IL DEBITO PUBBLICO ITALIANO

giovedì 19 aprile 2018

Tangenti sanità Milano: storia di Renata, due volte vittima di Calori

Mentre lo scandalo delle tangenti nella sanità travolge pezzi grossi degli ospedali Pini e Galeazzi di Milano, ci sono pazienti che raccontano storie al limite dell'incredibile. Tra questi c'è anche una giornalista di Osservatorio Diritti, Renata Fontanelli. Che ha deciso di mettere nero su bianco cosa le è successo col professor Giorgio Maria Calori

L’ultimo scandalo sanità scoppiato a Milano una settimana fa sembra essere solo all’inizio. Tanto che gli investigatori annunciano che potrebbe essere la punta di un iceberg. Il martedì nero, lo scorso 10 aprile, è cominciato con l’arresto di un imprenditore nel settore di apparecchiature elettromedicali, Tommaso Brenicci, e di cinque pezzi grossi del Servizio sanitario nazionale italiano. Giorgio Maria Calori, primario, Paola Navone, direttore sanitario, Carmine Cucciniello, direttore del dipartimento di ortopedia. Tutti e tre dipendenti del Gaetano Pini. Con loro anche Lorenzo Drago e Carlo Luca Romanò, responsabili del laboratorio di analisi uno e del centro di chirurgia ricostruttiva l’altro, entrambi del Galeazzi.

 

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I quattro primari agli arresti domiciliari: in alto Carmine Cucciniello e Giorgio Maria Calori del Cto-Gaetano Pini, sotto Carlo Romanò e Lorenzo Drago del Galeazzi

 

Si tratta di due tra gli ospedali più quotati in Italia. Gli indagati sono tutti ai domiciliari, tranne Brenicci che è in carcere. Pesanti le accuse, tutte respinte venerdì 13 aprile durante il primo interrogatorio.


Tangenti sanità Milano: le accuse dello scandalo

Si va dalla corruzione alle false società costruite ad hoc per ricevere tangenti fino al mancato rispetto delle regole d’appalto, conflitto d’interessi, violazioni dei doveri d’ufficio. E non si esclude che ora possano arrivare nuovi capi d’imputazione, soprattutto per i medici.

Le difficoltà economiche del primario del Pini

Calori, che i colleghi definiscono nelle intercettazioni «avido farabutto» e che il compagno di arresti nonché collega Cucciniello, intercettato, chiama «delinquente vero», nel raccontare a un amico di quando, pur di operare e incassare, «si inventò un’infezione di sana pianta», ultimamente si sarebbe trovato in difficoltà economiche.
A causa anche di un mutuo di circa 5 mila euro per l’acquisto di un appartamento, costato 1 milione e 300 mila euro. Del fatto ne parla al telefono l’imprenditore Brenicci, dichiarando che non intende dargli i «150.000 euro per terminare i lavori». Perché?
«Se comincio a dargliene poi me ne chiede altri. D’altronde si è incasinato con quei 600 mila euro spesi per la ristrutturazione».

Il professor Giorgio Maria Calori e i diritti del malato

Il medico pare non essere molto amato al Pini, ma è assai temuto per i suoi modi autoritari e irosi. Da quello che sta emergendo dalle indagini, sembra che soldi e carriera lo interessino più dei pazienti. Ed è questa mancanza di rispetto per i diritti dei malati che ha fatto montare il caso negli ultimi giorni. Più delle tangenti, cui ormai gli italiani sembrano quasi averci fatto il callo.
I fatti più gravi, per il momento, non hanno ipotesi di reato. Pare che il professore avesse il vizio del bisturi facile. Non al Pini, ma in una struttura privata dove lavora, oltre all’ospedale. Molte al momento le denunce, tante anonime. Nessuno poi ne vuole parlare con la stampa, forse hanno paura.
Gli investigatori hanno parlato di «cupidigia», riferendosi a lui, sottolineando come «il bisogno di denaro avesse generato in lui l’inclinazione a intervenire chirurgicamente come fonte di guadagno anche quando non strettamente necessario senza rispetto alcuno per i pazienti».
È successo anche a me, e qui sotto potete leggere la storia.

Renata Fontanelli, due volte vittima di Calori

Il figlio passa da una comune patologia all’ipotesi di tumore

«Faccia uscire suo figlio dalla stanza per favore». Il ragazzino ha 12 anni e da più di un mese continua a fare analisi ed esami. Il professore sfodera l’aria di circostanza, quella che probabilmente usa con tutti quando deve dare una brutta notizia. «Signora, farei dei marcatori tumorali a questo punto. Potrebbe non esserci nulla, ma meglio andare sul sicuro».
Dal Morbo di Schlatter (fortissimi dolori alle giunture delle ginocchia) al tumore il passo non è proprio automatico, ma che ne so io? Il professore nel suo studio è venerato e temuto. È primario all’ospedale pubblico Pini, eccellenza dell’ortopedia italiana.
Al telefono, davanti a noi, chiama una ditta di plantari per annunciare il nostro arrivo e si raccomanda di consegnargli al più presto «quei biglietti in tribuna per la partita». Quei plantari mi sarebbero costati una fortuna, infatti non li ho mai ritirati. Me li sono fatti fare da un’altra parte a metà prezzo.
Il ragazzino, mio figlio, va in sala d’attesa. Sempre piena la sua anticamera, tanti vecchietti (ovviamente, è ortopedico), mamme, bambini.
Mi spiegherà poi un suo collega che l’inquietante morbo altro non è che una patologia frequente della preadolescenza dovuta a una crescita troppo veloce. Non ci sono cure se non ghiaccio e riposo.

Dove fare gli esami lo dice il primario (o almeno ci prova)

Improvvisamente però spunta l’ipotesi di un cancro e il professore indica la struttura migliore dove andare a fare i marcatori. Io dico no: «Vado dove abbiamo una convenzione», il più grosso centro di Milano. E lui risponde, seccato davvero e improvvisamente sbrigativo: «Faccia come le pare, se poi sbagliano non è un problema mio».
E così faccio: vado a fare gli esami al Centro Diagnostico Italiano. Data la giovane età del paziente viene data la massima urgenza per la consegna dei risultati. Apro la busta e non vedo asterischi. La porto dal professore in studio e la segretaria mi assicura che lui la guarderà «Non appena arriva in studio». Comincio quindi ad aspettare una sua telefonata.

La lunga attesa piena di «ansia tremenda»

Seguono tre giorni di silenzio, da parte sua. Di ansia tremenda, da parte mia. Di telefonate da amici e parenti che mi chiedono stupiti il perché io non sappia ancora nulla. E me lo chiedo anch’io per tre notti, finché prendo il telefono e lo chiamo sul cellulare.
«Sono malato, non mi disturbi». È la risposta secca, seguita dalla rassicurazione: «Appena mi riprendo vado in studio e la chiamo».
Passano altri tre giorni finché in studio ci vado io. Mi dicono che è occupato con un paziente, in realtà lo sento parlare al telefono. Una, due, tre volte. Finché un’ora e mezza dopo sono io ad aprire la sua porta e a piantarmi davanti a lui. La busta la apre davanti a me e con disprezzo mi dice: «Qui non c’è niente».

