elettorale, nel 2013 la percentuale era del 75,20%, per la prima volta sotto la soglia dell’80%.
Art. 48 – Costituzione – Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età. Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico. La legge stabilisce requisiti e modalità per l’esercizio del diritto di voto dei cittadini residenti all’estero e ne assicura l’effettività. A tale fine è  istituita una circoscrizione Estero per l’elezione delle Camere, alla quale sono assegnati seggi nel numero stabilito da norma costituzionale e secondo criteri determinati dalla legge. Il diritto di voto non può essere limitato se non per incapacità civile o per effetto di sentenza penale irrevocabile o nei casi di indegnità morale indicati dalla legge.
Il diritto di voto è sancito dall’articolo 48 della costituzione. Il cosiddetto elettorato attivo (l’insieme delle persone che hanno la capacità giuridica di votare) è composto da uomini e donne che hanno compiuto la maggior età. Quello che spesso si dimentica però, è che oltre ad essere un diritto, il voto è un dovere civico, che tutti i cittadini hanno.
Nonostante questo sempre più persone decidono di non partecipare, anche perché nel nostro paese votare non è obbligatorio. Ma esistono casi al mondo in cui lo è. Secondo l’International Institute for Democracy and Electoral Assistance (IDEA) attualmente al mondo sono 26 i paesi in cui i cittadini sono obbligati a votare.
Le penalità per il “non-voto” possono essere di vario tipo: I) semplice spiegazione: portare una giustificazione formale per l’astensione per evitare una possibile multa; II) sanzione pecuniaria per chi decide di non partecipare (attualmente presente in 16 paesi); III) incarceramento: al momento nessuno paese considera quest’opzione, se non come conseguenza per multa non pagata; iv) perdita di alcuni diritti e della possibilità di usufruire di servizi pubblici o rimozione dalle liste elettorali.


 Ma quali sono i risultati delle convocazioni elettorali in questi paesi? E sarebbe il caso di inserire l’obbligo anche in Italia? In realtà sia nei paesi in cui votare è obbligatorio, sia in quelli in cui non lo è, il trend dell’affluenza è in calo, anche se con quantità diverse. Mentre negli anni ’40 la percentuale di partecipazione alle tornate elettorali era per entrambi i casi poco sotto l’80%, al momento i due dati sono distanti 7 punti percentuali. Nei paesi in cui votare è obbligatorio l’affluenza è poco oltre il 70%, nei paesi in cui non lo è, è ben sotto.

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Nonostante questo, obbligatorio o no, il dato dell’astensionismo è tendenzialmente uniforme. È vero che il gap fra le due categorie di paesi è in aumento, e il calo dei votanti è più drastico negli stati in cui non c’è nessun obbligo di voto, ma costringere i cittadini a dire la loro non sembra essere la soluzione migliore per riportare le persone alle urne.
Andando a guardare le dimensioni del fenomeno nel nostro paese, grazie alla tornata che si è appena conclusa possiamo fare un po’ il punto della situazione. Si parla molto di crisi dell’elettorato, vediamo se davvero è così.
Elezioni, affluenza in calo ovunque tranne che a Roma
Le amministrative 2016 hanno fortemente rilanciato il Movimento 5 stelle, soprattutto grazie alle vittorie di Virginia Raggi e Chiara Appendino. Ma oltre al dato politico il primo elemento da constatare, per quanto scontato, è il crollo della partecipazione al voto.
Il confronto con la tornata 2011 sia al primo che al secondo turno c’è poco spazio per le interpretazioni. Al primo round si è passati dal 71,04% di cinque anni fa, al 67,42% del 2016. Discorso analogo per il secondo turno, dove si è passati dal 60,21% al 50,52%. Una notevole differenza, anche se va ricordato che nel 2011 si votò mezza giornata in più, fino a lunedì alle ore 15.
Scorporando il dato per le principali città al voto, la questione  è ancora più centrale. Se a livello nazionale solo un avente diritto su due ha votato al secondo turno, in comuni come Napoli è andata ancora peggio. Nel capoluogo campano domenica 19 giugno ha votato il 35,96% della popolazione, quasi 20 punti percentuali in meno rispetto a due settimane prima, quando andarono alle urne il 54,11% degli elettori. 5 anni fa le percentuali erano del 60,33% al primo turno, e 50,58% al secondo.

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La situazione, per quanto non così grave, è simile a Milano e Torino. Nel capoluogo lombardo la percentuale è scesa di tre punti fra il primo e il secondo turno, passando dal 54,65% al 51,80% Quando fu eletto Pisapia, in entrambi i round la percentuale era ben sopra il 67%. A Torino cinque anni fa bastò un turno per eleggere Piero Fassino, con una partecipazione del 66,53%. Nei turni delle amministrative 2016 non si è neanche raggiunto quota 60%, superando di poco il 57% il 5 giugno, e fermandosi al 54,41% domenica scorsa.
Diverso l’andamento a Roma. Qui il confronto risale a maggio 2013, quando Ignazio Marino venne eletto primo cittadino con il Partito democratico. In quell’occasione l’affluenza fu del 52,81% al primo turno, e del 45,05% al secondo. Oggi invece Roma è l’unica città in controtendenza, con il dato della partecipazione in crescita. Il 5 giugno la sfida per il Campidoglio ha coinvolto il 57,60% degli elettori romani. Al ballottaggio la partecipazione è diminuita, ma è comunque rimasta su un livello più alto rispetto alla tornata del 2013: per la sfida tra Raggi e Giachetti l’affluenza è stata del 50,46%.
Va sottolineato che il trend generale dell’affluenza a Roma è in calo (solo per fare qualche esempio, negli anni ’90 superava il 78%, e ancora nel 2008 al primo turno superava il 73%), ma la crescita rispetto al 2013 è comunque degna di nota: circa 100mila elettori in più sia al primo che al secondo turno hanno partecipato all’elezione della prima sindaca di Roma.
Ma il problema è solo italiano? Cosa succede invece nel resto d’Europa?
L’affluenza alle urne nei paesi dell’Unione europea
Prendendo Roma come esempio italiano di riferimento, abbiamo confrontato il dato dell’affluenza con quello delle principali capitali europee nelle ultime tornate per l’elezione del sindaco: Berlino, Londra, Madrid e Parigi.
In realtà è un confronto basato sui numeri è molto complicato, non tanto per la reperibilità dei dati, ma per le diverse leggi elettorali. Per esempio in Francia il diritto di voto non è legato solo al compimento della maggior età, ma anche all’essersi iscritti alle liste elettorali. 
Tuttavia alcuni numeri sono comunque utili per capire cosa succede in alcuni paesi del vecchio continente. Delle ultime elezioni comunali/municipali, la tornata che ha fatto registrare la più alta partecipazione dei cittadini è stata quella per eleggere il sindaco di Madrid nel 2015. Votò il 68,90% del corpo elettorale (ben oltre il 57,02% del primo turno di Roma quest’anno). Quattro anni prima, sempre a Madrid, la percentuale era del 67,22%.
A Berlino nel 2011 votò il 60% della popolazione, 5 anni prima la percentuale era del 58%. Più basso del dato romano quello di Parigi, anche se qui la distanza non è eccessiva. Nel 2014 al primo turno l’affluenza fu del 56,27%, nel 2008 del 56,93%.
Discorso a parte merita Londra. Come in generale nel mondo anglosassone, nella capitale del Regno Unito il tasso di partecipazione al voto è spesso molto basso, evento considerato segno di una democrazia “matura”. Sia nelle recenti elezioni, che in quelle precedenti del 2012, ha votato meno della metà della popolazione. L’elezione di Sadiq Khan il 6 maggio scorso ha portato alle urne il 45,30% dei cittadini londinesi, e 4 anni prima, quando Boris Johnson fu eletto per la seconda volta, la percentuale era del 38%.


