IL DEBITO PUBBLICO ITALIANO

giovedì 11 aprile 2019

Stefano Cucchi, il testimone imputato parla in aula: “Schiaffi, spinte e calci in faccia. Così i miei colleghi lo picchiarono”

 Il vicebrigadiere dei carabinieri Francesco Tedesco, super teste e imputato per omicidio preterintenzionale, depone in aula e conferma le accuse ai colleghi Alessio Di Bernardo e Raffaele D'Alessandro nel processo-bis sulla morte del geometra romano. 


La ricostruzione minuto per minuto di quanto accaduto - secondo la sua versione - nella notte dell'arresto: "Dissi: 'Basta, che cazzo fate'". E sui giorni seguenti: "Ero solo e terrorizzato. Il maresciallo Mandolini mi minacciò e mi disse di seguire la linea dell'Arma'". Le scuse alla famiglia e agli agenti della penitenziaria: "Nove anni di silenzio sono stati un muro insormontabile". La sorella Ilaria: "Finalmente la verità dopo 10 anni di menzogne e depistaggi". Di Maio: "Deposizione sconvolgente"

 Stefano Cucchi, il testimone imputato parla in aula: “Schiaffi, spinte e calci in faccia. Così i miei colleghi lo picchiarono”

Iniziò tutto al fotosegnalamento perché Stefano Cucchi “si rifiutava di prendere le impronte”. La notte del 15 ottobre 2009, quella del presunto pestaggio del geometra romano, poi deceduto una settimana più tardi all’ospedale Pertini, partì così secondo la versione fornita in aula da Francesco Tedesco, il carabiniere imputato nel processo-bis insieme ai colleghi Alessio Di Bernardo e Raffaele D’Alessandro con l’accusa di omicidio preterintenzionale. Un “battibecco”, lo chiama nel suo atto d’accusa davanti alla Corte d’Assise di Roma dopo aver chiesto scusa per i nove anni di silenzi alla famiglia Cucchi e agli agenti di polizia penitenziaria finiti sotto accusa nel primo processo. Ma il litigio non finisce lì: “prosegue” fuori dalla stanza e si trasforma in altro. Un vero e proprio pestaggio, secondo la versione del carabiniere brindisino che ha rotto il silenzio: uno schiaffo violento in pieno volto, un forte calcio con la punta del piede all’altezza dell’ano e ancora una spinta con “con violenza” che provocò “una caduta in terra sul bacino“. Così Cucchi “sbattè anche la testa” e poco dopo “D’Alessandro gli diede un violento calcio all’altezza del volto”. “Una deposizione sconvolgente“, la definisce il vicepremier Luigi Di Maio.
Il racconto in aula dieci anni dopo
A quasi dieci anni dalla morte di Cucchi, Tedesco racconta tutto d’un fiato in aula la sua versione della notte in cui il 31enne venne fermato e portato nella caserma Casilina. “Non era facile denunciare i miei colleghi – ha spiegato il vicebrigadiere – Il primo a cui ho raccontato quanto è successo è stato il mio avvocato. In dieci anni della mia vita non lo avevo ancora raccontato a nessuno”. Anche a causa di un clima che in quei giorni, all’interno delle caserme, lo aveva “terrorizzato”. Perché almeno un suo superiore sapeva, Roberto Mandolini, lo “minacciò esplicitamente” e gli disse “di seguire la linea dell’Arma”. Non un consiglio, ma qualcosa di percepito come una “violenza”, una sorta di ordine che – se non rispettato – avrebbe potuto portare al suo allontanamento dai carabinieri.


“Così lo pestarono, chiedo scusa alla famiglia”

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Stefano Cucchi. Risultato del pestaggio subito dai Carabinieri.


Ha raccontato tutto dopo essersi accomodato in aula e aver chiesto scusa alla famiglia Cucchi e agli agenti della polizia penitenziaria imputati nel primo processo: “Per me questi 9 anni di silenzio sono stati un muro insormontabile”, ha detto aprendo la sua deposizione. Quindi il pestaggio, quasi in presa diretta, tutto d’un fiato: “Al fotosegnalamento Cucchi si rifiutava di prendere le impronte: siamo usciti dalla stanza e il battibecco con Alessio Di Bernardo è proseguito. Mentre uscivano dalla sala, Di Bernardo si voltò e colpì Cucchi con uno schiaffo violento in pieno volto”, racconta entrando nei particolari. È l’inizio delle violenze, che proseguono: “Poi lo spinse e D’Alessandro diede a Cucchi un forte calcio con la punta del piede all’altezza dell’ano. Nel frattempo io mi ero alzato e avevo detto: ‘Basta, finitela, che cazzo fate, non vi permettete'”, racconta Tedesco. Ma la sua reazione non ferma i colleghi: “Di Bernardo proseguì nell’azione spingendo con violenza Cucchi e provocandone una caduta in terra sul bacino, poi sbattè anche la testa. Io sentii un rumore della testa che batteva. Poi D’Alessandro gli diede un violento calcio all’altezza del volto”.

 “Mandolini sapeva, il verbale era già pronto”
Tedesco – che risponde anche di falso nella compilazione del verbale di arresto e calunnia insieme al maresciallo Mandolini, all’epoca dei fatti a capo della stazione Appia – ha poi puntato il dito proprio contro il maresciallo. Secondo la sua ricostruzione, “Mandolini sapeva fin dall’inizio” quanto accaduto perché era stata la prima persona con la quale il vicebrigadiere e D’Alessandro e Di Bernardo avevano parlato. La sera stessa dell’arresto di Cucchi, dopo il pestaggio, i tre portarono il geometra presso la stazione Appia dove i colleghi sotto accusa parlarono con Mandolini di quanto era successo. “Arrivò anche Vincenzo Nicolardi (imputato anche lui con l’accusa di calunia, ndr) – aggiunge Tedesco – che parlò, solo, con Mandolini”. Quando “arrivammo alla caserma Appia in ufficio il verbale era già pronto e il maresciallo Mandolini mi disse di firmarlo” mentre “Cucchi non volle firmare i verbali”, ha spiegato il carabiniere.