Un uomo «divorato dall’ambizione professionale ed economica»

Io perdo la calma. Lui più di me. Chiama i suoi collaboratori e chiede loro di portarmi fuori. La segretaria ha già pronta l’ultima delle tante fatture, 400 e rotti euro per le fisioterapie. Pagare e sparire.
Esco, è il gennaio 2015. Fermo la macchina ed esplodo. Di rabbia. In lacrime racconto a una mia amica l’accaduto e mi risponde: «Ma quell’uomo è fatto così, divorato dall’ambizione sia professionale che economica. A Milano lo sanno tutti». Tranne me, evidentemente.
Non l’ho più visto se non in foto qualche giorno fa, dopo la notizia dell’arresto.

Per operare la figlia Calori suggerisce la (costosa) clinica privata

E dire che avrei già dovuto capirlo qualche settimana prima, nel dicembre 2014, quando nel suo studio arrivai con mia figlia con una diagnosi dell’ospedale di Aosta di lesione dei legamenti crociati.
Operare immediatamente, dice lui, primario al Pini. Dove? In una prestigiosa clinica privata, dove lavora nel tempo libero. Chiedo un preventivo e lo porto alla Casagit (cassa autonoma giornalisti italiani), con cui Calori lavora in convenzione. Devo aggiungere 2.000 euro. Torno in studio e lui mi guarda con aria sprezzante:
«Non riesce a trovare 2.000 euro, signora? Si tratta della salute di sua figlia».
Evidentemente trasudiamo benessere. Per concludere mi congeda con un: «Fossi io nella sua situazione chiederei un prestito».
Ma se del Morbo di Schlatter non so nulla, di legamenti m’ intendo un po’ di più. Gli chiedo quindi di mettermi in lista di attesa al Pini, un mese non cambierà la sorte del ginocchio di mia figlia. E poi non credo nelle strutture private, quando in Italia gli ospedali pubblici da sempre sono eccellenze.

I suggerimenti di Paola Navone, la direttrice sanitaria del Pini

In quella lista d’attesa mia figlia non è mai entrata. Lo scoprirò dopo averlo chiesto alla direttrice sanitaria Paola Navone, anche lei ora ai domiciliari, presentatami da una comune amica. Navone sembra una persona affabile e generosa. Mi racconta che da qualche settimana deve andare in giro con la scorta e mi fa capire che Calori è uno da cui stare alla larga. Strano, dagli atti dell’inchiesta sembra fossero “soci in affari”.
Sarà qualche mese dopo un altro primario del Pini a operare mia figlia. Totalmente in Ssn (Servizio sanitario nazionale).
Oggi, solo dopo l’arresto, spuntano fatti molto più gravi. Non ci sono per il momento ipotesi di reati diretti contro pazienti, è malafede. Malcostume. Avidità, gioco sporco, perché quando si gioca con la salute altrui e si ricopre una carica pubblica più sporco di così si muore.

Effetto #MeToo: piovono le denunce

A me è andata bene, ma adesso arrivano gli altri, effetto #MeToo. Ma perché non l’hanno denunciato prima quelli che sono davvero finiti, parrebbe, sotto ai suoi ferri riportando lesioni permanenti? Perché?
I miei sono stati danni morali, maltrattamenti e forse menzogne. Ho chiamato la mia cassa di previdenza, la Casagit, segnalando il caso, ma non credo abbiano mai fatto qualcosa. Mi avevano poi suggerito di fare un esposto all’Ordine dei Medici. Ma a quel punto io del prof Calori non volevo più sentir parlare.

Renata Fontanelli

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giovedì 12 aprile 2018

Terremoto Marche, nelle casette crollano i pensili antisismici

La Protezione civile: "Montati male". Oggi vertice straordinario. La protesta: "Il commissario ha messo fuorilegge le casette di legno. Ma lì nessun problema"

 

 

Macerata, 11 aprile 2018 - "Perché i pensili sono crollati? Perché sono stati montati male. Chiederò che siano rinforzati in tutte le casette, ne abbiamo consegnate 1.403. Sto facendo una circolare. Devono essere montati meglio. Mobilio e pensili vanno ancorati in modo sicuro alla struttura portante. Cinque-sei episodi tra cucine e bagno? Sì, direi che il numero è congruente con le segnalazioni. Personalmente ne ho verificati due". David Piccinini, geologo, responsabile della Protezione civile marchigiana, chiude una giornata di fuoco con un’idea chiara in testa: oggi vertice d’urgenza, saranno ricontrollate tutte le Sae.

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Un geometra che vive in una casetta con le ruote proprio nell’epicentro, a Muccia – è sua, comprata per 8mila euro –, alle 7 del mattino innesca la miccia. I social sono già affollati di paure e pensieri. Lui posta tre foto, nella prima si vede una cucina sottosopra, i pensili staccati dal muro e rovinati sull’acquaio, posate a terra. Didascalia diretta come un missile: "Sae arredate da 2-3.000 euro/mq alla prima scossa importante. Vergogna". Nel secondo scatto e nel terzo stavolta i pensili sono proprio a terra, "provate a immaginare se fosse successo con bambini già alzati", si rabbuia lui. È talmente incredibile che per un po’ pare una bufala. Invece è proprio vero, succede a Pieve Torina (Macerata). Dove crolla anche un muro di contenimento. Ma come, le casette di Stato antisismiche? Quelle costate in media 2.700 euro al metro quadro, nei conti certosini dell’ingegner Roberto Di Girolamo, un secchione. Da Camerino si è studiato atti e delibere arrivando a quella media, lavori di urbanizzazione compresi. Il vero nodo di tutto.
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"Me so rotto li coglioni!!!", posta intanto Fabrizio Capitani da Costafiore di Muccia, commento in rete alle foto del bagno, un mobile si è staccato di netto dalla parete della casetta, ecco il particolare del cartongesso bucato. «Un caso su 298 Sae montate», sdrammatizzano al Cns, il Consorzio di cooperative arrivato primo nell’appalto Consip. "Tre casi su 208", fanno eco da Arcale, la ditta toscana che ha lavorato a Pieve Torina. "Il mobiletto era appeso al muro a un metro e mezzo da terra, è venuto giù. Per fortuna non c’era nessuno in quel momento", ancora non ci crede Capitani. Rifa i conti: "È successo anche a mia zia. A un mio vicino si è staccato un tassello".
I comitati dei terremotati hanno idee diverse. Francesco Pastorella, che coordina tutti i gruppi del centro Italia, dice che il problema ora "è questo nuovo terremoto. Una gran botta. Si sono rotti gli acquedotti e lesionate un’altra volta case che avevano avuto danni lievi". Diego Camillozzi - ‘La terra trema, noi no’ - invece affonda: «Il commissario De Micheli si preoccupava tanto delle casette di legno che si sono pagati e costruiti i privati». Messe fuorilegge da un decreto che fissa misura impossibili. «Eppure con le scosse non hanno avuto problemi – ragiona Camillozzi –. Invece nelle Sae si sono staccati i pensili e si sono piegati di nuovo anche i boiler». Gli stessi che quest’inverno sono scoppiati per il gelo, una mattina i terremotati si sono svegliati e pareva di avere delle fontane sui tetti. «Un problema annunciato – osserva il vicesindaco di Arquata Michele Franchi che ha dovuto affrontare la grana –. I tubi non erano coibentati».
Poi è arrivato il momento delle infiltrazioni, «perché certi comignoli erano stati montati male, mandavano in blocco le caldaie. Li hanno smontati e risistemati troppo in fretta e così...». Ma i problemi sono stati democratici, dalle Marche al Lazio. Per le fognature di Amatrice ma anche di Accumoli. Il sindaco Stefano Petrucci ha dovuto fare un’ordinanza, una sorta di vademecum per l’uso corretto degli scarichi. «Hanno trovato anche stracci», è incredulo. I terremotati controbattono: «La pendenza degli impianti è sbagliata». E via così: porte che si chiudono male, pavimenti gobbi, lamiere dei colmi sui tetti che si staccano per il vento (a ottobre, nel villaggio di Fonte del Campo). Ma sarà giusto scaricare tutto sulle ditte?