 Proprio per la diversa natura delle tornate elettorali considerate (a Berlino i cittadini eleggono un “parlamento”, che poi a sua volta elegge il sindaco), è forse più utile confrontare il dato dell’affluenza su elezioni che hanno regole più o meno uniformi. Il caso più evidente riguarda il parlamento europeo, che è stato rinnovato nel maggio del 2014. In Italia il dato dell’affluenza è passato dal 65,05% del 2009, al 57,22%, scendendo per la prima volta sotto la soglia del 60%.





Nonostante questo, il nostro paese ha registrato comunque il quinto dato dell’affluenza più alto in Europa. Meglio di noi hanno fatto solo Belgio (89,64%), Lussemburgo (85,88%), Malta (74,80%) e Grecia (59,97%). In tre di questi quattro paesi votare è però obbligatorio.
Il ciclico allarmismo per il costante calo dell’affluenza è dunque da una parte giustificato (vista la tradizione di alta partecipazione elettorale del nostro paese), ma il dato va comunque contestualizzato e messo in relazione a una situazione più generale che vede, per diversi motivi, un livello di partecipazione alle elezioni in calo, o comunque mediamente basso.
Perché le persone non vanno a votare? Le cause principali dell’astensionismo
Abbiamo visto che l’astensionismo è in crescita in molti paesi europei, ed è un trend consolidato anche nei posti dove votare è obbligatorio. Nel nostro paese se ne discute da tempo. In occasione del recente referendum sulle trivelle alcune figure istituzionali, tra cui il premier Renzi e il presidente emerito Napolitano, hanno sostenuto la legittimità del non voto, riconoscendolo come diritto di ogni cittadino. 
È perciò importante chiedersi perché i cittadini decidono di non recarsi alle urne a votare. Quali sono le motivazioni del non voto? In molti hanno cercato di rispondere a questa domanda.
Gianfranco Pasquino, ex senatore e politologo di fama, evidenzia tre cause principali dell’astensionismo: I) la tendenza a partecipare solo alle tornate elettorali ritenute più importanti: generalmente l’affluenza è parecchio più alta alle elezioni politiche che alle amministrative; II) la forte somiglianza tra proposte e idee dei vari candidati e delle diversi coalizioni, con la conseguenza che la vittoria di uno o dell’atro avrebbe uno scarso impatto sulla vita dei cittadini; III) la crisi dei partiti, i quali ormai non riescono più a mobilitare gli elettori e portarli alle urne.
In Italia la terza opzione sembra essere la più influente, con una generale sfiducia nei confronti dei partiti e delle istituzioni. Grazie alla terza edizione del Rapporto sul benessere equo e sostenibile (Bes) dell’Istat tutto questo è ancora più evidente. Lo studio ha una sezione dedicata alla politica e alle istituzioni in cui, fra le altre cose, tiene traccia della fiducia dei cittadini nei confronti di: partiti politici, parlamento, sistema giudiziario, istituzioni locali e forze dell’ordine.




Istituzioni fiducia - Bes Istat
Come si può vedere, parlamento e partiti politici dal 2011 ad oggi hanno sempre, tra le istituzioni analizzate, il punteggio medio di fiducia più basso. Il dato per i partiti è leggermente in risalita fra il 2013 e il 2014, ma è la metà di quello relativo a sistema giudiziario e istituzioni locali, e quasi tre volte inferiore a quello delle forze dell’ordine.

 Fiducia Istituzioni - Bes Istat



Inoltre un terzo delle persone intervistate (di età superiore ai 14 anni), dichiara di non avere nessuno tipo di fiducia nei confronti dei partiti politici. Mentre il 22,5% delle persone non ha fiducia nel parlamento, e il 16,9% nel il sistema giudiziario. A livello territoriale i dati sono più o meno sempre gli stessi.
Fiducia istituzioni - territorio - Bes Istat
“La fiducia dei cittadini verso il parlamento, il sistema giudiziario e i partiti politici è bassa in tutto il territorio nazionale, ma è un po’ più bassa al nord rispetto al mezzogiorno. Viceversa, la fiducia nelle Forze dell’ordine, nei Vigili del fuoco e nei governi locali è più bassa nel Mezzogiorno e leggermente più elevata al Nord“, si legge nel rapporto Bes 2015.
È evidente, quindi, che nonostante le cause del non voto possano essere tante, e persino legittime, in Italia il clima di sfiducia nei confronti dell’istituzioni ha un peso notevole nella questione. In un paese che storicamente ha avuto un tasso di partecipazione elettorale relativamente alto, non dovrebbe sorprendere che il vero crollo dell’affluenza sia avvenuto dopo lo scandalo Tangentopoli e la fine della prima repubblica.
Affluenza e astensionismo: come e perché cresce il partito del non voto
Nonostante votare in Italia sia un dovere civico, sempre più persone decidono di non partecipare. Anche nei paesi in cui questo dovere è stato formalmente impostato come obbligo, il partito del non voto è in crescita. Nel resto dell’Unione europea, sia nelle elezioni che coinvolgono tutto l’elettorato (come quelle per il parlamento europeo), che in quelle locali, i numeri sono in linea con quelli del nostro paese, se non addirittura peggio.
La notizia dunque non è tanto il basso livello di partecipazione, ma la ragione per cui gli italiani decidono di non votare. Il calo dei numeri è coinciso con lo scandalo Tangentopoli e l’inizio della seconda repubblica. Fino all’inizio degli anni 90 il tasso di partecipazione era poco sotto il 90% (nel 1992 votò ll 87,35%), nel 1996 si è scesi all’82,80%, fino ad arrivare al punto minimo per un’elezione politica nel 2013, quando andò alle urne solo il 75,20% degli elettori.
Più che in altri paesi il tema della sfiducia nei confronti delle istituzioni contribuisce ad allontanare i cittadini dalle urne. Le ultime elezioni a Roma in qualche modo ne sono una prova. La capacità di Virginia Raggi di presentarsi come volto nuovo ha portato più persone alle urne rispetto all’ultima tornata: un dato in controtendenza con il resto del paese.

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giovedì 15 febbraio 2018

Scambiato per ladro e picchiato senza pietà dalla polizia: «Rifiuto le scuse»

Avellino - Nella malasorte, Tony della Pia ha almeno la fortuna di essere un personaggio pubblico e di poter denunciare pubblicamente quanto gli è accaduto: massacrato di botte dalla polizia, che lo aveva scambiato per un ladro.