 “Mi disse di seguire la linea e mi minacciò esplicitamente”
“Mentre stavamo in auto per rientrare alla caserma Appia – ha aggiunto – Cucchi era silenzioso, si era messo il cappuccio e non diceva una parola, chiedeva il Rivotril”, farmaco usato per l’epilessia. Il carabiniere brindisino si è addentrato quindi nel clima di quei giorni, al centro dell’inchiesta sul depistaggio appena chiusa e che coinvolge 8 carabinieri, tra cui due ufficiali: “In quel periodo tutto passava da Mandolini per la vicenda Cucchi. Lo fermai un giorno chiedendogli cosa avremmo dovuto fare nel caso ci avessero chiesto qualcosa, ma lui mi rispose ‘Tu non ti preoccupare, devi dire che stava bene. Tu devi seguire la linea dell’arma se vuoi continuare a fare il carabiniere'”. Quelle parole, ha chiarito, venne percepite “come una minaccia abbastanza seria”. Non solo perché, aggiunge Tedesco, “la prima delle due volte che sono stato sentito dal pm, poi, venni accompagnato da Mandolini il quale non mi minacciò esplicitamente, ma mi disse sempre di stare tranquillo e di dire che Cucchi stava bene. Io, però, non mi sentivo affatto tranquillo”.


“Ero terrorizzato, solo contro un muro”
E ha quindi spiegato che in quei giorni “dire che ebbi paura è poco”. Si è definito “letteralmente terrorizzato”: “Ero solo contro una sorta di muro. Sono andato nel panico quando mi sono reso conto che era stata fatta sparire la mia annotazione di servizio, un fatto che avevo denunciato”, ha detto davanti alla Corte. “Ero solo, come se non ci fosse nulla da fare. In quei giorni io assistetti a una serie di chiamate di alcuni superiori, non so chi fossero, che parlavano con Mandolini – ha aggiunto – C’era agitazione. Poi mi trattavano come se non esistessi. Questa cosa l’ho vissuta come una violenza”.

“Quando ha parlato Casamassima non mi sono più sentito solo”
Negli scorsi mesi il pm Giovanni Musarò aveva svelato che Tedesco, nell’estate 2018, era stato ascoltato più volte dopo aver rivelato a nove anni di distanza che il geometra 31enne venne “pestato” da due suoi colleghi. Oggi Tedesco ha confermato in aula quanto ricostruito davanti ai magistrati della procura di Roma nel corso degli interrogatori.  “Io ho avuto paura perché, quando il 29 ottobre 2009 sono stato costretto a non parlare, mi sentivo in una morsa dalla quale non potevo uscire. Ho capito che il muro cominciava a sgretolarsi quando Casamassima (Riccardo, uno dei militari che ha fatto riaprire l’inchiesta) ha cominciato a parlare e non mi sono sentito più solo come prima”, ha detto in aula durante l’interrogatorio rispondendo al pm che gli chiedeva perché non avesse rotto prima il silenzio. “La lettura del capo di imputazione contro di me ha inciso sulla mia decisione di parlare”, ha aggiunto perché il pestaggio descritto “corrispondeva a ciò che avevo visto” e quando “ho letto che il pestaggio e la caduta avevano determinato la morte di Cucchi ho riflettuto e non sono riuscito più a tenere dentro questo peso”.

Ilaria Cucchi: “Finalmente la verità dopo 10 anni di menzogne”
Per Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, con la deposizione di Tedesco “dopo dieci anni di menzogne e depistaggi in quest’aula è entrata la verità raccontata dalla viva voce di chi era presente quel giorno”. Per quanto riguarda le dichiarazioni e le intenzioni espresse dal comandante generale dell’Arma, Giovanni Nistri, in una lettera invitata alla famiglia nelle scorse settimane “ci fanno sentire finalmente meno soli, si è schierato ufficialmente dalla parte della verità”. La sorella del geometra romano prosegue: “A differenza di quello che qualcuno dei difensori ogni udienza dà ad intendere, chi rappresenta l’Arma non sono i difensori degli imputati ma è il loro comandante generale, che ora si è schierato ufficialmente dalla parte della verità”, ha aggiunto. “Sentivo il carabiniere Tedesco descrivere come è stato ucciso mio fratello – ha concluso Ilaria – e il mio sguardo cercava quello dei miei genitori che ascoltavano raccontare come è stato ucciso il loro figlio. È stato devastante, ma a questo punto quanto accaduto a Stefano non si potrà mai più negare”.

Di Maio: “Rispetto per la famiglia Cucchi e per il comandante Nistri”
La deposizione di Tedesco”è sconvolgente e restituisce dignità a una famiglia che chiede giustizia da anni”, commenta con un lungo post su Facebook il vicepremier Luigi Di Maio. Il capo politico del M5s sottolinea la necessità di “rispetto” innanzitutto per la famiglia Cucchi, “per la loro sofferenza, per la loro legittima ricerca della verità“. “E in questo senso – continua Di Maio – mando un abbraccio a Ilaria e ai suoi cari, esprimendo loro la mia vicinanza per tutte le difficoltà trascorse, per le minacce ricevute, per i momenti di dolore e di abbandono che però non li hanno mai fermati“. Il vicepremier parla di “rispetto” anche per “l’Arma dei Carabinieri, per ciò che rappresenta, per il lavoro che svolge ogni giorno a tutela della nostra sicurezza” e loda la lettera scritta dal Comandante Giovanni Nistri che ha ipotizzato di chiedere alla Presidenza del Consiglio l’autorizzazione a costituire l’Arma parte civile nel processo. “Rappresenta a mio avviso una condotta esemplare da parte di un vero uomo delle istituzioni, che non ha mai cercato consensi, né notorietà”, scrive Di Maio. “Chi si macchiò, direttamente e indirettamente, del decesso di Stefano pagherà“, continua il post, ma “non si faccia di tutta l’erba un fascio“. “Siamo tutti dalla stessa parte. Dalla parte della verità!”, conclude il vicepremier.

Fonte

Commento di Oliviero Mannucci: Ci possono essere scuse per un comportamento così barbaro e malvagio, io credo di no! Vergogna!!!!!

sabato 6 aprile 2019

MEZZI PUBBLICI, NO MEZZO PRIVATO? AHIAIHAI!

Cari lettori, io durante l'anno mi avvalgo come molti dei mezzi pubblici, ci sono spot alla radio, alla televisione, sui giornali, che invitano ad usare il mezzo pubblico e non quello privato per i propri spostamenti e io lo faccio, ma c'è un piccolo problema.... SPESSO I MEZZI PUBBLICI NON SONO AFFIDABILI!!!!!!!!

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 Questo perché gestiti da persone totalmente irresponsabili e non competenti, che con tutto il rispetto per chi pulisce i cessi, dovrebbero andare a fare questo mestiere invece che i manager. Durante l'anno io utilizzo sia i mezzi ATAF che quelli di BUSITALIA e i treni. I treni, spesso sono sporchi, sovraffolati e in ritardo. L'ATAF idem, e BUSITALIA  fa proprio cagare, più di tutti. Saltano le corse, non rispettano gli orari e sono molto arroganti.