Fonte

Commento di Oliviero Mannucci: Caro Mattarella e cari politici non chiedetemi più di andare a votare potrei diventare violento !!!!!!

giovedì 5 aprile 2018

La Sicilia e i furbetti della legge 104. “Adozioni per andare in pensione”

Il governatore: la usano 2350 dipendenti regionali su 13 mila. Ad Agrigento 500 indagati: non avevano diritto al beneficio

https://www.tp24.it/immagini_articoli/02-06-2016/1464826192-0-furbetti-della-104-controlli-a-tappeto-nel-pubblico-impiego-in-provincia-di-trapani.png
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Che a Palermo il 40 per cento delle assenze dal posto di lavoro si registrino il lunedì, contro il 29 della media nazionale, era già emerso qualche anno fa. Così come sempre siciliano è il caso più clamoroso di abuso in nome della legge 104, con ben 500 dipendenti finiti sotto inchiesta ad Agrigento per avere usufruito, senza averne diritto, dei benefici concessi a chi ha parenti disabili. Ma adesso l’Isola segna un nuovo record, sempre legato a questa legge. E a denunciarlo è il presidente della Regione, Nello Musumeci, che ha modificato la scaletta di una conferenza stampa dedicata alle opere pubbliche sparando a zero contro i “furbetti della 104”.

Si dà il caso che il presidente sia venuto a conoscenza della storia di un dipendente che si è fatto adottare da un anziano disabile pur di andare in pensione in anticipo, uno dei privilegi cancellati negli anni scorsi di una norma che continua però a riconoscere a tutti i lavoratori 18 ore di permesso retribuito al mese, oltre che l’inamovibilità dalla propria sede di lavoro.

I numeri  
Procedura complessa l’adozione, con tanto di cambiamento di cognome e di montagne di carte da produrre. Un caso limite che però ha aperto una voragine. Così è bastato qualche calcolo per scoprire che a godere della legge sono ben 2.350 regionali su 13 mila, cioè quasi il 18 per cento del totale. Percentuale quasi uguagliata solo dal Lazio, mentre in Lombardia si ferma a poco più del 10.

Un’anomalia che, in chiave nazionale, ha registrato negli ultimi anni un’impennata, arrivando a costare alle casse dello Stato circa tre miliardi l’anno con una serie di episodi memorabili, dalle partite di calcetto ai weekend in una capitale europea, con tanto di post su Facebook. Una malattia nazionale, insomma. Che, unita alle altre cause di permesso o di assenza, produce nel settore pubblico un tasso di assenteismo del 50 per cento più alto rispetto al settore privato: 19 giorni contro 13.

Malattia più acuta nell’Isola che - per feroce contrappasso - non è ancora riuscita a dare risposte strutturali ai disabili gravi e a chi li assiste senza alcun supporto. «Faremo i nostri controlli - ha detto Musumeci - e troveremo le organizzazioni sindacali dalla nostra parte: ognuno si assumerà la responsabilità delle proprie azioni, il tempo dei giochetti, delle coperture e dei ricatti reciproci è scaduto». Il presidente minaccia di fare nomi e cognomi se i sindacati non collaboreranno. E spiega: «Abbiamo più di tredicimila dipendenti ma gli uffici della Regione non dispongono del personale che servirebbe».

Nel mirino, oltre ai 2350 “inamovibili” per assistere i parenti, ci sono anche i 2600 dirigenti sindacali, non trasferibili neanche loro. Sommati, fanno quasi 5000: 38 dipendenti su 100 che non possono essere utilizzati secondo le necessità dell’amministrazione. «Non possiamo trasferire personale da un ufficio all’altro oltre i cinquanta chilometri - aggiunge Musumeci - e tra due anni andranno in pensione altri tremila dipendenti». Mancano tecnici, esperti di economia, progettisti, tutte figure necessarie a far marciare la macchina dei finanziamenti statali e comunitari. I concorsi pubblici sono bloccati da anni. In compenso all’Assemblea regionale siciliana, il parlamento autonomo della Regione, ogni parlamentare ha avuto in dote un budget di 58.400 euro senza alcun tetto alle assunzioni di esterni. L’infornata di portaborse è già stata servita.

Fonte

Commento di Oliviero Mannucci: La solita "paraculite" di alcuni a scapito di molti. La solita italietta di quelli che si credono furbi, e invece sono solo delle teste di minchia, per dirla alla siciliana.

sabato 17 marzo 2018

INGROIA INDAGATO

L'ex pm Antonio Ingroia indagato per peculato. Su delega della Procura i finanzieri del nucleo di Polizia economico-finanziaria di Palermo hanno sequestrato oltre 150.000 euro a Ingroia e a Antonio Chisari, all'epoca dei fatti, rispettivamente, amministratore unico e revisore contabile della società partecipata regionale Sicilia e Servizi spa (oggi Sicilia Digitale spa). Entrambi sono indagati per una duplice ipotesi di peculato. Il provvedimento di sequestro preventivo è stato emesso dal gip del Tribunale del capoluogo su richiesta della locale Procura. Le contestazioni mosse agli indagati traggono origine dalla natura riconosciuta alla Sicilia e-Servizi spa di società in house della Regione e dalla conseguente qualifica di incaricato di pubblico servizio rivestita da entrambi.
Ingroia, in particolare, dapprima liquidatore della società (dal 23 settembre 2013), è stato successivamente nominato amministratore unico dall’assemblea dei soci (carica che ha ricoperto dall’8 aprile 2014 al 4 febbraio 2018). "Le indagini hanno consentito di accertare che il 3 luglio 2014 - spiegano le Fiamme gialle - Ingroia si è autoliquidato circa 117.000 euro a titolo di indennità di risultato per la precedente attività di liquidatore, in aggiunta al compenso omnicomprensivo che gli era stato riconosciuto dall’assemblea, per un importo di 50.000 euro". L'autoliquidazione del compenso ha determinato un abbattimento dell’utile di esercizio del 2013 da 150.000 euro a 33.000 euro.