Tony Della Pia
Tony della Pia

Ora ha un occhio gonfio che non riesce ad aprire e dovrà farsi ricostruire un molare. Toni Della Pia, candidato alle prossime elezioni nel collegio di Avellino per Potere al Popolo, nonostante qualche capogiro, ricorda benissimo tutti i passaggi di un pomeriggio assurdo, quando è stato scambiato dalla Polizia per un ladro e picchiato. «Stavo rientrando dal lavoro con un mio collega - racconta all’agenzia Agi - e all’altezza di Baronissi sono stato avvicinato da tre pattuglie della Polizia che mi hanno fatto accostare. Ho pensato che qualche attrezzo fosse volato dal cassone del camion e ho avuto paura di aver provocato un incidente».
Della Pia, segretario provinciale di Avellino di Rifondazione Comunista, lavora come artigiano edile e ieri pomeriggio percorreva il raccordo autostradale Avellino - Salerno. «Ho chiesto cosa fosse successo e nessuno ha risposto - prosegue - un agente ha aperto lo sportello e mi ha tirato giù dal camion. In due mi trattenevano e altri due mi davano calci, mentre una poliziotta a un metro di distanza mi puntava una pistola contro. Ho preso un calcio in faccia che mi ha fatto saltare il molare e ho un occhio pesto». Pochi istanti che a Della Pia sembrano un’eternità.
«Sentivo il mio collega trattenuto nel camion - ricorda - che urlava agli agenti di fermarsi e soltanto allora un poliziotto più anziano ha detto ai colleghi di fermarsi perché qualcosa non quadrava. E hanno verificato i documenti del mezzo e miei. Hanno capito che non ero un ladro e volevano scusarsi».
La Polizia era infatti alla ricerca di un mezzo rubato poco prima. Uno scambio di persona che però Della Pia non giustifica. «Non ho accettato le loro scuse - spiega - perché anche se fossi stato un ladro non ho avuto alcuna reazione per giustificare un’aggressione così violenta. Queste persone dovrebbero rappresentare lo Stato e invece con questi metodi fanno perdere fiducia nelle istituzioni».
Della Pia è stato poi portato in ospedale a Mercato San Severino dove è rimasto fino alle 2,30 del mattino. I medici hanno riscontrato le ecchimosi e la lesione all’arcata dentale. L’esponente politico non considera chiusa la vicenda. «Presenterò una denuncia penale e una politica - dice - perché quanto accaduto a me poteva accadere a chiunque e credo che questi abusi vadano denunciati con forza sempre».

giovedì 1 febbraio 2018

Cacciamoli via a calci nel culo, altro che voto!


                                



Elezioni 2018, il voto dei diciottenni. "La politica ci esclude"

La delusione dei ragazzi fra i 18 e i 24 anni: quasi la metà non andrà alle urne a marzo. "Non ci sentiamo parte di una comunità". Solo M5S raccoglie il loro consenso, flop Pd

 

Roma, 7 gennaio 2018 - Il presidente della Repubblica Mattarella, nel corso del suo discorso di fine anno, ha sollevato la questione dell’astensione e in particolare modo dei giovani. Effettivamente è un problema, anche se non dell’ultima ora. Dagli inizi degli anni 2000 la partecipazione dei giovani è stata sempre molto limitata in occasione delle elezioni. Però con una notevole differenza tra amministrative e politiche. Nel primo caso si registra il maggiore livello di astensione nella fascia di età tra i 18-24 anni che tocca punte anche del 65%, nel secondo invece si riduce di molto. Per esempio alle Politiche 2013 l’astensione giovanile scese al 35%, così anche al referendum costituzionale del 2016.

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Certo, non sono comunque dati incoraggianti, ma indicatori di un differente comportamento tra momenti fortemente politici (elezioni nazionali e referendum) ed eventi elettorali locali. D’altronde il problema della bassa affluenza dei giovani è un fenomeno che si è ben evidenziato anche in relazione alle primarie del Pd: mediamente il 60% dei votanti ha un’età maggiore di 50 e solo il 3% è compresa tra i 18 ed i 24 anni. Non solo. Le nuove regole che hanno permesso la partecipazione anche dei 16 e 17enni si sono rilevate un flop. I millennials hanno rappresentato solo l’1% di tutti i votanti. Detto questo è chiaro come la bassa partecipazione dei giovani costituisca un problema. Al momento, in vista delle elezioni del prossimo 4 marzo, i risultati dell’Istituto Noto Sondaggi descrivono un livello di astensione tra i 18-24enni del 45%, mentre nel totale della popolazione è ferma al 30%, quindi un differenziale di +15, non poco.

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È da notare, però, che il voto dei giovani si modella in maniera completamente differente rispetto alla popolazione più adulta. Infatti tra quei 18-24enni che hanno intenzione di andare a votare è il M5S a raccogliere il massimo del consenso: i grillini arrivano addirittura al 43%. Il secondo partito è Liberi e Uguali con il 14%, segue la Lega con il 13% e Forza Italia con il 12. Il Pd, invece, riceve solo il 10% dei voti dei giovani che sono intenzionati a recarsi alle urne. Un risultato non lusinghiero. Quindi da questi dati si evince che non è l’età del leader di partito elemento importante nell’attrazione del consenso di questo particolare profilo elettorale.

Infatti se è vero che Di Maio è appena sopra i 30 anni, è anche vero che il consenso ai pentastellati tra i giovanissimi è stato sempre molto alto, anche quando il capo indiscusso era Grillo, oggi 69enne. Così anche il voto a Liberi e Uguali è consistente pur se il leader, il presidente del Senato Pietro Grasso, ha 73 anni. Pertanto è bene sgombrare la falsa ipotesi che i giovani sono attratti dai leader coetanei. Altrimenti non ci si spiegherebbe neanche la particolare attrazione elettorale che l’81enne Berlusconi continua a esercitare sui giovanissimi.

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È anche vero, però, che sollecitare i giovani alla partecipazione elettorale non è una cosa semplice. Più che sui contenuti concreti, la partecipazione giovanile è aggregabile sull’emozione, sul sogno di cambiamento e sul sentirsi parte di una comunità. Caratteristiche in parte identificabili con il M5S che appunto aggrega circa un giovane su due che vota.
Comunque sarà il ritmo della campagna elettorale a delineare la partecipazione di chi vota per la prima volta alle prossime elezioni politiche, questo è un particolare profilo che cerca entusiasmo, anima, positività, riconoscimento sociale e sentirsi parte di una comunità. Quale partito saprà conquistare i giovani indecisi a oggi è impossibile saperlo. Per adesso nessuno.

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REGIONI, TORNANO I VITALIZI/ Stop ai tagli dei Consiglieri: ecco perché, tra Costituzione e ‘solidarietà’

Regioni, tornano i vitalizi: lo stop ai tagli dal 2018, ecco perchè tra i motivi di Costituzione e il "contributo di solidarietà". Il caso del Lazio e la sfida politica M5s-Pd

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Almeno come “slogan” ci abbandoniamo anche noi al populismo (ma solo per un attimo): dal 2018 scatta lo stop ai tagli dei vitalizi per gli ex consiglieri nelle Regioni. E già ci immaginiamo, “scandalo”, “buu”, “politici ladri”, eccetera, eccetera. Ovviamente c’è un però (senza togliere che purtroppo quegli epiteti lanciati verso la politica nostrana spesso non va così lontana dalla realtà, ndr): il contributo costituzionale per tutti i consiglieri delle Regioni nelle scorse legislature aveva ricevuto fino al 2017 un taglio, uno stop, un tetto fissato per evitare spese esose enormi per amministrazioni che spesso per concedere quei costi devono tagliare spesa importante per i cittadini, provando un risparmio deciso e andando contro l’idea di “pura casta” che troppo spesso la politica ha mostrato in questi ultimi anni. Ebbene, come riporta il Messaggero oggi, da questo gennaio è scattato lo stop a questo taglio imposto e a tutte le sforbiciate che le regioni italiane avevano posto fino allo scorso anno (un 10% che veniva tagliato per oltre 3mila consiglieri italiani) finiscono praticamente con il tornare indietro al 2014 quando si erano cominciati i “tagli”. «Sui vitalizi degli ex consiglieri (quelli in carica non ne avranno diritto) i Consigli regionali hanno fatto scattare un contributo di solidarietà. Solo temporaneo, perché se avessero abolito o tagliato definitivamente i trattamenti previdenziali avrebbero infranto la Costituzione. E il triennio di validità, appunto iniziato per molte Regioni nel 2015, scadrà nell'anno appena iniziato»: quanto scrive il Messaggero e il Gazzettino è vero, infatti il motivo per cui questi vitalizi tornano a farsi vivi è che a livello nazionale, la Costituzione li prevede e fino a che non si modifica quell’articolo, non si potrà materialmente tagliare del tutto quel contributo, a meno di particolari “mosse” come il contributo di solidarietà che per tre anni aveva almeno limitato la cifra massima di vitalizio.