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 Se il bus non passa, o arriva in ritardo, e perdo ore di lavoro e chiedo il giusto rimborso, non solo del biglietto o uno sconto dell'abbonamento successivo per il danno arrecatomi e anche del mancato guadagno, BUSITALIA si eclissa, fa orecchie da mercante, e se parli con un ispettore di questo problema, ti dicono con arroganza - Vuole il rimborso, dovrà mettere un avvocato -  Quindi ti costringono ad adottare il famoso detto della Bibbia - Occhio per occhio, dente per dente -  cioè non pagare più niente, ne biglietti ne abbonamenti, per avere una sorta di rimborso preventivo coatto, perché tanto è sicuro che durante l'anno si verificheranno una serie di disguidi che se viaggi tutti i giorni con i mezzi pubblici, cominciano a pesare sul proprio bilancio per qualche migliaio di euro. Perchè se io non mi presento a lavoro in tempo, mi detraggono ogni ora di lavoro persa, senza contare il cazziatone del dirigente, che se gli spieghi che il ritardo è dovuto ai mezzi pubblici, pensa alla solita scusa per scaricare la responsabilità sugli altri.
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 Ho provato per anni a segnalare gli innumerevoli disguidi alla REGIONE TOSCANA, ma non fanno un cazzo anche loro, fanno finta di farsi carico della cosa, ma poi se ne fregano altamente. Morale della favola, fate come me, affrontate i controllori tranquillamente, fatevi fare la multa, e poi non pagate niente. Così saranno loro a dover mettere l'avvocato! Io oramai faccio così da tempo, e vi garantisco che funziona. Alla fine dell'anno, se non altro pareggio le perdite che avrei dovuto subire, con il risparmio su biglietti e abbonamenti. Questo lo dico, dopo più di trent'anni in cui ho sempre pagato tutto sino all'ultima lira e centesimo. In Italia, purtroppo, se si vuole essere rispettati BISOGNA FARE COSI'. Altrimenti lo prendi sempre nel culo!

P.S. Qualche anno fa, quella che fu la SITA, ora BUSITALIA, truffava i viaggiatori facendo pagare il biglietto Poggibonsi  Via Cassia, lo stesso prezzo del Poggibonsi Via superstrada. Fino a quando un giorno chiamai i Carabinieri. Il dirigente dell'autostazione di Firenze, non voleva sentire ragioni, nonostante che le tariffe stampate da loro, indicavano chiaramente che il biglietto Via Cassia aveva un importo inferiore  da quello loro ingiustamente richiesto e mi disse: Lei non è intelligente, lei non capisce niente. Salvo poi all'arrivo dei Carabinieri ammettere la propria colpa. E io mi tolsi una grande soddisfazione, soprattutto quando i Carabinieri mi ringraziarono dicendomi: Lei è meglio del Gabibbo!

sabato 30 marzo 2019

Ciampino: "Pasquino" se la prende con i parcheggi a pagamento e con i politici "ladri"

CIAMPINO (attualità) - Un cartello affisso su un parcometro di via Mura di Francesi


"Pasquino" in versione ciampinese colpisce - quasi in via del tutto inedita - e s scaglia contro "i politici locali che hanno rubato 48 milioni" di euro e contro l'aumento che delle tariffe per la sosta a pagamento.
Il cartello, affisso proprio su uno dei parcometri di via Mura dei Francesi nei giorni scorsi e pubblicato sul gruppo Facebook "Ciampino e dintorni, informazione e cronaca", si conclude con un perentorio "Vi saluto ladroni".

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A parte il folklore del cartello scritto a mano su un cartone ed affisso alla macchinetta del parcheggio, è evidente che l'aumento delle tariffe di cui si discute da mesi e che rappresenta un'azione di tentativo di rimpinguare le casse comunali esangui da parte della commissaria prefettizia, turbi il sonno ai cittadini.
Una cosa è certa: "Pasquino" coglie nel segno e l'impressione, a leggere la grafia, è che si tratti di una persona anziana. E particolarmente avvelenata.

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lunedì 11 marzo 2019

Attenzione ad ENEL ENERGIA ne combina di tutti i colori !

ENEL ENERGIA, SIAMO ALLA TRUFFA!

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Enel Energia continua ancora nella sua martellante campagna "porta a porta", tesa a far disdettare agli utenti i contratti di energia elettrica o/e di gas.
Ma la campagna ha sempre i contorni della pratica scorretta e sleale, perchè ai consumatori viene sempre dato ad intendere che si tratta sempre della "vecchia" Enel e perchè si promettono cifre iperboliche di presunti sconti, che poi non si riscontrano sulle bollette.
Ultimamente, però, si sta oltrepassando il limite della decenza: infatti sono decine e decine i reclami giunti presso le nostre sedi, da parte di consumatori che non hanno mai sottoscritto alcun contratto con Enel Energia, ma si sono visti recapitare le fatture. Indagando a fondo e chiedendo la copia di tali contratti, abbiamo scoperto che non erano mai stati firmati dagli utenti, ma probabilmente dagli stessi venditori. Che, è bene ricordarlo, fanno parte di strutture esterne al gruppo Enel e hanno tutto l’interesse a fare quanti più contratti possibili e nei modi più disparati. Senza alcuna preparazione professionale e senza alcuna sensibilità nei confronti dei consumatori!
Occorre tornare a fare un po’ di chiarezza, e l’Autority dell’Energia dovrebbe fare anche la sua parte, controllando e sanzionando questi comportamenti a dir poco illegittimi.
Intanto ripetiamo ai consumatori che Enel Energia non ha nulla a che fare con Enel Servizio Elettrico, perchè l’una fa parte del mercato e l’altra, invece, del settore vincolato. E’ logico, a questo punto, che Enel Energia debba quanto meno cambiare nome, senza indurre così confusione per i consumatori, desiderosi solamente di riuscire a risparmiare sulle tariffe.
Inoltre, a proposito di tariffe, Enel Energia millanta sconti che poi non si ritrovano nelle bollette, tanto che gli utenti fanno subito istanza per rientrare nella vituperata "vecchia" Enel.
Rivolgiamo un accorato appello ad Enel Energia, azienda con la quale le associazioni dei consumatori hanno stretto anche un protocollo d’intesa: BASTA CON QUESTE PRATICHE COMMERCIALI SCORRETTE! BASTA CON QUESTE ESTERNALIZZAZIONI DA DILETTANTI! TORNIAMO AI CONTRATTI CORRETTI FATTI SOLO ED ESCLUSIVAMENTE DAL PERSONALE ENEL E DA AZIENDE SPECIALIZZATE!

http://www.polidream.org/lo-sportello-del-consumatore/enel-energia-siamo-alla-truffa/ 