 
"La violazione della normativa nazionale e regionale in materia di riconoscimento delle indennità premiali ai manager delle società partecipate da Pubbliche Amministrazioni - dicono ancora dal Comando provinciale della Guardia di finanza di Palermo - è stata avallata dal revisore contabile, Chisari, il quale, in base alla disciplina civilistica, avrebbe dovuto effettuare verifiche sulla regolarità dell’operazione".
Ingroia si sarebbe, inoltre, indebitamente appropriato di ulteriori 34.000 euro, a titolo di rimborso spese sostenute per vitto e alloggio nel 2014 e nel 2015, in occasione delle trasferte a Palermo per svolgere le funzioni di amministratore, nonostante la normativa nazionale e regionale, chiarita da una circolare dell’assessorato regionale dell’Economia, consentisse agli amministratori di società partecipate residenti fuori sede l’esclusivo rimborso delle spese di viaggio. "Lo stesso Ingroia aveva adottato un regolamento interno alla società che consentiva tale ulteriore indebito rimborso" concludono gli investigatori. Anche in questo caso la violazione della normativa vigente è stata avallata dal revisore contabile, Chisari, indagato - in concorso con Ingroia - anche per questa seconda ipotesi di peculato.
"HO LA COSCIENZA A POSTO" - "Ho appreso dalla stampa del provvedimento emesso nei miei confronti, prima ancora che mi venisse notificato. Comunque ho la coscienza a posto perché so di avere sempre rispettato la legge, come ho già chiarito e come dimostrerò nelle sedi competenti. La verità è che ho denunciato sprechi per centinaia di milioni di euro, soldi che solo io ho fatto risparmiare, e invece sono accusato per una vicenda relativa alla mia legittima retribuzione". Così Antonio Ingroia in una nota dopo il provvedimento di sequestro.
"Ma, ripeto, dimostrerò come stanno le cose. Intanto continuo il mio lavoro di avvocato sempre con lo stesso impegno e nella stessa direzione: oggi sono in udienza a Reggio Calabria, nel processo 'Ndrangheta stragista, come avvocato di parte civile delle famiglie dei carabinieri Fava e Garofalo uccisi nel 1994 dalla mafia e dalla 'Ndrangheta, vicenda collegata con la trattativa Stato-mafia”, continua l'ex Procuratore aggiunto di Palermo.

Fonte

giovedì 8 marzo 2018

Astensionellum, quando la politica non ti rappresenta

“Abbiamo vinto. E daje”. Anno di grazia 2020, tarda primavera. In un Italia che (ancora) non esiste e con una legge elettorale tutta nuova, soprannominata l’Astensionellum, mentre i tg snocciolano i dati delle elezioni, gli opinionisti ripetono i loro vuoti sermoni e non si trova uno straccio di politico da portare davanti alle telecamere per un commento a caldo sulla debacle dei seggi elettorali andati deserti, il nostro non elettore esulta. Il non partito del non voto ha superato ogni pronostico. Altro che il 27,75 per cento della tornata del 2013! O il 35 per cento del 2018. Lo stivale intero è ad un soffio dal superare il clamoroso dato della consultazione siciliana di alcuni anni prima, quando il 53,24%, un elettore sue due, aveva disertato le urne.

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“Stavolta il non governo la facciamo noi”, ripete incredulo il non elettore (chiamiamolo Battista l’astensionista). Quello che per anni aveva dovuto sorbirsi i predicozzi un tanto al chilo sul voto utile, quello a cui avevano detto, “guarda che così vincono gli altri”, “guarda che poi non avrai diritto di lamentarti,” “guarda che…”, va alla finestra, inutilmente trattenuto dai familiari, urla frasi sconnesse sulla “grande non partecipazione popolare” e stappa lo spumante messo in fresco la sera prima. “Vota e turati il naso? Col cazzo! Turatevelo voi adesso”.

Davanti allo schermo l’infografica sulle nuove Camere è implacabile. Non lascia adito a dubbi: dei 630 seggi a Montecitorio ce ne sono da distribuire meno di 300, al Senato non va meglio, i 315 sono diventati 150. Ad indicare le poltrone che resteranno vuote tanti quadratini grigi. Una prateria di quadratini grigi. La democrazia delle assenze ha vinto. Finora a mancare erano gli elettori, adesso pure gli eletti. Il cerchio si chiude. I peones (e non solo loro) rimasti col culo a terra minacciano di rivolgersi alla Corte Costituzionale, “che diamine! si tratta di diritti acquisti in fondo”, tuona un loro improvvisato portavoce.



Per la nuova legge elettorale avevano dovuto mettere mano alla Costituzione, articoli 56 e 57. “Il numero dei deputati non può essere superiore a 630… Dal computo complessivo dei seggi da assegnare verrà sottratta proporzionalmente la percentuale di astensione che superi il 10 per cento, ritenuto fisiologico”. Comprensibile a tutti. Più del Rosatellum sicuramente.
Una rivoluzione copernicana. Ci si era arrivati dopo un intenso e accalorato dibattito in cui si era perfino affacciata l’ipotesi, fortunatamente scartata, di rendere obbligatorio il voto e punire l’astensionismo con una multa salatissima o, in alternativa, con pene corporali.
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Sul finire prematuro di una legislatura che aveva visto all’opera, prima la nuova risicata maggioranza FI-Pd e poi l’unità nazionale FI-Pd-LeU, con la non sfiducia di Lega e M5S e l’opposizione solitaria di Potere al Popolo, si era approdati al conteggio a segno negativo dell’astensionismo. La democrazia italiana pencolava paurosamente e quella soluzione dolorosa - qualcuno l’aveva definita la cura omeopatica - era parsa ai più (capo dello Stato in testa) l’unica in grado di salvare il salvabile. E poi c’era un’assordante rumore di sciabole. Anzi di idranti. Forti dell’ultimo Rapporto sul benessere equo e sostenibile dell’Istat che li piazzava al primo posto nell’indice di fiducia degli italiani, i vigili del fuoco reclamavano per loro gli scranni di Montecitorio e Palazzo Madama, ovviamente, senza passare per l’inutile e logoro rito delle urne.

Qui finisce il divertissement e veniamo alla realtà di un paese dove si dice messa nelle chiese vuote. La democrazia, in assenza di istituzioni che si appoggino davvero sul voto popolare, è diventata parola vuota, carosello per le élite. Oddio, élite: a scorrere le liste elettorali si trovano mestieranti, pregiudicati, attori e attrici, arrivisti di ogni risma, eccellenze del nulla ed esperti nell’arte antica del poggiaculo, portavoce, portaborse o semplici lacchè.
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Chi oggi discetta contrito sull’astensionismo dovrebbe pure ricordarsi che da diversi anni l’elettore (of course, quello consapevole) viene considerato un impiccio. Un po’ come quei presidi che pensano che la scuola andrebbe molto meglio se non ci fossero gli studenti, il ceto politico ha alimentato l’astensionismo (ci ricordiamo Giorgio Napolitano che in occasione del referendum sulle trivelle ha sostenuto, senza il minimo imbarazzo, che non votare era “il diritto di ogni cittadino”?), salvo poi lamentarsene nei salotti televisivi, quando, come sta accadendo, questo tracima dall’ambito referendario, investe le elezioni politiche e amministrative e supera i livelli di guardia, mostrando a tutti la scandalosa verità di un re nudo e pure deforme: la rappresentanza non rappresenta nessuno, al più una esigua minoranza.

Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera mette il dito nella piaga delle “promesse impossibili” dei vari partiti, però alla fine ritiene che in questa tornata elettorale “la maggioranza andrà ancora alle urne”. Riflesso pavloniano dell’elettore? Sempre sul Corrierone Giuseppe De Rita ammette che “i richiami al senso civico non bastano più” e che sarebbe, invece, utile “far maturare qualche vena nuova di obiettivi”. Facile a dirsi! E con chi poi se il disinteresse dei cittadini è esattamente il risultato del cibo rancido che esce dalle cucine degli psuedo
partiti?

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Sono più di venticinque anni ormai che il nostro Paese è alle prese con sistemi elettorali che comprimono la rappresentanza in nome del falso mito della governabilità, il tutto condito da liste bloccate che paracadutano in parlamento famigli e fedelissimi del leader di turno. Ebbene, forse sarebbe ora di comprimere non la rappresentanza con artifizi il più delle volte incostituzionali, bensì i rappresentanti. E il conteggio a segno negativo dell’astensionismo nella ripartizione degli scranni può rappresentare una possibile soluzione.

Il non partito del non voto è un gioco, ma può essere utile per ricostruire quel rapporto elettore-eletto che è andato pericolosamente in corto circuito con la fine della mai troppo rimpianta prima repubblica. Un cortocircuito che nemmeno i Cinque stelle - quelli che dovevano aprire il parlamento come una scatola di tonno (o erano sardine?) - sono riusciti a sanare, intrappolati da troppe promesse, parecchia ignoranza e molte furbizie. Gli alti lai sulle forze antisistema (quale sistema?) servono a poco, sono, niente più che ipocrisia spicciola e gioco di specchi. Se è vero che il non voto interroga l’incapacità della politica tutta di costruire una narrazione credibile e risposte altrettanto credibili, la prima a farse carico, a pagarne il prezzo, dovrebbe essere la politica medesima. D’altronde se un numero sempre più crescente di italiani ritiene che non vi sia una offerta politica degna di rappresentarlo, nemmeno per approssimazione, logica vuole che gli scranni corrispondenti a quella (non) scelta restino vuoti.

Lo choc determinato dall’Astensionellum può riportare la politica ad interrogarsi sul suo rapporto con la rappresentanza. Ottimista? Forse, in ogni caso se così non fosse servirebbe comunque a ridurre i costi della politica ben più delle tante proposte che sono state avanzate in questi anni. A cominciare dal fallito colpo di mano di Renzi sul Senato che (ancora una volta!) mirava non a ridurre i senatori e i loro ricchi emolumenti ma a sottrarre i cittadini del loro diritto al voto, per finire con la demagogica e mesta storiaccia dei cosiddetti rimborsi Cinque stelle.

Insomma, un meccanismo che penalizzi proporzionalmente i partiti politici quando e se si allontanino dal loro compito di rappresentanza andrebbe pensato. Davvero. E in fretta. Perché poi la nostra malandata democrazia non è mica un divertissement.

 Giampiero Cazzato

Fonte

sabato 24 febbraio 2018

Cresce il numero delle persone intelligenti che non vuole più leggittimare chi fa promesse da marinaio!



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È una delle maggiori conquiste delle democrazie libere e moderne. Il voto è protetto dalla nostra costituzione, è un diritto inviolabile e al tempo stesso un dovere civico. Ma il numero di quanti non si recano alle urne è in crescita ovunque. Perché le persone non vanno a votare? Il fenomeno è davvero preoccupante? E soprattutto, di che portata è?
L’astensionismo è in crescita, persino dove votare è un obbligo
Il tema dell’astensionismo domina da anni il dibattito politico. Elezione dopo elezione, tornata dopo tornata, la partecipazione elettorale del popolo italiano è diminuita in maniera sostanziale. Alle prime elezioni della camera dei deputati (1948) partecipò il 92,23% del corpo elettorale, nel 2013 la percentuale era del 75,20%, per la prima volta sotto la soglia dell’80%.
Art. 48 – Costituzione – Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età. Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico. La legge stabilisce requisiti e modalità per l’esercizio del diritto di voto dei cittadini residenti all’estero e ne assicura l’effettività. A tale fine è  istituita una circoscrizione Estero per l’elezione delle Camere, alla quale sono assegnati seggi nel numero stabilito da norma costituzionale e secondo criteri determinati dalla legge. Il diritto di voto non può essere limitato se non per incapacità civile o per effetto di sentenza penale irrevocabile o nei casi di indegnità morale indicati dalla legge.
Il diritto di voto è sancito dall’articolo 48 della costituzione. Il cosiddetto elettorato attivo (l’insieme delle persone che hanno la capacità giuridica di votare) è composto da uomini e donne che hanno compiuto la maggior età. Quello che spesso si dimentica però, è che oltre ad essere un diritto, il voto è un dovere civico, che tutti i cittadini hanno.
Nonostante questo sempre più persone decidono di non partecipare, anche perché nel nostro paese votare non è obbligatorio. Ma esistono casi al mondo in cui lo è. Secondo l’International Institute for Democracy and Electoral Assistance (IDEA) attualmente al mondo sono 26 i paesi in cui i cittadini sono obbligati a votare.
Le penalità per il “non-voto” possono essere di vario tipo: I) semplice spiegazione: portare una giustificazione formale per l’astensione per evitare una possibile multa; II) sanzione pecuniaria per chi decide di non partecipare (attualmente presente in 16 paesi); III) incarceramento: al momento nessuno paese considera quest’opzione, se non come conseguenza per multa non pagata; iv) perdita di alcuni diritti e della possibilità di usufruire di servizi pubblici o rimozione dalle liste elettorali.


 Ma quali sono i risultati delle convocazioni elettorali in questi paesi? E sarebbe il caso di inserire l’obbligo anche in Italia? In realtà sia nei paesi in cui votare è obbligatorio, sia in quelli in cui non lo è, il trend dell’affluenza è in calo, anche se con quantità diverse. Mentre negli anni ’40 la percentuale di partecipazione alle tornate elettorali era per entrambi i casi poco sotto l’80%, al momento i due dati sono distanti 7 punti percentuali. Nei paesi in cui votare è obbligatorio l’affluenza è poco oltre il 70%, nei paesi in cui non lo è, è ben sotto.

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Nonostante questo, obbligatorio o no, il dato dell’astensionismo è tendenzialmente uniforme. È vero che il gap fra le due categorie di paesi è in aumento, e il calo dei votanti è più drastico negli stati in cui non c’è nessun obbligo di voto, ma costringere i cittadini a dire la loro non sembra essere la soluzione migliore per riportare le persone alle urne.
Andando a guardare le dimensioni del fenomeno nel nostro paese, grazie alla tornata che si è appena conclusa possiamo fare un po’ il punto della situazione. Si parla molto di crisi dell’elettorato, vediamo se davvero è così.
Elezioni, affluenza in calo ovunque tranne che a Roma
Le amministrative 2016 hanno fortemente rilanciato il Movimento 5 stelle, soprattutto grazie alle vittorie di Virginia Raggi e Chiara Appendino. Ma oltre al dato politico il primo elemento da constatare, per quanto scontato, è il crollo della partecipazione al voto.
Il confronto con la tornata 2011 sia al primo che al secondo turno c’è poco spazio per le interpretazioni. Al primo round si è passati dal 71,04% di cinque anni fa, al 67,42% del 2016. Discorso analogo per il secondo turno, dove si è passati dal 60,21% al 50,52%. Una notevole differenza, anche se va ricordato che nel 2011 si votò mezza giornata in più, fino a lunedì alle ore 15.
Scorporando il dato per le principali città al voto, la questione  è ancora più centrale. Se a livello nazionale solo un avente diritto su due ha votato al secondo turno, in comuni come Napoli è andata ancora peggio. Nel capoluogo campano domenica 19 giugno ha votato il 35,96% della popolazione, quasi 20 punti percentuali in meno rispetto a due settimane prima, quando andarono alle urne il 54,11% degli elettori. 5 anni fa le percentuali erano del 60,33% al primo turno, e 50,58% al secondo.