IL “CASO” DEL LAZIO

Per cui bisogna attendere una “mossa” in Parlamento, e con la nuova Legislatura a questo punto, visto che le tempistiche dopo i ricorsi mossi da tantissimi ex consiglieri regionali non danno possibile l’approvazione di una nuova legge prima delle Elezioni del 4 marzo. I casi più “spinosi” si vedono intanto in Lazio e Sicilia, le due regioni che con i vitalizi hanno sfondato ogni possibile decenza nei costi e nei ricorsi effettuati per evitare il taglio delle “pensioni” dei consiglieri: in Regione Lazio è scaduto il taglio aivitalizi, e subito è montata la polemica cavalcata dai due candidati al posto di Governatore. La Lombardi (candidata M5s) attacca il Pd del presciente uscente Zingaretti, «Alla regione riaumentano i vitalizi. In caso di elezione, non li ridurremo ma li aboliremo. Poi fatemi ricorso…». Ovviamente arriva immediata la risposta di Zingaretti che prova a spiegare il perché la norma ancora non è stata approvata: «Noi siamo stati la prima giunta in Italia a cancellare i vitalizi per i consiglieri regionali quelli attuali e quelli del futuro. Per quelli che erano diritti pregressi abbiamo fatto un fondo per tagliare questi vitalizi e visto che la Corte Costituzionale non prevedeva permanente si conclude con questa legislatura ma solo ed esclusivamente per salvare il provvedimento da eventuali ricorsi che ci sono stati. È ovvio che appena si riapre la legislatura scattata il rinnovo del fondo di solidarietà quindi non c’è nessuna cosa da nasconder», ha spiegato a Radio Radio il Governatore uscente e candidato alla prossima legislatura.



sabato 13 gennaio 2018

Scontrini gate, Marino condannato. Il Pd tace. Lui: «Sentenza politica»

Un «marziano», anche nelle aule di giustizia. La sentenza con la quale ieri la Corte d’Appello di Roma ha condannato per la vicenda degli scontrini, ribaltando l’assoluzione in primo grado, l’ex sindaco Ignazio Marino a due anni di carcere, altrettanti di interdizione dai pubblici uffici e al risarcimento dei danni nei confronti del Campidoglio (da quantificare in sede civile), fa del chirurgo che da due anni è tornato al suo lavoro di docente universitario a Philadelphia un outsider anche in questo campo. 

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Difficile infatti ricordare una vicenda giudiziaria simile per un altro amministratore comunale della Capitale.

Dopo due ore di camera di consiglio, i giudici della III Corte lo hanno riconosciuto colpevole di peculato e falso per aver speso con le carte di credito del Campidoglio 12 mila e 716 euro in 56 cene consumate, tra il 2013 e il 2015 a Roma e in altre città italiane, con commensali che secondo il verdetto non erano affatto interlocutori istituzionali, come sostenuto dall’allora sindaco. Accolta in sostanza la tesi della procura che nella richiesta d’appello aveva annoverato tra gli indizi di colpevolezza il fatto che «26 delle 54 cene avvennero in giorni festivi o prefestivi», circostanza che secondo i magistrati «porta a considerare che si trattò di incontri avvenuti in tempi liberi da impegni istituzionali».
Di qui anche il falso, di cui Marino si sarebbe macchiato per occultare le spese indebite impartendo disposizioni al personale della sua segreteria perché redigesse «atti pubblici attestanti fatti non veri e recanti la sua sottoscrizione apocrifa». Confermata invece l’assoluzione dall’accusa di truffa formulata dalla procura che aveva accusato l’ex sindaco dem di aver procurato un ingiusto profitto alla sua Onlus, Imagine.
«La Corte di Appello di Roma oggi condanna l’intera attività di rappresentanza del sindaco della Città eterna – ha commentato Marino che nel giudizio era rappresentato dall’avvocato Enzo Musco – In pratica i giudici sostengono che in 28 mesi di attività, il sindaco non abbia mai organizzato cene di rappresentanza ma solo incontri privati. Un dato che contrasta con la più ovvia realtà e la logica più elementare. Non posso non pensare che si tratti di una sentenza dal sapore politico proprio nel momento in cui si avvicinano due importanti scadenze elettorali per il Paese e per la Regione Lazio».
Marino, che ha assistito all’udienza e ha lasciato il tribunale senza aggiungere una parola, ha comunicato poi le sue riflessioni in uno nota nella quale si è detto «amareggiato anche se tranquillo con la mia coscienza perché so di non aver mai speso un euro pubblico per fini privati», e ha annunciato che con lo stesso Studio Musco continuerà la «battaglia per la verità e la giustizia in Cassazione».
Come si ricorderà, fu questa vicenda degli scontrini – scaturita dagli esposti presentati in procura dal M5S e da Fratelli d’Italia, ed esplosa nell’ottobre 2015 come caso mediatico di grande appeal – il grimaldello con il quale il Pd cominciò a scardinare la giunta capitolina di Ignazio Marino, scomoda perché troppo a sinistra (la prima testa che volò fu quella del vicesindaco Luigi Nieri, di Sel) e perché in rotta di collisione con troppi potentati cittadini. Marino però fu accusato dall’allora premier/segretario Matteo Renzi di inefficienza e per questo, dopo vari rimpasti e una campagna stampa senza precedenti, fu licenziato con un inedito atto di sfiducia di tutti i consiglieri dem concordato davanti a un notaio.
Ieri «il silenzio del #PDMagnaMagna», come lo ha battezzato il capogruppo del M5S in Campidoglio, Paolo Ferrara, è stato ovviamente notato con sarcasmo dal partito che ha tratto più benefici dalla rovinosa caduta della giunta Marino e che ieri ha colto l’occasione per alzare un po’ di fumo sui problemi giudiziari di casa propria.
Durante l’udienza, davanti ai giudici, Marino aveva voluto ribadire che «mai nella mia vita e nelle mie funzioni da sindaco ho utilizzato denaro pubblico per motivi personali». «Nel 2014 – ha riferito l’ex sindaco alla Corte – ho donato diecimila euro del mio salario alla città e non ho mai chiesto rimborsi per un incontro di lavoro con il presidente della Roma per la vicenda stadio e con il sindaco di New York Bill De Blasio». Il chirurgo, ricordando poi di aver rinunciato alla carica di senatore prima dell’elezione a sindaco e di aver lasciato «oltre ottantamila euro nelle casse pubbliche», ha concluso: «Se sono un ladro, sono uno scemo e incapace di intendere e di volere».