Leggi cosa pensano i già clienti di Enel Energia 

sabato 2 marzo 2019

Formigoni condannato in Cassazione, va in carcere

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La decisione della suprema corte: all'ex governatore 5 anni e 10 mesi per la corruzione nel processo Maugeri-San Raffaele

 

Roberto Formigoni è stato condannato a 5 anni e 10 mesi in via definitiva dalla Corte di Cassazione per il reato di corruzione: era a processo per il crac delle fondazioni Maugeri e San Raffaele.
Non appena verrà trasmesso il dispositivo della sentenza della Cassazione, il sostituto pg Antonio Lamanna, titolare del fascicolo, emetterà l’ordine di esecuzione della pena e quindi per l’ex governatore lombardo si apriranno le porte del carcere.
Il verdetto è arrivato dopo poco più di tre ore di camera di consiglio.
L’accusa aveva chiesto la “massima pena” e cioè la conferma della condanna a 7 anni e 6 mesi, oltre all’interdizione perpetua dai pubblici uffici. La Cassazione ha confermato la condanna, ma con uno sconto, dovuto agli effetti della prescrizione.
SENZA SCONTI – Formigoni, 71 anni, andrà in carcere senza godere dei benefici penitenziari, a partire dalla detenzione domiciliare prevista per gli ultrasettantenni, esclusa dalla nuova legge “spazzacorrotti” per i condannati per reati, come la corruzione, contro la pubblica amministrazione.
LE TAPPE – Il processo di primo grado era iniziato nel maggio del 2014 e nel dicembre del 2016 Roberto Formigoni era stato condannato a 6 anni di carcere, con l’interdizione dai pubblici uffici.
In appello, lo scorso settembre, e come richiesto dall’accusa, Formigoni era stato condannato a sette anni e mezzo, un anno e mezzo in più rispetto al primo grado.
LE ACCUSE – Le accuse al “Celeste” vennero rivolte dai pubblici ministeri per l’ipotesi di reato di corruzione in campo sanitario: un accordo col mediatore Pierangelo Daccò, uomo chiave nel passaggio di soldi dalla Regione a strutture private. In cambio a Formigoni venivano dati una serie di “benefit” per un valore di 6,6 milioni. I finanziamenti pubblici arrivati al San Raffaele ammontano a 120 Milioni, e 180 milioni per la clinica Maugeri.

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Acerra, il vescovo tuona contro i cattivi politici: «Bande di ladri»



Gran folla ai funerali dell’ex sindaco di Acerra Immacolata Verone ed il vescovo striglia i cattivi politici. Più di un migliaio persone hanno salutato, stamattina nella cattedrale, per l’ultima volta il primo sindaco donna di Acerra eletto a suffragio diretto 14 anni fa dopo lo scioglimento della civica assise per infiltrazioni camorristiche.

«È stata al servizio del bene comune perché amava veramente Acerra» ha esordito monsignor Antonio Di Donna durante la sua omelia ripercorrendo la storia amministrativa, ma soprattutto di di insegnante e volontaria impegnata nel sociale di “Titina” Verone, morta a 69 anni giovedì sera a seguito di una lunga malattia.

«La politica è appunto un servizio per costruire una città migliore e coloro che non operano così sono solo una banda di ladri» ha tuonato dall’altare don Antonio Di Donna citando Sant’Agostino. In prima fila c'era il sindaco Raffaele Lettieri, il presidente del consiglio Andrea Platto e la presidente dell'Unicef Margherita Dini Ciacci. Accanto a loro i familiari di Verone. «Beati quei politici che non guardano alla prossima elezione, ma alla generazione futura», incalza monsignor Antonio Di Donna per poi scagliarsi contro i vizi capitali della politica: corruzione, arricchimento personale,  favori personali invece di diritti e mancata tutela dell’ambiente. «Ed è per questo che non bisogna disperdere la lezione di Titina e prenderne il testimone di un’esistenza spesa per gli altri», ha esortato Di Donna.

Alla fine della celebrazione tra scroscianti applausi un corteo ha accompagnato il feretro avvolto nella bandiera dell’Unicef fino a piazza Castello, antica sede del Municipio sulle note di «Morning has broken» di Cat Stevens. «Il mese prossimo durante la settimana della musica, l’ultimo suo impegno a favore dei bambini, ricorderemo Titina con una manifestazione», ha annunciato la presidente dell’Unicef Margherita Dini Ciacci.

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lunedì 11 febbraio 2019

“Ci vorrebbe un po’ di scuola Diaz”: il capogruppo della Lega alla Circoscrizione 6 Torino sugli anarchici

Il capogruppo si è subito scusato per il post su Facebook


Ha fatto molto discutere un post scritto da Alessandro Ciro Sciretti, il capogruppo della Lega alla Circoscrizione 6 di Torino, in merito agli scontri che si sono verificati il 9 febbraio 2019 nel capoluogo piemontese tra la polizia e anarchici.

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“Ci vorrebbe un po’ di scuola Diaz”, è stato il cuore del suo commento affidato ai social.
“Ditemi voi se tutto questo è accettabile”, ha scritto Sciretti. “Nessuna pietà, nessuna, per queste persone. Le Forze dell’ordine sono troppo limitate nei loro poteri. Ci vuole un po’ di Scuola Diaz”.
I toni critici sono durati ben poco. In meno di un’ora infatti è stato costretto a fare un passo indietro e a giustificarsi per quanto scritto: “Chiedo scusa a chi non capisce le provocazioni”.
Il post, ha spiegato Ciro Sciretti, era frutto della rabbia contro gli scontri avvenuti a Torino e per i danni arrecati alla città: “Mi richiamo sempre alla legalità. Per questo, il riferimento ai fatti della Diaz non è, e non può essere preso, come una seria riflessione, ma solo ed esclusivamente come una provocazione”.
Le scuse però non sono state abbastanza per Emanuele Fiano, del Pd, che ha chiesto a Matteo Salvini e alla Lega di dissociarsi. “Troppo facile cavarsela con le scuse sui social, Salvini e la Lega prendano immediatamente le distanze dalle dichiarazioni del capogruppo Sciretti. La Diaz è stata una pagina ingiustificabile della nostra storia e che oggi vi sia qualcuno pronto a rievocarla fa davvero rabbrividire”.

Gli scontri a Torino

Oltre 500 anarchici si sono dati appuntamento nel pomeriggio di sabato 9 febbraio in piazza Castello, a Torino, per protestare contro lo sgombero dell’asilo occupato di via Alessandria, avamposto anarchico fin dalla metà degli anni Novanta.
La polizia ha lanciato lacrimogeni contro gli anarchici che hanno cercato di attraversare il ponte sulla Dora di corso Regio Parco. I manifestanti hanno incendiato un cassonetto e gettato bombe carta, con gli agenti che hanno risposto con un fitto lancio di lacrimogeni, attivando anche l’idrante.