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La situazione, per quanto non così grave, è simile a Milano e Torino. Nel capoluogo lombardo la percentuale è scesa di tre punti fra il primo e il secondo turno, passando dal 54,65% al 51,80% Quando fu eletto Pisapia, in entrambi i round la percentuale era ben sopra il 67%. A Torino cinque anni fa bastò un turno per eleggere Piero Fassino, con una partecipazione del 66,53%. Nei turni delle amministrative 2016 non si è neanche raggiunto quota 60%, superando di poco il 57% il 5 giugno, e fermandosi al 54,41% domenica scorsa.
Diverso l’andamento a Roma. Qui il confronto risale a maggio 2013, quando Ignazio Marino venne eletto primo cittadino con il Partito democratico. In quell’occasione l’affluenza fu del 52,81% al primo turno, e del 45,05% al secondo. Oggi invece Roma è l’unica città in controtendenza, con il dato della partecipazione in crescita. Il 5 giugno la sfida per il Campidoglio ha coinvolto il 57,60% degli elettori romani. Al ballottaggio la partecipazione è diminuita, ma è comunque rimasta su un livello più alto rispetto alla tornata del 2013: per la sfida tra Raggi e Giachetti l’affluenza è stata del 50,46%.
Va sottolineato che il trend generale dell’affluenza a Roma è in calo (solo per fare qualche esempio, negli anni ’90 superava il 78%, e ancora nel 2008 al primo turno superava il 73%), ma la crescita rispetto al 2013 è comunque degna di nota: circa 100mila elettori in più sia al primo che al secondo turno hanno partecipato all’elezione della prima sindaca di Roma.
Ma il problema è solo italiano? Cosa succede invece nel resto d’Europa?
L’affluenza alle urne nei paesi dell’Unione europea
Prendendo Roma come esempio italiano di riferimento, abbiamo confrontato il dato dell’affluenza con quello delle principali capitali europee nelle ultime tornate per l’elezione del sindaco: Berlino, Londra, Madrid e Parigi.
In realtà è un confronto basato sui numeri è molto complicato, non tanto per la reperibilità dei dati, ma per le diverse leggi elettorali. Per esempio in Francia il diritto di voto non è legato solo al compimento della maggior età, ma anche all’essersi iscritti alle liste elettorali. 
Tuttavia alcuni numeri sono comunque utili per capire cosa succede in alcuni paesi del vecchio continente. Delle ultime elezioni comunali/municipali, la tornata che ha fatto registrare la più alta partecipazione dei cittadini è stata quella per eleggere il sindaco di Madrid nel 2015. Votò il 68,90% del corpo elettorale (ben oltre il 57,02% del primo turno di Roma quest’anno). Quattro anni prima, sempre a Madrid, la percentuale era del 67,22%.
A Berlino nel 2011 votò il 60% della popolazione, 5 anni prima la percentuale era del 58%. Più basso del dato romano quello di Parigi, anche se qui la distanza non è eccessiva. Nel 2014 al primo turno l’affluenza fu del 56,27%, nel 2008 del 56,93%.
Discorso a parte merita Londra. Come in generale nel mondo anglosassone, nella capitale del Regno Unito il tasso di partecipazione al voto è spesso molto basso, evento considerato segno di una democrazia “matura”. Sia nelle recenti elezioni, che in quelle precedenti del 2012, ha votato meno della metà della popolazione. L’elezione di Sadiq Khan il 6 maggio scorso ha portato alle urne il 45,30% dei cittadini londinesi, e 4 anni prima, quando Boris Johnson fu eletto per la seconda volta, la percentuale era del 38%.


 Proprio per la diversa natura delle tornate elettorali considerate (a Berlino i cittadini eleggono un “parlamento”, che poi a sua volta elegge il sindaco), è forse più utile confrontare il dato dell’affluenza su elezioni che hanno regole più o meno uniformi. Il caso più evidente riguarda il parlamento europeo, che è stato rinnovato nel maggio del 2014. In Italia il dato dell’affluenza è passato dal 65,05% del 2009, al 57,22%, scendendo per la prima volta sotto la soglia del 60%.





Nonostante questo, il nostro paese ha registrato comunque il quinto dato dell’affluenza più alto in Europa. Meglio di noi hanno fatto solo Belgio (89,64%), Lussemburgo (85,88%), Malta (74,80%) e Grecia (59,97%). In tre di questi quattro paesi votare è però obbligatorio.
Il ciclico allarmismo per il costante calo dell’affluenza è dunque da una parte giustificato (vista la tradizione di alta partecipazione elettorale del nostro paese), ma il dato va comunque contestualizzato e messo in relazione a una situazione più generale che vede, per diversi motivi, un livello di partecipazione alle elezioni in calo, o comunque mediamente basso.
Perché le persone non vanno a votare? Le cause principali dell’astensionismo
Abbiamo visto che l’astensionismo è in crescita in molti paesi europei, ed è un trend consolidato anche nei posti dove votare è obbligatorio. Nel nostro paese se ne discute da tempo. In occasione del recente referendum sulle trivelle alcune figure istituzionali, tra cui il premier Renzi e il presidente emerito Napolitano, hanno sostenuto la legittimità del non voto, riconoscendolo come diritto di ogni cittadino. 
È perciò importante chiedersi perché i cittadini decidono di non recarsi alle urne a votare. Quali sono le motivazioni del non voto? In molti hanno cercato di rispondere a questa domanda.
Gianfranco Pasquino, ex senatore e politologo di fama, evidenzia tre cause principali dell’astensionismo: I) la tendenza a partecipare solo alle tornate elettorali ritenute più importanti: generalmente l’affluenza è parecchio più alta alle elezioni politiche che alle amministrative; II) la forte somiglianza tra proposte e idee dei vari candidati e delle diversi coalizioni, con la conseguenza che la vittoria di uno o dell’atro avrebbe uno scarso impatto sulla vita dei cittadini; III) la crisi dei partiti, i quali ormai non riescono più a mobilitare gli elettori e portarli alle urne.
In Italia la terza opzione sembra essere la più influente, con una generale sfiducia nei confronti dei partiti e delle istituzioni. Grazie alla terza edizione del Rapporto sul benessere equo e sostenibile (Bes) dell’Istat tutto questo è ancora più evidente. Lo studio ha una sezione dedicata alla politica e alle istituzioni in cui, fra le altre cose, tiene traccia della fiducia dei cittadini nei confronti di: partiti politici, parlamento, sistema giudiziario, istituzioni locali e forze dell’ordine.