Eleonora Martini 

Fonte 

Via i vaccini, leggi e tasse. L'ironia del web sulle promesse elettorali

Questi buffoni vogliono eliminare le Fake news, poi ti promettono mari e monti per mantenere la loro ricca poltrona sotto il culo.


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 Mai più canone, tasse universitarie, Jobs Act e così via, fino a centinaia di leggi. La campagna elettorale 2018 si è aperta a suon di promesse sull'abolizione di imposte e provvedimenti inseriti dai precedenti governi. E gli annunci dei partiti, che si rincorrono quotidianamente, hanno scatenato l'insofferenza sul web. Che come sempre risponde con ironia: l'hashtag #aboliamoqualcosa su Twitter è diventato trend topic in poche ore. In una sorta di fai-da-te della cancellazione di ciò che è più sgradito, ognuno sogna scherzosamente di eliminare le abitudini, i comportamenti e gli obblighi più sgraditi degli Italiani.

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Ad aprire la "gara" era stato per primo il Partito Democratico, che alcuni giorni fa ha proposto l'abolizione del canone Rai nella prossima legislatura. Un annuncio che il neopartito 'Liberi e Uguali', guidato da Pietro Grasso, aveva criticato rilanciando a sua volta l'abolizione delle tasse universitarie.
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Matteo Salvini, uno dei leader della coalizione di centrodestra, si è scagliato invece contro l'obbligo dei vaccini e la legge Fornero, proponendone la cancellazione.

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Un rincorsa frenata da alcuni dietrofront: Silvio Berlusconi, il quale a sua volta si è detto d'accordo sull'eliminazione di alcune parti della legge Fornero, ha prima annunciato l'eliminazione del Jobs Act salvo poi ricredersi.

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Stop anche dal Movimento Cinque Stelle: Luigi Di Maio ha ufficializzato in tv il suo ripensamento sull'uscita dall'euro, uno dei cavalli di battaglia dei pentastellati, per poi rilanciare con una pioggia di abolizioni: ben 400 leggi da cassare e persino un sito www.leggidaabolire.it nel quale ci si prepara ad un lungo elenco di leggi a cui dare battaglia.

Fonte

Commento di Oliviero Mannucci: ABOLIAMO I POLITICI! NON VOTATE. ALTRIMENTI SARETE LORO COMPLICI!!!!!!


giovedì 4 gennaio 2018

Tutto quello che non va nelle casette di Amatrice (non solo topi e infiltrazioni)

Nelle zone colpite dal terremoto del 2016 è arrivato il gelo e la neve. E nelle strutture abitative le emergenze si accumulano. La denuncia del Comitato 3e36

 

 È appena arrivata la prima vera morsa del gelo di quest’inverno e nelle 'casette' di Amatrice e Accumuli si registrano già i primi problemi. Le persone che hanno visto consegnarsi le chiavi dei moduli abitativi molti mesi dopo il sisma, ora si ritrovano a fare i conti con topi, danni agli impianti e porte bloccate dalla neve. Gli sfollati, costretti “combattere quotidianamente con problemi piccoli e grandi” non hanno dubbi: “Le SAE – strutture abitative di emergenza – sono l’ennesimo esempio di come le soluzioni imposte dall’alto, senza l’indispensabile coinvolgimento delle popolazioni interessate, portano al disastro annunciato”, denuncia il Comitato 3e36 di Amatrice e Accumoli.

 

“Decisioni affrettate e dettate da inesperienza”


Lo scorso 19 novembre il Consiglio Comunale di Amatrice ha approvato all’unanimità il “Regolamento d’uso delle strutture abitative in emergenza (Sae) e regolamento di uso delle parti comuni”, che il 28 novembre è stato pubblicato sull'Albo Pretorio. “Sicuramente i cittadini avrebbero potuto fornire un importante contributo, supportato dalla loro esperienza diretta, finalizzato a individuare soluzioni capaci di agevolare la loro vita quotidiana e alla creazione di condivise modalità di utilizzo delle abitazioni, consegnate tra l’altro nella maggioranza dei casi in tempi molto recenti”, sostiene il Comitato. Ma così non è stato e ora gli amatriciani si ritrovano a fare i conti con i primi grandi problemi.


I 7 problemi più grandi delle casette dei terremotati
 

Le porte bloccate dalla neve: Tra gli errori più grossolani, denuncia il Comitato, ci sono le porte d’ingresso che si aprono verso l’esterno e non verso l’interno. Un particolare che fa davvero la differenza in un paese sorto a 955 metri sul livello del mare: “Ad agosto non è affatto un problema, ma lo è in questo periodo, o fra un mese, quando cadrà un metro di neve che di fatto impedirà alle persone di uscire di casa”.
Divieto di chiusura di pensiline e verande: Per lo stesso motivo, il Comitato si scontra contro il divieto posto dal Regolamento di chiudere verande e pensiline. “Ci sembra una scelta affrettata, perché non tiene conto delle particolari condizioni climatiche del territorio, e delle caratteristiche costruttive delle SAE. Tali strutture, infatti, se nella stagione estiva sono perlopiù elementi di protezione dall’irraggiamento solare, nella stagione invernale, soprattutto nelle zone di montagna, possono divenire fondamentale elemento di protezione dalle avverse condizioni climatiche (freddo/vento/pioggia e neve) ed essere elemento di filtro tra esterno ed interno, contribuendo anche ad un risparmio energetico”. 
Senza considerare, poi, che “avere una veranda fruibile in zone montane come quelle di Amatrice ed Accumoli, soggette a condizioni ambientali molto difficili, favorirebbe anche la socializzazione degli anziani che, riparati dalle intemperie ma presenti e visibili, avrebbero la possibilità di partecipare alla vita del villaggio, ricreando l’atmosfera sociale che è stata la caratteristica degli antichi borghi. Non dimentichiamo che gli anziani costituiscono, in alcune Frazioni, la maggioranza dei residenti nelle aree SAE”.
Le infiltrazioni: Le abitazioni presentano infiltrazioni di acqua piovana dalle coperture e perdite dalla rete idrica e di riscaldamento.
Vivere con i topi: I terremotati delle Sae hanno iniziato a dividere casa con i topi che si introducono in casa attraverso lo scarico delle cucine, bucano il materiale di isolamento delle condutture idriche danneggiano l’impianto. “E tocca ai cittadini intervenire per mettere in sicurezza le tubature. Privatamente”
Le vibrazioni che ricordano il sisma: L’elasticità strutturale dei fabbricati provoca vibrazioni molto fastidiose che ricordano il terremoto (da centrifughe delle lavatrici, camminamento ecc ). “Se non si avverte l’amico che abita due SAE più in là, si corre il rischio di farlo saltare dal letto ogni volta che si avvia una lavatrice perché l’effetto è quello di un “terremoto simulato".
Il liquido antigelo (non previsto): Negli impianti di riscaldamento delle casette, alle basse temperature, si attiva un sistema di ricircolo acqua alimentato elettricamente. In caso di assenza di energia elettrica e in zone con temperature invernali molto basse è comunque necessaria l’immissione di liquido antigelo nell’impianto. La fornitura di antigelo però, spiega il Comitato, non è stata prevista nelle SAE di Amatrice e Accumoli.
No a stufe e camini: In tuti i moduli è proibita l’installazione di stufe e camini. Ma “in caso di assenza di energia elettrica le caldaie, alimentate elettricamente, non potranno garantire il corretto riscaldamento. E non sono stati comunque previsti gruppi elettrogeni che assicurino almeno il regolare funzionamento delle caldaie”.