G8 Genova, Cestaro: "Ho visto l'orrore dello Stato"

 L'uomo, che all'epoca dei fatti aveva 62 anni, ha riportato danni permanenti a causa del pestaggio subito alla Diaz: "Mi sentirò davvero risarcito quando la tortura diventerà reato"

 Il 21 luglio del 2001, durante il G8 di Genova, Arnaldo Cestaro era il più anziano dei manifestanti presenti all'interno della scuola Diaz a Genova. Durante i pestaggi della polizia riportò la frattura di un braccio, una gamba e dieci costole. Oggi Cestaro ha vinto il ricorso presentato alla Corte di Strasburgo sui pestaggi al G8 di Genova, ma si sentirà davvero risarcito solo quando sarà introdotto il reato di tortura: "I soldi non risarciscono il male che è stato fatto. E' vero, è un primo passo quello di oggi, ma mi sentirò davvero risarcito solo quando lo Stato introdurrà il reato di tortura", afferma Cestaro.

G8 Genova, Cestaro: "Ho visto l'orrore dello Stato"
Arnaldo Cestaro


"Oggi ho 75 anni ma non cancellerò mai l'orrore vissuto. Ho visto il massacro in diretta, ho visto l'orrore del nostro Stato. Dopo quindici anni, le scuse migliori sono le risposte reali, non i soldi. Il reato di tortura è una cosa legale", ha dichiarato l'uomo dopo la sentenza.

Arnaldo Cestaro è nato ad Agugliaro, in provincia di Vicenza, l'11 maggio del 1939. Oggi ha 75 anni e vive a Padova. Fin da giovane aveva aderito al Partito Comunista e, nell'estate del 2001, partì per Genova con i compagni delle sezioni di Rifondazione Comunista di Vicenza e di Montecchio Maggiore. Arrivato nel capoluogo, il 21 luglio partecipò alla manifestazioni pacifiche della mattinata e, verso sera, decise di trascorrere la notte in città ma, non conoscendola, chiese quindi consiglio ad una signora che lo accompagnò alla scuola Diaz.

Cestaro entrò nell'edificio e cercò un posto dove trascorrere la notte. Si sistemò proprio a ridosso della porta d'entrata, sul pavimento in legno della palestra. Uscì a mangiare un boccone e poi rientrò, stanco e provato dalla giornata. Si addormentò quasi subito ma poco prima della mezzanotte sentì un rumore infernale e pochi istanti dopo la porta di ingresso venne sfondata. In un primo momento pensò ad un attacco dei black bloc, ma ben presto si rese conto che si trattava di una irruzione della polizia. Arnaldo cercò di difendersi dai manganelli, gridando di essere una persona anziana e pacifica. E' lui l'uomo con i capelli bianchi citato dal vice questore Michelangelo Fournier nella deposizione davanti ai giudici, durante il processo per i fatti della Diaz. Fournier definì quell'irruzione una "macelleria messicana" e raccontò ai magistrati di aver urlato "basta!" ai poliziotti che stavano picchiando un'uomo anziano. Quell'uomo anziano era proprio Cestaro: quella notte venne portato in ospedale con dieci costole rotte, un braccio e una gamba rotte, la testa piena di ematomi e il corpo pieno di lividi. I colpi gli provocarono plurime fratture. L'uomo fu operato subito all'ospedale di Genova e qualche anno più tardi di nuovo al Careggi di Firenze. Le ferite, riferisce la Corte, gli hanno procurato danni permanenti, con debolezza persistente del braccio e della gamba destri.

Oggi ha ottenuto un risarcimento danni di 45 mila euro dalla Corte di Strasburgo che ha riconosciuto che, al G8, le forze dell'ordine fecero vere e proprie "torture". Come racconta uno dei suoi avvocati, "A Cestaro lo Stato ha già pignorato i 35 mila euro di risarcimento che gli vennero riconosciuti in sede penale. Aveva delle cartelle di Equitalia e lui non fece in tempo nemmeno ad intascare quella cifra. Lo Stato gliela pignorò immediatamente".

Appena ha saputo la notizia del ricorso vinto dai suoi legali, Cestaro ha pensato: "Siamo davanti ad un primo passo. Subito però - ha aggiunto - ho pensato all'orrore vissuto e mi è venuta tanta amarezza perchè la legge sulla tortura avrebbe già dovuto essere introdotta da tempo. Fummo sottoposti a reali torture. Ne porto ancora le conseguenze e penso che, se il Parlamento non agirà, il male che hanno fatto a me lo faranno ad altri". Arnaldo Cestaro ogni anno torna a Genova sui luoghi del G8. Amici da riabbracciare, ma anche ricordi dolorosi. "E ogni volta penso che quello che abbiamo vissuto non deve più succedere", dice con amarezza.

Fonte

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 Commento di Oliviero Mannucci: La notizia della dichiarazione di Alessandro Ciro Sciretti si commenta da se. E' accettabile la violenza dello stato, quando i cittadini fanno sentire il loro dissenso perché esasperati da chi spesso pensa solo a prendere e mai a dare!?
 





Pastori sardi, cosa sta succedendo? I motivi di una protesta che ora minaccia le elezioni regionali

In Sardegna non si placa la protesta dei pastori per il crollo del prezzo del latte: la minaccia ora è il blocco dei seggi alle elezioni regionali.

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Se in Francia era stato l’aumento del costo del carburante a scatenare la protesta dei gilet gialli, iniziata a novembre e ancora in corso, in Sardegna invece è stato il prezzo del latte ovino e caprino, ritenuto troppo basso dagli allevatori, a mettere sul piede di guerra i pastori.
Negli ultimi giorni si sono susseguite manifestazioni di protesta e blocchi in tutta la Sardegna, con migliaia di litri di latte versato in strada, ma adesso i pastori minacciano di boicottare le elezioni regionali di domenica 24 febbraio se non verrà trovata una soluzione alla vertenza aperta.

I motivi della protesta dei pastori sardi

La chiamano “l’onda bianca” questo movimento di protesta dei pastori sardi che, dopo giorni di manifestazioni e blocchi, continua a tenere banco chiamando in causa direttamente la politica nazionale.