Istituzioni fiducia - Bes Istat
Come si può vedere, parlamento e partiti politici dal 2011 ad oggi hanno sempre, tra le istituzioni analizzate, il punteggio medio di fiducia più basso. Il dato per i partiti è leggermente in risalita fra il 2013 e il 2014, ma è la metà di quello relativo a sistema giudiziario e istituzioni locali, e quasi tre volte inferiore a quello delle forze dell’ordine.

 Fiducia Istituzioni - Bes Istat



Inoltre un terzo delle persone intervistate (di età superiore ai 14 anni), dichiara di non avere nessuno tipo di fiducia nei confronti dei partiti politici. Mentre il 22,5% delle persone non ha fiducia nel parlamento, e il 16,9% nel il sistema giudiziario. A livello territoriale i dati sono più o meno sempre gli stessi.
Fiducia istituzioni - territorio - Bes Istat
La fiducia dei cittadini verso il parlamento, il sistema giudiziario e i partiti politici è bassa in tutto il territorio nazionale, ma è un po’ più bassa al nord rispetto al mezzogiorno. Viceversa, la fiducia nelle Forze dell’ordine, nei Vigili del fuoco e nei governi locali è più bassa nel Mezzogiorno e leggermente più elevata al Nord“, si legge nel rapporto Bes 2015.
È evidente, quindi, che nonostante le cause del non voto possano essere tante, e persino legittime, in Italia il clima di sfiducia nei confronti dell’istituzioni ha un peso notevole nella questione. In un paese che storicamente ha avuto un tasso di partecipazione elettorale relativamente alto, non dovrebbe sorprendere che il vero crollo dell’affluenza sia avvenuto dopo lo scandalo Tangentopoli e la fine della prima repubblica.
Affluenza e astensionismo: come e perché cresce il partito del non voto
Nonostante votare in Italia sia un dovere civico, sempre più persone decidono di non partecipare. Anche nei paesi in cui questo dovere è stato formalmente impostato come obbligo, il partito del non voto è in crescita. Nel resto dell’Unione europea, sia nelle elezioni che coinvolgono tutto l’elettorato (come quelle per il parlamento europeo), che in quelle locali, i numeri sono in linea con quelli del nostro paese, se non addirittura peggio.
La notizia dunque non è tanto il basso livello di partecipazione, ma la ragione per cui gli italiani decidono di non votare. Il calo dei numeri è coinciso con lo scandalo Tangentopoli e l’inizio della seconda repubblica. Fino all’inizio degli anni 90 il tasso di partecipazione era poco sotto il 90% (nel 1992 votò ll 87,35%), nel 1996 si è scesi all’82,80%, fino ad arrivare al punto minimo per un’elezione politica nel 2013, quando andò alle urne solo il 75,20% degli elettori.
Più che in altri paesi il tema della sfiducia nei confronti delle istituzioni contribuisce ad allontanare i cittadini dalle urne. Le ultime elezioni a Roma in qualche modo ne sono una prova. La capacità di Virginia Raggi di presentarsi come volto nuovo ha portato più persone alle urne rispetto all’ultima tornata: un dato in controtendenza con il resto del paese.

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giovedì 15 febbraio 2018

Scambiato per ladro e picchiato senza pietà dalla polizia: «Rifiuto le scuse»

Avellino - Nella malasorte, Tony della Pia ha almeno la fortuna di essere un personaggio pubblico e di poter denunciare pubblicamente quanto gli è accaduto: massacrato di botte dalla polizia, che lo aveva scambiato per un ladro.

Tony Della Pia
Tony della Pia

Ora ha un occhio gonfio che non riesce ad aprire e dovrà farsi ricostruire un molare. Toni Della Pia, candidato alle prossime elezioni nel collegio di Avellino per Potere al Popolo, nonostante qualche capogiro, ricorda benissimo tutti i passaggi di un pomeriggio assurdo, quando è stato scambiato dalla Polizia per un ladro e picchiato. «Stavo rientrando dal lavoro con un mio collega - racconta all’agenzia Agi - e all’altezza di Baronissi sono stato avvicinato da tre pattuglie della Polizia che mi hanno fatto accostare. Ho pensato che qualche attrezzo fosse volato dal cassone del camion e ho avuto paura di aver provocato un incidente».
Della Pia, segretario provinciale di Avellino di Rifondazione Comunista, lavora come artigiano edile e ieri pomeriggio percorreva il raccordo autostradale Avellino - Salerno. «Ho chiesto cosa fosse successo e nessuno ha risposto - prosegue - un agente ha aperto lo sportello e mi ha tirato giù dal camion. In due mi trattenevano e altri due mi davano calci, mentre una poliziotta a un metro di distanza mi puntava una pistola contro. Ho preso un calcio in faccia che mi ha fatto saltare il molare e ho un occhio pesto». Pochi istanti che a Della Pia sembrano un’eternità.
«Sentivo il mio collega trattenuto nel camion - ricorda - che urlava agli agenti di fermarsi e soltanto allora un poliziotto più anziano ha detto ai colleghi di fermarsi perché qualcosa non quadrava. E hanno verificato i documenti del mezzo e miei. Hanno capito che non ero un ladro e volevano scusarsi».
La Polizia era infatti alla ricerca di un mezzo rubato poco prima. Uno scambio di persona che però Della Pia non giustifica. «Non ho accettato le loro scuse - spiega - perché anche se fossi stato un ladro non ho avuto alcuna reazione per giustificare un’aggressione così violenta. Queste persone dovrebbero rappresentare lo Stato e invece con questi metodi fanno perdere fiducia nelle istituzioni».
Della Pia è stato poi portato in ospedale a Mercato San Severino dove è rimasto fino alle 2,30 del mattino. I medici hanno riscontrato le ecchimosi e la lesione all’arcata dentale. L’esponente politico non considera chiusa la vicenda. «Presenterò una denuncia penale e una politica - dice - perché quanto accaduto a me poteva accadere a chiunque e credo che questi abusi vadano denunciati con forza sempre».

giovedì 1 febbraio 2018

Cacciamoli via a calci nel culo, altro che voto!


                                



Elezioni 2018, il voto dei diciottenni. "La politica ci esclude"

La delusione dei ragazzi fra i 18 e i 24 anni: quasi la metà non andrà alle urne a marzo. "Non ci sentiamo parte di una comunità". Solo M5S raccoglie il loro consenso, flop Pd

 

Roma, 7 gennaio 2018 - Il presidente della Repubblica Mattarella, nel corso del suo discorso di fine anno, ha sollevato la questione dell’astensione e in particolare modo dei giovani. Effettivamente è un problema, anche se non dell’ultima ora. Dagli inizi degli anni 2000 la partecipazione dei giovani è stata sempre molto limitata in occasione delle elezioni. Però con una notevole differenza tra amministrative e politiche. Nel primo caso si registra il maggiore livello di astensione nella fascia di età tra i 18-24 anni che tocca punte anche del 65%, nel secondo invece si riduce di molto. Per esempio alle Politiche 2013 l’astensione giovanile scese al 35%, così anche al referendum costituzionale del 2016.