Fonte




Discorso fine anno, Mattarella: "Penso ai diciottenni che voteranno, i partiti guardino al futuro"

 Il presidente della Repubblica ha parlato dei giovani, dei diritti, del clima, ha lanciato un appello ai partiti, ha citato papa Francesco per poi affrontare temi sociali come il lavoro, ricordando infine le vittime del terremoto, della tragedia di Rigopiano, e dell'attentato terroristico di Barcellona

 ROMA - "Mi auguro una grande partecipazione al voto, che nessuno rinunci a concorrere a decidere le sorti del nostro Paese".  L'Italia "non è un Paese in presa al risentimento, io conosco un'Italia della solidarietà, generoso". I problemi ci sono, ma "possono essere superati, soprattutto con l'impegno di chi occupa i posti più alti ai vertici della Repubblica".

 
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Parla Sergio Mattarella, e, nel suo discorso di fine anno (commentato positivamente dal mondo della politica), manda un fiducioso abbraccio a tutti gli italiani che si preparano alla nuova tornata elettorale, da guardare con "serenità e con speranza". Da una "prova alta di democrazia" come appunto quella dell'esercizio del voto, il nostro Paese ne uscirà di sicuro rafforzato, migliore. "Le elezioni sono una pagina bianca, saranno gli elettori a scriverla". Se, come chiede e auspica il presidente della Repubblica, ci sarà "la più ampia partecipazione di tutti".


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Con il dovere di "proposte adeguate, richiesto fortemente dalla dimensione dei problemi del nostro Paese", chiede ai partiti. In un discorso di dieci minuti, a reti unificate dallo studio alla Vetrata, Mattarella in qualche modo ribalta allarmi e preoccupazioni che aleggiano sull'esito del test del 4 marzo, e spedisce al Paese una cartolina di auguri in positivo per il 2018. Ma non possiamo vivere "nella trappola di una sorta di eterno presente, bisogna guardare al futuro, anche se può evocare incertezze, ma i cambiamenti vanno governati per evitare che si creino diseguaglianze".


È proprio questo "il compito della politica, il dovere di proposte adeguate, concrete, come richiesto dal Paese. Non è mio compito formulare indicazioni ma il lavoro è la prima questione, soprattutto per i giovani".
n questi mesi di un secolo fa i diciottenni di allora - i ragazzi del '99 - vennero mandati in guerra, nelle trincee. "Molti vi morirono. 

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Questa è la "democrazia" in cui viviamo!

Oggi i nostri diciottenni vanno al voto, protagonisti della vita democratica. Propongo questa riflessione perché, talvolta, corriamo il rischio di dimenticare che, a differenza delle generazioni che ci hanno preceduto, viviamo nel più lungo periodo di pace del nostro Paese e dell'Europa. Non avviene lo stesso in tanti luoghi del mondo. Assistiamo, persino, al riaffacciarsi della corsa all'arma nucleare".

E aggiunge: "Non possiamo vivere nella trappola di un eterno presente, quasi in una sospensione del tempo, che ignora il passato e oscura l'avvenire, così deformando il rapporto con la realtà. La democrazia vive di impegno nel presente, ma si alimenta di memoria e di visione del futuro".

"Occorre preparare il domani. Interpretare, e comprendere, le cose nuove. La velocità delle innovazioni è incalzante; e ci conduce in una nuova era, che già cominciamo a vivere". Cambiano gli stili di vita, i consumi, i linguaggi. Mutano i mestieri, e la organizzazione della produzione. Scompaiono alcune professioni; altre ne appaiono. I cambiamenti, tuttavia, vanno governati per evitare che possano produrre "ingiustizie e creare nuove marginalità".


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Quindi, l'appello ai partiti che saranno impegnati nella campagna elettorale: "L'autentica missione della politica consiste, proprio, nella capacità di misurarsi con queste novità, guidando i processi di mutamento. Per rendere più giusta e sostenibile la nuova stagione che si apre".

"La cassetta degli attrezzi, per riuscire in questo lavoro, è la nostra Costituzione: ci indica la responsabilità nei confronti della Repubblica e ci sollecita a riconoscerci comunità di vita. L'orizzonte del futuro costituisce, quindi, il vero oggetto dell'imminente confronto elettorale". Con un augurio particolari agli italiani che nell'anno che si chiude hanno sofferto di più. "Tanti nostri concittadini vivono queste festività in condizioni di disagio, per le conseguenze dei terremoti, che hanno colpito larga parte dell'Italia centrale. A loro desidero far sentire la vicinanza di tutti".


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"Gli interventi per la ripresa e la ricostruzione proseguono e, talvolta, presentano difficoltà e lacune. L'impegno deve continuare in modo sempre più efficiente fino al raggiungimento degli obiettivi. Esprimo solidarietà ai familiari delle vittime di Rigopiano e della alluvione di Livorno; ai cittadini di Ischia, che hanno patito gli effetti di un altro sisma. E a tutti coloro che, nel corso dell'anno, hanno attraversato momenti di dolore come i nostri concittadini vittime dell'attentato di Barcellona".

Fonte

 Commento di Oliviero Mannucci: Caro Matterella non se la prenda se le dico che il suo discorso è stato un chiaro esempio che voi politici non vivete nella realtà! Il paese è agonizzante, la forbice fra chi è ricco e chi è povero è sempre più grande. La sanità è allo sfascio, la scuola pure, il debito pubblico fra un pò verrà espresso con l'esponente per quanti cifre ha. Si stanno creando i presupposti per una rivoluzione. Se vuole veramente che la gente torni a votare, lei e tutta la classe politica risolvete i problemi degli italiani veramente, non state dove state solo per scaldare le poltrone sulle quali sedete. Abbiate l'onestà di lavorare veramente per chi vi paga gli stipendi e i vitalizi e tutti i benefit che prendete. Tanti auguri caro presidente! Io non voto da più di trent'anni. Pensi a quanti giovani del '99 sono nelle zone terremotate abbandonate a se stesse, crede che quei ragazzi andranno a votare? Continuate a comportarvi come vi state comportando e vedrete che alle urne non ci verrà più nessuno! Seneca diceva: se la politica non si occupa di te, tu non ti occupare della politica. Si ricordi presidente: il voto di un cittadino è una cosa seria, un politico se lo deve guadagnare, non è una cosa a buon mercato, intesi!

 


 

sabato 2 dicembre 2017

Dentro al ghetto d'amianto dove vivono i dimenticati del terremoto in Irpinia

"Mi dissero che sarebbero venuti a prendermi dopo pochi mesi. Li sto ancora aspettando."

Mario ha passato gli ultimi trentacinque anni della sua vita in un container di amianto. Prima nelle sistemazioni provvisorie di Barra, poi, da diciotto anni, nei bipiani di Ponticelli. È uno degli 'invisibili' del terremoto dell'Irpinia del 1980, una tragedia che causò quasi tremila morti e oltre 280mila sfollati.