Il tutto è iniziato il 6 febbraio quando nei pressi di Villacidro, località tra Cagliari e Oristano, un camion di un’azienda casearia è stato bloccato da due uomini incappucciati con tanto di bastoni in mano. Dopo aver minacciato l’autista, lo hanno obbligato a versare in strada il latte appena raccolto.
Da quel momento in tutta la Sardegna si sono susseguite manifestazioni di protesta, con migliaia di litri di latte versato in strada, oltre a blocchi stradali che hanno interessato soprattutto la Statale 131 (la principale strada di comunicazione dell’isola) e la zona nelle vicinanze del porto di Porto Torres.
Gesti forti per una situazione che i pastori sardi definiscono al limite dell’esasperazione. Il casus belli è il prezzo che le grande industria casearia paga agli allevatori per il latte ovino e caprino, 60 centesimi al litro, ritenuto troppo basso anche per coprire le spese: la richiesta è quella di almeno 77 centesimi al litro, mentre Confagricoltura stima in 1 euro al litro quello che sarebbe il giusto prezzo.
Una protesta questa che è stata ripresa anche dalla squadra di calcio del Cagliari, che è scesa in campo nel posticipo serale di domenica a San Siro contro il Milan con una maglietta di sostegno ai pastori.
In totale sono 12.000 gli allevamenti nell’isola che ospita circa il 40% di tutte le pecore presenti in Italia, producendo 3 milioni di litri di latte che viene utilizzato principalmente per la realizzazione del pecorino romano.
Da tempo il prezzo del latte sta subendo delle oscillazioni. Nel 2017 era sceso fino a 60 centesimi al litro, per risalire nel 2018 fino a 85 centesimi ma adesso è arrivato il nuovo crollo nonostante il forte aumento del prezzo del formaggio.



Le elezioni regionali

Con le manifestazioni che non si placano, ci sono anche i primi denunciati, l’argomento è diventato di dominio nazionale. Il ministro dell’Interno Matteo Salvini si è detto pronto ad arrivare in Sardegna, con la questione che “deve essere risolta in fretta”.
Invece che fare propaganda elettorale sulla pelle dei nostri pastori - ha commentato l’assessore regionale all’Agricoltura Pier Luigi Caria - perché il governo nazionale non mette a disposizione della Sardegna i 25 milioni di euro del fondo ovicaprino bloccati a Roma?”.
Sullo sfondo infatti ci sono le elezioni regionali in Sardegna di domenica 24 febbraio. Senza una soluzione i pastori minacciano un clamoroso blocco del voto: “Non entrerà nessuno a votare: non è che non andiamo a votare, non voterà nessuno, blocchiamo la democrazia, ognuno si assuma le proprie responsabilità”.


Alessandro Cipolla 

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Commento di Oliviero Mannucci: Non c'è peggior violenza che la povertà. Lo stato italiano spesso è violento, le aziende che impongono il prezzo del latte sono violente, poi non lamentatevi se la gente scende in strada per vedere riconosciuti i più elementari diritti. Non bisogna più votare nessuno. Cari elettori sardi, state al fianco dei pastori, siate solidali con loro e alle prossime elezioni regionali disertate le urne per protesta! Fate sentire tutto il vostro sdegno verso chi non rispetta chi lavora per sopravvivere!

sabato 2 febbraio 2019

Toghe e politici, la trama siciliana nell'«almanacco» della corruzione

Richiesta di proroga dell'inchiesta omnibus di sul "sistema Amara": 31 indagati a Roma. Dalle mazzette ai giudici in convento, fino alla farsa del voto-bis all'Ars ecco tutte le carte dei maxi fascicolo di Roma 

 