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Certo, non sono comunque dati incoraggianti, ma indicatori di un differente comportamento tra momenti fortemente politici (elezioni nazionali e referendum) ed eventi elettorali locali. D’altronde il problema della bassa affluenza dei giovani è un fenomeno che si è ben evidenziato anche in relazione alle primarie del Pd: mediamente il 60% dei votanti ha un’età maggiore di 50 e solo il 3% è compresa tra i 18 ed i 24 anni. Non solo. Le nuove regole che hanno permesso la partecipazione anche dei 16 e 17enni si sono rilevate un flop. I millennials hanno rappresentato solo l’1% di tutti i votanti. Detto questo è chiaro come la bassa partecipazione dei giovani costituisca un problema. Al momento, in vista delle elezioni del prossimo 4 marzo, i risultati dell’Istituto Noto Sondaggi descrivono un livello di astensione tra i 18-24enni del 45%, mentre nel totale della popolazione è ferma al 30%, quindi un differenziale di +15, non poco.

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È da notare, però, che il voto dei giovani si modella in maniera completamente differente rispetto alla popolazione più adulta. Infatti tra quei 18-24enni che hanno intenzione di andare a votare è il M5S a raccogliere il massimo del consenso: i grillini arrivano addirittura al 43%. Il secondo partito è Liberi e Uguali con il 14%, segue la Lega con il 13% e Forza Italia con il 12. Il Pd, invece, riceve solo il 10% dei voti dei giovani che sono intenzionati a recarsi alle urne. Un risultato non lusinghiero. Quindi da questi dati si evince che non è l’età del leader di partito elemento importante nell’attrazione del consenso di questo particolare profilo elettorale.

Infatti se è vero che Di Maio è appena sopra i 30 anni, è anche vero che il consenso ai pentastellati tra i giovanissimi è stato sempre molto alto, anche quando il capo indiscusso era Grillo, oggi 69enne. Così anche il voto a Liberi e Uguali è consistente pur se il leader, il presidente del Senato Pietro Grasso, ha 73 anni. Pertanto è bene sgombrare la falsa ipotesi che i giovani sono attratti dai leader coetanei. Altrimenti non ci si spiegherebbe neanche la particolare attrazione elettorale che l’81enne Berlusconi continua a esercitare sui giovanissimi.

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È anche vero, però, che sollecitare i giovani alla partecipazione elettorale non è una cosa semplice. Più che sui contenuti concreti, la partecipazione giovanile è aggregabile sull’emozione, sul sogno di cambiamento e sul sentirsi parte di una comunità. Caratteristiche in parte identificabili con il M5S che appunto aggrega circa un giovane su due che vota.
Comunque sarà il ritmo della campagna elettorale a delineare la partecipazione di chi vota per la prima volta alle prossime elezioni politiche, questo è un particolare profilo che cerca entusiasmo, anima, positività, riconoscimento sociale e sentirsi parte di una comunità. Quale partito saprà conquistare i giovani indecisi a oggi è impossibile saperlo. Per adesso nessuno.

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REGIONI, TORNANO I VITALIZI/ Stop ai tagli dei Consiglieri: ecco perché, tra Costituzione e ‘solidarietà’

Regioni, tornano i vitalizi: lo stop ai tagli dal 2018, ecco perchè tra i motivi di Costituzione e il "contributo di solidarietà". Il caso del Lazio e la sfida politica M5s-Pd

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Almeno come “slogan” ci abbandoniamo anche noi al populismo (ma solo per un attimo): dal 2018 scatta lo stop ai tagli dei vitalizi per gli ex consiglieri nelle Regioni. E già ci immaginiamo, “scandalo”, “buu”, “politici ladri”, eccetera, eccetera. Ovviamente c’è un però (senza togliere che purtroppo quegli epiteti lanciati verso la politica nostrana spesso non va così lontana dalla realtà, ndr): il contributo costituzionale per tutti i consiglieri delle Regioni nelle scorse legislature aveva ricevuto fino al 2017 un taglio, uno stop, un tetto fissato per evitare spese esose enormi per amministrazioni che spesso per concedere quei costi devono tagliare spesa importante per i cittadini, provando un risparmio deciso e andando contro l’idea di “pura casta” che troppo spesso la politica ha mostrato in questi ultimi anni. Ebbene, come riporta il Messaggero oggi, da questo gennaio è scattato lo stop a questo taglio imposto e a tutte le sforbiciate che le regioni italiane avevano posto fino allo scorso anno (un 10% che veniva tagliato per oltre 3mila consiglieri italiani) finiscono praticamente con il tornare indietro al 2014 quando si erano cominciati i “tagli”. «Sui vitalizi degli ex consiglieri (quelli in carica non ne avranno diritto) i Consigli regionali hanno fatto scattare un contributo di solidarietà. Solo temporaneo, perché se avessero abolito o tagliato definitivamente i trattamenti previdenziali avrebbero infranto la Costituzione. E il triennio di validità, appunto iniziato per molte Regioni nel 2015, scadrà nell'anno appena iniziato»: quanto scrive il Messaggero e il Gazzettino è vero, infatti il motivo per cui questi vitalizi tornano a farsi vivi è che a livello nazionale, la Costituzione li prevede e fino a che non si modifica quell’articolo, non si potrà materialmente tagliare del tutto quel contributo, a meno di particolari “mosse” come il contributo di solidarietà che per tre anni aveva almeno limitato la cifra massima di vitalizio.

IL “CASO” DEL LAZIO

Per cui bisogna attendere una “mossa” in Parlamento, e con la nuova Legislatura a questo punto, visto che le tempistiche dopo i ricorsi mossi da tantissimi ex consiglieri regionali non danno possibile l’approvazione di una nuova legge prima delle Elezioni del 4 marzo. I casi più “spinosi” si vedono intanto in Lazio e Sicilia, le due regioni che con i vitalizi hanno sfondato ogni possibile decenza nei costi e nei ricorsi effettuati per evitare il taglio delle “pensioni” dei consiglieri: in Regione Lazio è scaduto il taglio aivitalizi, e subito è montata la polemica cavalcata dai due candidati al posto di Governatore. La Lombardi (candidata M5s) attacca il Pd del presciente uscente Zingaretti, «Alla regione riaumentano i vitalizi. In caso di elezione, non li ridurremo ma li aboliremo. Poi fatemi ricorso…». Ovviamente arriva immediata la risposta di Zingaretti che prova a spiegare il perché la norma ancora non è stata approvata: «Noi siamo stati la prima giunta in Italia a cancellare i vitalizi per i consiglieri regionali quelli attuali e quelli del futuro. Per quelli che erano diritti pregressi abbiamo fatto un fondo per tagliare questi vitalizi e visto che la Corte Costituzionale non prevedeva permanente si conclude con questa legislatura ma solo ed esclusivamente per salvare il provvedimento da eventuali ricorsi che ci sono stati. È ovvio che appena si riapre la legislatura scattata il rinnovo del fondo di solidarietà quindi non c’è nessuna cosa da nasconder», ha spiegato a Radio Radio il Governatore uscente e candidato alla prossima legislatura.