 

Siamo alla periferia est di Napoli, un deserto economico-sociale venuto a sostituire l'attivismo degli anni Settanta e Ottanta. Cirio, Fiat, Corradini: di queste e di altre grandi aziende - un tempo insediate qui - oggi non c'è più traccia. È così che Napoli Est ha smesso di essere il traino industriale della città.
Oggi, tra case popolari e strade ricoperte di rifiuti, sorgono qui u bibiann, i bipiani di Ponticelli. Un ghetto di diciotto container in alluminio ed amianto, nati per dare una sistemazione provvisoria ai terremotati dell'Irpinia, ma divenuti nel tempo la residenza stabile per più di trecento persone.
Concepiti come un parcheggio provvisorio per gli sfollati, questi campi vennero messi in piedi dalle amministrazioni regionali in vari punti della provincia di Napoli nel corso degli anni Ottanta. Dei due ghetti di Barra oggi non c'è più traccia: vennero demoliti verso la fine degli anni Novanta dalla giunta Bassolino e sostituiti da un parco pubblico, mentre le famiglie che vi abitavano vennero ricollocate in nuovi complessi di abitazioni popolari costruite nell'area.
Non tutti furono però così fortunati: Mario, ad esempio, fu trasferito nei container di Ponticelli. Ancora oggi è qui che aspetta un ricollocamento assieme ad altre famiglie.
 

A Ponticelli i bipiani di amianto in effetti esistono ancora, sebbene un lotto sia stato abbattuto tra il 2003 e il 2011 a seguito di alcune tensioni etniche tra i residenti kosovari e serbi. La stessa sorte non è toccata invece al ghetto in Via Fuortes, divenuto ormai uno degli esempi più lampanti dell'intreccio tra malapolitica, mentalità camorristica e invisibilità sociale.
Pochi conoscono bene questo ghetto di sfollati, immigrati e abusivi come Paolo Manzo, un fotografo napoletano che per quattro anni ha sviluppato un progetto fotografico sull'area. Trovandosi a passare di frequente davanti a questo scempio edilizio, ha deciso di entrarci per documentare le condizioni di vita delle persone al loro interno.
"Iniziai a conoscere gente, a capire che aria girava ed a scoprire veramente i bipiani," racconta a oggi a VICE News. "All'inizio ho incontrato un po' di diffidenza, ma con il passare del tempo gli abitanti hanno iniziato a fidarsi di me."
Abbiamo chiesto a Paolo di accompagnarci a fare un giro tra i bipiani di Ponticelli.
Camminando per i cunicoli ricavati tra i container, viene da stupirsi per come queste persone siano riuscite a sopravvivere qui per tutto questo tempo. C'è amianto ovunque, ma soprattutto condizioni igienico-sanitarie disastrose—tra discariche a cielo aperto e tubature di scarico rotte.
Una perenne puzza di bruciato ci aggredisce sin dall'inizio, aumentando man mano che si entra nel cuore dei bipiani. La centralina elettrica, evidentemente sovraccaricata, è annerita dalle bruciature: da qui, centinaia di fili elettrici si diramano per tutto il ghetto, intrecciandosi a più riprese.
Entrando nelle case - se così si possono definire questo tipo di baracche d'amianto - la situazione non è tanto diversa. Per quanto le persone abbiano fatto di tutto per rendere questi luoghi più accoglienti, portandoci televisori, mobili e tappeti ornamentali, è impossibile non fare caso alle pareti corrose e solcate da profondi aloni neri, segno dell'altissima umidità presente nei container.
 

Il problema più serio, tuttavia, è anche quello meno visibile: l'amianto. Dopo avere trascorso decenni rinchiusi in queste gabbie di eternit, i residenti lamentano l'impatto che quest'ultimo ha sulla loro quotidianità, soprattutto in estate.
L'utilizzo dell'amianto, prima che venisse vietato negli anni Novanta, era dovuto alla sua capacità di trattenere il calore. Nella stagione calda i container si trasformano in veri e proprio forni, costringendo le persone a trascorrere la quasi totalità del loro tempo all'aperto, sulle panche in pietra interposte tra i container, dove spesso finiscono anche per mangiare e dormire.
Mario, che ha cinque figli di cui uno disabile, non ne può più di vivere in queste condizioni. "Per ora l'amianto non ci ha ancora fatto nulla, ma arriverà il nostro momento" racconta a VICE News.
In effetti, il processo con cui questo materiale va a colpire le vie respiratorie dell'uomo è molto lento—ecco perché, al momento, possiamo soltanto immaginare l'effetto di questi container sulla salute dei residenti. L'unica apparente certezza, almeno a sentire quelli che vivono nel ghetto, è la causa di morte più diffusa tra i container: il cancro. L'ultima vittima è stata una donna, deceduta l'anno scorso.
VICE News ha parlato con Roberto Braibanti, responsabile ambientale di SEL per la Provincia di Napoli, da anni impegnato in una battaglia per lo smantellamento dei bipiani e il ricollocamento delle persone rinchiuse al loro interno.
"Il problema dei bipiani non è solo un problema sociale, è anche un problema ambientale e di salute pubblica non indifferente," afferma Braibanti, che sottolinea come peraltro l'amianto sia attualmente nella sua fase di 'vita' più pericolosa, quella dello sbriciolamento.
Per questo motivo i container in amianto dei bipiani, oltre a essere un pericolo per i residenti del ghetto, lo sono anche per tutta l'area limitrofa di Ponticelli, investita da una nube invisibile di polvere di amianto trasportata dal vento.
 
Quello che stupisce è la totale assenza di studi epidemiologici che vadano a indagare il legame tra le morti nell'area e la presenza dell'amianto. "È scomodo avere uno studio epidemiologico su questi problemi," è il parere di Braibanti. "Se ci fosse uno studio che solleva il problema, bisognerebbe poi dare una risposta. L'assenza di uno studio permette invece di mantenere il silenzio."
Sebbene molte delle famiglie dei bipiani abbiano intrapreso feroci battaglie per porre fine a questa agonia, per altri residenti questa condizione non sembra essere un peso. Secondo le famiglie italiane che vivono nel ghetto, agli immigrati vivere nei bipiani va bene.
"Molti di loro sono irregolari e un posto come questo gli garantisce l'invisibilità," racconta Mario a VICE News. "Altri invece sono regolari, come gli albanesi, ma hanno una ricchezza [immobiliare] alle spalle" nella loro terra d'origine. Secondo Mario, il loro unico interesse è di avere un punto d'appoggio dove dormire alla fine del turno di lavoro.
Nei bipiani di Ponticelli di italiani ne sono rimasti pochi. Oltre alla famiglia di Mario se ne contano altre nove, peraltro non tutte legate al terremoto dell'Irpinia. È questo lo zoccolo duro dei residenti del 'ghetto', famiglie che hanno assistito nel corso degli anni a un vero e proprio via vai di persone.
Oggi i bipiani si presentano come un mosaico di culture ed etnie differenti: italiani, albanesi, kosovari, serbi, asiatici ed africani, ciascuno insediato nella sua fila di container a formare un mappamondo in miniatura. Un quadro di disperazione, tra chi è stato dimenticato trentacinque anni fa e chi invece ha trovato in questi container - gelidi d'inverno e bollenti d'estate - la migliore delle sistemazioni possibili.
Non è dato sapere chi gestisca questo piccolo business immobiliare, ma è molto probabile che i clan della camorra possano avere un ruolo nell'intera vicenda, spiega Braibanti. "Si tratta di un'attività tipica della criminalità organizzata, e nessuno può davvero escludere che siano le organizzazioni criminali a gestirli," continua il responsabile di SEL. "Tuttavia, nessuno lo può provare in maniera dettagliata."
Secondo Braibanti, più che di camorra bisognerebbe parlare di mentalità camorristica, ovvero di quella propensione - appartenente tanto alla criminalità quanto ai sottoboschi dell'amministrazione - a sguazzare nel degrado e a trovare il modo di trarre profitto da simili situazioni.
Guadagnare sui residenti dei bipiani è comunque un'impresa ardua: nella maggior parte dei casi queste persone non hanno un lavoro, e difficilmente potrebbero trovare un'altra sistemazione fuori dal ghetto. Considerato l'affitto irrisorio, alcuni di loro accettano la sistemazione di buon grado.
Fu questo uno dei motivi che causò lo stop temporaneo del progetto fotografico di Paolo Manzo. "Mi fermai perché mi sentivo un po' tradito," racconta il fotografo a VICE News, "alcune delle famiglie sono ormai assuefatte da questo disagio, ci marciano e hanno smesso di lottare."Rosaria, 47 anni di cui gli ultimi diciassette vissuti nei bipiani, ha una pena sospesa di un anno a causa del mancato pagamento delle bollette elettriche. "In questa situazione pretendono pure che io paghi le bollette," si sfoga. Rosaria teme che le forze dell'ordine possano tornare per condurla in carcere. Allo stesso tempo, però, la donna è intimorita anche da un'eventuale ricollocamento presso le case popolari. "Non so se riuscirei a sopravvivere lì, con le bollette e tutte le altre spese. Sono disoccupata e non mi è rimasto più nulla."
La disoccupazione non è comunque una costante dei residenti dei bipiani. C'è chi faceva l'autista di veicoli commerciali, come Mario; chi lavora in una ditta di trasporti, come Moussa; chi ha un trascorso da pizzaiolo, come Andrea.
Chi non ha un lavoro, s'inventa qualcosa: un ragazzo smonta pezzi di automobile e li rivende, un altro spaccia. Secondo quanto ci raccontano, c'è anche chi si prostituisce per gli uomini del ghetto.