 Toghe e politici, la trama siciliana nell'«almanacco» della corruzione

CATANIA - C’è molta Sicilia nell'ultima maxi-inchiesta sulla corruzione dei giudici del Consiglio di Stato (e non solo), che fa tremare qualche decina di colletti bianchi a livello nazionale.
Di siciliano, innanzitutto, c’è la matrice: Piero Amara, l’avvocato-facilitatore che muoveva i fili del cosiddetto “sistema Siracusa”. Del quale lo stesso Amara, assieme al sodale Giuseppe Calafiore, è ora un super-pentito con rivelazioni, riscontrate dai pm di Roma e di Messina, che hanno già inguaiato parecchi pezzi grossi.
E lo schema, anche stavolta, sembra lo stesso: verbali-fiume dei due professionisti, riscontri investigativi, file-sharing fra Procure. Amara, per la verità, è fra i 31 per i quali il procuratore aggiunto di Roma, Paolo Ielo, lo scorso 21 dicembre ha chiesto la proroga delle indagini, notificata agli interessati qualche giorno fa dal gip Daniela Caramico D'Auria. Le ipotesi di reato sono bancarotta fraudolenta e rivelazione di segreto d’ufficio, le stesse contestate a Calafiore. La moglie di Amara (Sebastiana Bona) e il fratello di Calafiore (Diego) sono chiamati in causa per la sola bancarotta. Così come altre vecchie conoscenze del “sistema Siracusa”: l’imprenditore Alessandro Ferraro, Davide Venezia (condannato a 4 anni e 2 mesi per associazione a delinquere e corruzione dell’ex pm Giancarlo Longo), Marco Salonia (già indagato a Roma, ritenuto un prestanome dei due avvocati) e Sebastiano Miano (a processo nel filone messinese).
Si tratta di «un provvedimento “omnibus”», spiegano fonti giudiziarie, «in cui rientra anche il filone della corruzione in atti giudiziari». Un intreccio di inchieste, che ruotano tutte attorno al “pianeta Amara”. E che toccano i piani nobilissimi della giustizia amministrativa italiana. Nel registro degli indagati, per questa vicenda, è finito anche il presidente di Sezione del Consiglio di Stato, Sergio Santoro, in lizza per il ruolo di presidente aggiunto, ma anche il collega Nicola Russo (già coinvolto in una vicenda giudiziaria con l’imprenditore Stefano Ricucci), oltre che l’ex dirigente Antonio Serrao, oggi procuratore aggiunto Figc. Tutti indagati, a vario titolo, per corruzione in atti giudiziari.
Nel grande verminaio sull'asse Sicilia-Roma spuntano altri due giudici già citati (e all'epoca non indagati, ma adesso sì) nelle carte della prima tranche sulla rete di corruzione. Uno - nella chat segreta in cui Amara si faceva chiare “Peter Pan” e Calafiore era “Escobar” - incuriosì il Gico della guardia di finanza. E non solo per il nickname, “minkia69”. Si tratta di Luigi Caruso, ex giudice della Corte dei conti, oggi in pensione. Caruso, catanese d’origine, condannato nel 2011 a tre anni per corruzione e poi prosciolto in appello per prescrizione del reato, nell'informativa è definito in rapporti di «assidua frequentazione» con Amara. E ora è indagato per associazione a delinquere e corruzione in atti giudiziari. L’ex magistrato, come si legge nelle carte del sistema Siracusa, viene avvertito dall'avvocato siracusano di essere sotto intercettazione. Stessa soffiata arriva a Raffaele De Lipsis (ex presidente di Consiglio di Stato e Cga , già indagato nel filone romano per concorso in corruzione, coinvolto anche nella “traghettopoli” di Morace). Ma lui è scettico: «Vabbe’, tanto bisogna vedere quanto sia vero», dice al giudice Caruso. Che è tranchant: «Lo ha detto Piero (Amara, ndr)...».
Nella proroga delle indagini chiesta dai pm romani c’è un’altra vicenda che coinvolge toghe, ma anche politici siciliani. E si tratta di un’inchiesta sul caso “kafkiano” della ripetizione del voto per Regionali 2012, con gli elettori di nove sezioni di Pachino e Rosolini richiamati alle urne due anni dopo, nell'ottobre 2014. La vicenda non è nuova. In origine il fascicolo - trasmesso a fine 2016 dai pm di Catania ai colleghi di Palermo - si chiamava “Gennuso Giuseppe + 14”. Quindici indagati fra i quali, appunto, il deputato regionale Pippo Gennuso (arrestato lo scorso aprile per voto di scambio politico-mafioso, poi scarcerato dal Riesame che fece cadere l’aggravante mafiosa), assieme ai figli Luigi e Riccardo, ma anche gli onnipresenti Amara e Calafiore. Nella lista pure l’ex governatore Raffaele Lombardo e l’ex ministro Saverio Romano. Il pm di Palermo, Piero Padova, aveva chiesto l’archiviazione per tutti, ma il 30 maggio 2017 il gip Roberto Riggio dispose un supplemento d’indagine, ordinando l’iscrizione nel registro degli indagati dell’ex presidente del Cga, Raffaele De Lipsis, ritenuto «il terminale della attività posta da alcuni degli indagati». Archiviati cinque indagati fra i quali il vicepresidente dell'Ars, il lombardiano Roberto Di Mauro, e l’ex senatore Giovanni Mauro.
La novità, adesso, è che il fascicolo è finito alla Procura di Roma che continua a indagare, si presume sulla base di nuovi elementi, fra cui potrebbero esserci le rivelazioni di Amara. È l’inchiesta della celebre intercettazione in cui l’ex deputato regionale Enzo Vinciullo (totalmente estraneo ai fatti) sbotto: «Gli hanno fottuto i soldi!… i giudici… mi ha detto che questo scherzetto gli è costato 200mila euro». Vinciullo, sentito a Palermo, avrebbe detto di non ricordare da chi avesse appreso della presunta mazzetta. Ma il gip parla di Gennuso (non eletto nel 2012, poi conquista il seggio all’Ars grazie al voto-replay) e della sua attività «diretta a influenzare l’esito del giudizio» al Cga. Presieduto proprio da De Lipsis, nell'insolita veste di relatore-estensore della sentenza. Tracciati «i continui rapporti» dell’allora aspirante deputato con Amara e Calafiore, che «ufficialmente non hanno alcun incarico ma che si occupano attivamente della vicenda». Verifiche, su richiesta del gip, su un bonifico partito il 18 novembre 2013 dal conto corrente di Gennuso della Banca agricola popolare di Rosolini. E approfondito il contesto di alcune intercettazioni in cui il politico e i figli parlano di «cassette di papaya» da trasportare e di «sacchetti di plastica» da riempire con un non meglio identificato contenuto. Proprio alla vigilia di un viaggio a Roma. I Gennuso - padre e figli, Luigi e Riccardo - sono ora indagati a Roma: corruzione in atti giudiziari e rivelazione di segreto d’ufficio.
Auspica che il pm «voglia reiterare la richiesta di archiviazione in tempi rapidi», l’ex ministro Romano, indagato per rivelazione di segreto d’ufficio, secondo lui legata solo a «una telefonata nel corso della quale mi congratulavo con l'interessato per la sentenza a lui favorevole su un contenzioso elettorale, specificando di avere appreso la notizia dall'avvocato Amara». La chiamata è del 4 febbraio 2014: «Ho notizie da Piero Amara... Quindi so che le cose vanno bene!...», dice l’ex ministro a Gennuso. Che, non essendo ancora stata depositata la tanto sentenza del Cga che lo riguardava, pur essendo stato informato dell'esito positivo, al telefono con l'ex ministro finge di non saperne nulla. «Ma già l'hanno pubblicata? Io ancora non lo so...».
L’ex governatore Lombardo è indagato per corruzione in atti giudiziari e rivelazione di segreto d’ufficio. Viene ritenuto parte di «una sorta di cordata» a sostegno di Gennuso. Tracciate decine di telefonate fra i due, ma anche numerosi incontri a Roma e a Catania per discutere del ricorso al Cga. «Sei sempre in cima ai miei pensieri...», è una delle rassicurazioni dell’ex leader dell'Mpa. Nelle indagini di Roma anche due uomini legati a Gennuso: Enzo Medica (ex assessore a Noto) e Walter Pennavaria, ex amministratore del Consorzio “Granelli”.
Giusto per non farsi mancare nulla, la lista dei 31 comprende anche uno 007. Ne parlammo, in occasione del suo arresto: Loreto Francesco Sarcina, 55 anni, ex carabiniere in servizio fino al luglio scorso all'Aisi. È lui, per ammissione di Amara e Calafiore, una delle talpe del sistema: lo pagarono (30mila euro) per rivelare dettagli delle indagini a loro carico. Arrestato a Roma dopo una lunga caccia anche dentro un convento dove il “Signor Franco”, così si faceva chiamare, consegnò una chiavetta Usb ai due avvocati in cambio del denaro, accolto da una suora dominicana di origini siciliane. Nella perquisizione a casa di Sarcina, i finanzieri trovarono un passaporto falso intestato a Rodrigo Martinez. Ma in quel documento c’era soltanto una cosa vera: la foto. Che immortala il volto di Aurelio Voarino (ora indagato). Chi è costui? Il capo della sicurezza privata di Ezio Bigotti (pure lui inquisito). Chi è Bigotti? Un’altra vecchissima conoscenza della Sicilia: il cliente di Amara è ritenuto il «beneficiario di utilità promesse» al magistrato Virgilio. Ma l’imprenditore Bigotti è anche “socio” della Regione con il suo 25% della partecipata Sicilia Partrimonio Immobiliare.
Può bastare? Sì, per adesso.