 
In tutto questo, chi manca all'appello sono le istituzioni. Sebbene alcune famiglie siano ormai assuefatte dal disagio, molte altre si svegliano ogni mattina nella speranza di ricevere la chiamata per il ricollocamento.
Sono le stesse famiglie che hanno cercato, nel frattempo, di includere una piccola dose di dignità tra i cunicoli che separano i container. Passeggiandoci si intravede infatti qualche aiuola, un po' di verde qua e là.
C'è perfino un bar. Lo gestisce Pasquale, che offre ai "concittadini" dei bipiani un piccolo luogo di aggregazione sociale.
Secondo Roberto Braibanti, è proprio questo il problema di Napoli Est. "I bipiani non sono l'unico esempio di disastro sociale nella zona. Ci sono molti altri lotti eretti nel post terremoto con problemi di vivibilità" racconta. "In questi nuovi quartieri mancano elementi di aggregazione sociale, non ci sono i servizi e non c'è alcuna possibilità lavorativa."

 
L'unico momento in cui le istituzioni si fanno vedere è in periodo di campagna elettorale. "Politici, ispettori sanitari, assistenti sociali compaiono solo nel periodo delle elezioni, poi scompaiono fino alla tornata elettorale successiva," racconta a VICE News Andrea. "Ecco perché ormai abbiamo smesso di votare."
L'anno scorso, a Ponticelli è comparso anche il premier Matteo Renzi. Una visita a una fabbrica locale di elicotteri, un giro presso il nuovo e futuristico Ospedale del Mare progettato con la consulenza di Renzo Piano, il ritorno a Roma.
"Il premier si è guardato bene dall'andare a vedere i veri problemi di quell'area, come i bipiani o l'area inquinata della Q8," è l'accusa di Roberto Braibanti. "Accendere i riflettori su queste problematiche costringerebbe lo Stato a dare delle risposte."


Articolo:Luigi Mastrodonato
Fotografie: Paolo Manzo

Fonte


Commento di Oliviero Mannucci: L'articolo in questione è di circa un anno fa, ma le cose non sono affatto cambiate, così stavano e così sono rimaste. Ho potuto visitare personalmente vari paesi dell'Irpinia nel 1986. C'erano interi paesi abbandonati, la gente era stata trasferita nei containers, spesso a qualche chilometro di distanza. Interi ospedali baraccati. I politici poi si lamentano, " va sempre meno gente a votare", "c'è troppa distanza tra i cittadini e le istituzioni", "perché la gente si disinteressa della politica?", " non bisogna far governare i 5 Stelle". Io non parteggio per nessuno, tutti coloro che entrano in politica che vengono pagati profumatamente dai cittadini, se non risolvono questi problemi, non sono degni di rappresentare nessuno e andrebbero cacciati a calci nel culo. Cari lettori di "LADRI D'ITALIA" ricordatevi di queste immagini quando dovrete pensare se andare o non andare a votare. Votare uno o l'altro schieramento significa leggittimare un sitema di cose che fa acqua da tutte le parti. Se andate a votare dopo non avete il diritto di lamentarvi di come vanno male le cose. Voi con il vostro voto diventate complici di chi sta distruggendo l'Italia. Ricordatevelo!

sabato 11 novembre 2017

Caos Tari, la tassa sui rifiuti I Comuni l’hanno “gonfiata”

La gran parte dei municipi italiani ha applicato la quota variabile alle pertinenze dell’utenza domestica chiedendo ai contribuenti più di quanto dovevano versare. L’interrogazione del parlamentare 5 Stelle, Giuseppe L’Abbate, e la replica del Mef

Anche stavolta il diavolo sta nel dettaglio. Ad accorgersi del dettaglio un giovane parlamentare del Movimento 5Stelle, Giuseppe L’Abbate. Con l’aiuto del suo commercialista ha notato che nel versamento della tassa sui rifiuti qualcosa non quadrava e per questo ha fatto un’interrogazione parlamentare. Il suo comune, Polignano a Mare nel barese, nel suo regolamento per la Tari aveva applicato la quota variabile a tutte le pertinenze dell’utenza domestica, compresi box e cantine. In realtà, come ha chiarito recentemente il sottosegretario all’Economia Pier Paolo Baretta, si tratta di un’errata comprensione della legge di primo livello, secondo la quale la Tari, per la parte variabile, va applicata soltanto all’abitazione e non anche alle pertinenze. 

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Peccato che finora siano stati in pochi, nei regolamenti Tari, ad applicare la normativa come andava fatto ed è pertanto complicatissimo comprendere quanto i contribuenti abbiano già versato impropriamente. Per capire però se si è stati frodati nostro malgrado, è necessario constatare sull’avviso di pagamento — che contiene il riepilogo dell’importo da pagare — le istruzioni per il versamento (scadenza rate e codice tributo) nonché il dettaglio delle somme. È in questa parte che l’ente indica le unità immobiliari (con i dati catastali: foglio, particella, sub), la superficie tassata, il numero degli occupanti e la quota fissa e variabile distinta per ogni unità immobiliare. La quota variabile, ricordiamo, deve essere presente solo per l’abitazione, non anche per le eventuali pertinenze. Per chiedere invece eventuali rimborsi è necessario attendere una circolare ministeriale del ministero dell’Economia, di cui lo stesso Baretta dovrà farsi carico, magari concertandosi con le associazioni dei consumatori.