Twitter:@MarioBarresi

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giovedì 17 gennaio 2019

TRIBUNALE ROMA, ARRESTATI 2 MAGISTRATI: “MASSONERIA E SERVIZI DEVIATI”/ Le minacce di morte del giudice






 

Secondo il Fatto Quotidiano, dietro all’inchiesta sui due pm arrestati vi sarebbe una “macchinazione” alquanto più intrigante e sconvolgente che parte dalla massoneria e arriva fino ai servizi segreti deviati.

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Nelle confessioni rese da Flavio D’Introno, l’imprenditore indagato, si ricostruirebbero diversi “canali” di corruzione all’interno del Tribunale di Trani, ma anche molto di più. Secondo l’interrogato D’Introno – come risulta al Fatto, il giudice Nardi non avrebbero esitato a “minacciare di morte” l’imprenditore se avesse raccontato del loro rapporto. «Disse che se io parlo allora mi doveva far ammazzare da questi dei servizi segreti, tanto lui a Lecce era molto potente, conosceva gip, capo procura, conosceva tutti, disse: ‘Tu sei un morto che cammina se parli», spiega D’Introno nei verbali dell’interrogatorio riportati dal Fatto Quotidiano. Volevano pilotare i processi e in alcuni casi ci riuscirono, anche se per il momento resta tutto un enorme impianto accusatorio che andrà verificato punto su punto dagli inquirenti che da tempo indagano contro i pm ora arrestati. «Dopo dieci anni, il pozzo si è prosciugato e non potevo più pagare il magistrato, che era arrivato a chiedermi – oltre a orologi, diamanti e vari benefit per centinaia di migliaia di euro – anche due milioni di euro per corrompere altri giudici». Un’organizzazione che appunto “prende” stralci di massoneria e servizi deviati, o almeno così avrebbero detto i magistrati indagati per “convincere” gli imprenditori a pagare. (agg. di Niccolò Magnani)

ECCO COME È NATA L’INCHIESTA

Ha suscitato grande scalpore l’arresto di due magistrati del tribunale di Roma, i giudici Antonio Savasta e Michele Nardi, accusati di aggiustare le sentenze dei processi in cui erano coinvolti facoltosi imprenditori in cambio di “regali” di vario tipo, dai Rolex ai diamanti, dalle tangenti alla ristrutturazione di una casa. Ma come ha avuto origine l’inchiesta che ha portato all’incarcerazione dei due? Come riportato da Il Fatto Quotidiano, tutto è partito da una serie di attentati dinamitardi avvenuti nel 2015 a Canosa di Puglia ai danni di un discount finito nel mirino del clan Piarulli-Ferraro di Cerignola. Le indagini hanno consentito di far venire alla luce un “programma criminoso indeterminato nel tempo che, attraverso il costante ricorso alla corruzione di pubblici ufficiali, assicurava favori nei confronti di facoltosi imprenditori”. I due magistrati, secondo l’accusa, “avrebbero garantito positivi esiti processuali” nelle vicende giudiziarie in cui erano coinvolti gli imprenditori, “in cambio di ingenti somme di denaro e in alcuni casi di altre utilità tra cui anche gioielli e pietre preziose”. (agg. di Dario D’Angelo)

SOLDI, DIAMANTI E ROLEX

Sono pesantissime le accuse ai danni di Antonio Savasta e Michele Nardi, i magistrati chiamati a rispondere di corruzione in atti giudiziari, associazione a delinquere e falso. Secondo l’inchiesta coordinata dai pm Leonardo Leone de Castris e Roberta Licci – che conta in totale 18 indagati – i due giudici avrebbero aggiustato i processi a carico di facoltosi imprenditori baresi e toscani in cambio di benefici di diversa natura, quali soldi diamanti, Rolex, viaggi a Dubai, auto e pure la ristrutturazione di una casa. Lo riporta Il Fatto Quotidiano, sottolineando come Savasta avrebbe intascato quasi mezzo milione di euro, Nardi un qualcosa come 1.300.000 euro. I fatti contestati ai due magistrati, ora in carcere, vanno dal 2014 al 2018, ma per i pm ce ne sono altri documentati fino a dieci anni fa, ormai prescritti. (agg. di Dario D’Angelo)

CORRUZIONE IN PUGLIA, ARRESTATI DUE MAGISTRATI

Due magistrati e un poliziotto sono stati arrestati in Puglia perché “aggiustavano” processi e indagini in cambio di denaro. Tra le inchieste “sistemate” c’è pure quella a carico di Luigi D’Agostino, imprenditore che per un periodo è stato vicino al padre di Matteo Renzi. In carcere Antonio Savasta e Michele Nardi, che all’epoca dei fatti erano rispettivamente pm e gip alla Procura di Trani ma che attualmente lavorano a Roma, il primo come giudice e il secondo come sostituto procuratore. In carcere anche Vincenzo Di Chiaro, un ispettore di polizia in servizio al commissariato di Corato. Invece per gli avvocati Simona Cuomo e Ruggiero Sfrecola è stata disposta l’interdizione dall’esercizio della professione per un anno, mentre all’imprenditore barlettano D’Agostino è stato notificato un divieto di esercizio dell’attività imprenditoriale e degli uffici direttivi delle imprese per un anno. Stando a quanto riportato da La Repubblica, la Procura di Lecce ha quantificato mazzette che ammontano a diversi milioni di euro.

TANGENTI IN PUGLIA, SOLDI E DIAMANTI PER “AGGIUSTARE” SENTENZE

Le tangenti non venivano versate solo con consegne di denaro ma anche con regali, come orologi e pietre preziose. Le mazzette svelano dunque l’esistenza di un sistema di corruzione nel quale i magistrati piegavano l’uso della giustizia ai loro fini personali e chiedevano una corsia preferenziale per avvicinarsi a Palazzo Chigi e al Csm. Nardi, Savasta, Di Chiaro e Cuomo sono accusati di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione in atti giudiziari, falso ideologico e materiale. Invece l’avvocato Sfrecola e l’imprenditore D’Agostino sono accusati di concorso in corruzione; altri indagati rispondono di millantato credito e calunnia. L’ispettore di polizia arrestato si sarebbe messo «al servizio dell’imprenditore coratino Flavio D’Introno», finito tra gli indagati, come «collegamento con il magistrato Savasta per il complessivo inquinamento dell’attività investigativa e processuale da quest’ultimo posta in essere». La Procura di Lecce, che ha coordinato l’inchiesta condotta dai carabinieri, ha chiesto e ottenuto il sequestro di beni e conti corrente per un valore di 489mila euro per Savasta, 672mila per Nardi, a cui sono stati sequestrati anche diamanti e un Daytona d’oro, 436mila per Di Chiario e la stessa cifra per Cuomo, mentre 53mila per D’Agostino e Sfrecola.

Silvana Palazzo

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