IL DEBITO PUBBLICO ITALIANO

giovedì 14 giugno 2018

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Macron risponde all’Italia sul caso Aquarius e considera la scelta di Roma una provocazione.
“Chi è che dice io sono più forte dei democratici e se vedo una nave arrivare davanti alle mie coste la caccio via? Se gli do ragione, aiuto la democrazia?”, si è chiesto il presidente Macron ai microfoni di Bfmtv.

“Chi caccia le navi provoca. Non dimentichiamo chi ha parlato e con chi abbiamo a che fare”, ha aggiunto Macron che comunque aveva sottolineato il “lavoro esemplare fatto nell’ultimo periodo con l’Italia”. (Corriere della Sera)

Anche noi non dimentichiamo con chi abbiamo a che fare. La sua campagna elettorale è stata finanziata da

George Soros: 2.365.910,16 €,

David Rothschild: 976.126,87 €,

Liberté, egalité, fraternité...ma de che? 14 paesi africani costretti a pagare tassa coloniale alla Francia e poi vengono a fare la morale a noi...

Sapevate che molti paesi africani continuano a pagare una tassa coloniale alla Francia dalla loro indipendenza fino ad oggi?

 













Quando Sékou Touré della Guinea decise nel 1958 di uscire dall’impero coloniale francese, e optò per l’indipendenza del paese, l’elite coloniale francese a Parigi andò su tutte le furie e, con uno storico gesto, l’amministrazione francese della Guinea distrusse qualsiasi cosa che nel paese rappresentasse quelli che definivano i vantaggi della colonizzazione francese.

Tremila francesi lasciarono il paese, prendendo tutte le proprietà e distruggendo qualsiasi cosa che non si muovesse: scuole, ambulatori, immobili dell’amministrazione pubblica furono distrutti; macchine, libri, strumenti degli istituti di ricerca, trattori furono sabotati; i cavalli e le mucche nelle fattorie furono uccisi, e le derrate alimentari nei magazzini furono bruciate o avvelenate.

L’obiettivo di questo gesto indegno era quello di mandare un messaggio chiaro a tutte le altre colonie che il costo di rigettare la Francia sarebbe stato molto alto.
Lentamente la paura serpeggiò tra le elite africane e nessuno dopo gli eventi della Guinea trovò mai il coraggio di seguire l’esempio di Sékou Touré, il cui slogan fu “Preferiamo la libertà in povertà all’opulenza nella schiavitù.”Sylvanus Olympio, il primo presidente della Repubblica del Togo, un piccolo paese in Africa occidentale, trovò una soluzione a metà strada con i francesi. Non voleva che il suo paese continuasse ad essere un dominio francese, perciò rifiutò di siglare il patto di continuazione della colonizzazione proposto da De Gaule, tuttavia si accordò per pagare un debito annuale alla Francia per i cosiddetti benefici ottenuti dal Togo grazie alla colonizzazione francese. Era l’unica condizione affinché i francesi non distruggessero prima di lasciare.Tuttavia, l’ammontare chiesto dalla Francia era talmente elevato che il rimborso del cosiddetto “debito coloniale” si aggirava al 40% del debito del paese nel 1963. La situazione finanziaria del neo indipendente Togo era veramente instabile, così per risolvere la situazione, Olympio decise di uscire dalla moneta coloniale francese FCFA (il franco delle colonie africane francesi), e coniò la moneta del suo paese. Il 13 gennaio 1963, tre giorni dopo aver iniziato a stampare la moneta del suo paese, uno squadrone di soldati analfabeti appoggiati dalla Francia uccise il primo presidente eletto della neo indipendente Africa. Olympio fu ucciso da un ex sergente della Legione Straniera di nome Etienne Gnassingbeche si suppone ricevette un compenso di $612 dalla locale ambasciata francese per il lavoro di assassino. Il sogno di Olympio era quello di costruire un paese indipendente e autosufficiente. Tuttavia ai francesi non piaceva l’idea. Il 30 giugno 1962, Modiba Keita , il primo presidente della Repubblica del Mali, decise di uscire dalla moneta coloniale francese FCFA imposta a 12 neo indipendenti paesi africani. Per il presidente maliano, che era più incline ad un’economia socialista, era chiaro che il patto di continuazione della colonizzazione con la Francia era una trappola, un fardello per lo sviluppo del paese. Il 19 novembre 1968, proprio come Olympio, Keita fu vittima di un colpo di stato guidato da un altro ex soldato della Legione Straniera francese, il luogotenente Moussa Traoré. Infatti durante quel turbolento periodo in cui gli africani lottavano per liberarsi dalla colonizzazione europea, la Francia usò ripetutamente molti ex legionari stranieri per guidare colpi di stato contro i presidente eletti:
– Il 1 gennaio 1966, Jean-Bédel Bokassa, un ex soldato francese della legione straniera, guidò un colpo di stato contro David Dacko, il primo presidente della Repubblica Centrafricana.
– Il 3 gennaio 1966, Maurice Yaméogo, il primo presidente della Repubblica dell’Alto Volta, oggi Burkina Faso, fu vittima di un colpo di stato condotto da Aboubacar Sangoulé Lamizana, un ex legionario francese che combatté con i francesi in Indonesia e Algeria contro le indipendenze di quei paesi.
– il 26 ottobre 1972, Mathieu Kérékou che era una guardia del corpo del presidente Hubert Maga, il primo presidente della Repubblica del Benin, guidò un colpo di stato contro il presidente, dopo aver frequentato le scuole militari francesi dal 1968 al 1970.
Negli ultimi 50 anni un totale di 67 colpi di stato si sono susseguiti in 26 paesi africani, 16 di quest’ultimi sono ex colonie francesi, il che significa che il 61% dei colpi di stato si sono verificati nell’Africa francofona.
Numero dei Colpi di stato in Africa per paese
Ex colonie francesi
Altri paesi africani
Paese
Numero di colpi di stato
Paese Numero di colpi di stato
Togo 1 Egitto 1
Tunisia 1 Libia 1
Costa d’Avorio 1 Guinea Equatoriale 1
Madagascar 1 Guinea Bissau 2
Rwanda 1 Liberia 2
Algeria 2 Nigeria 3
Congo – RDC 2 Etiopia 3
Mali 2 Uganda 4
Guinea Conakry 2 Sudan 5
SUB-TOTALE 1 13 
Congo 3 
Ciad 3 
Burundi 4 
Repubblica centrafricana 4 
Niger 4 
Mauritania 4 
Burkina Faso 5 
Comores 5 
SUB-TOTAL 2 32 
TOTAL (1 + 2) 45 TOTALE 22
Come dimostrano questi numeri, la Francia è abbastanza disperata ma attiva nel tenere sotto controllo le sue colonie, a qualsiasi prezzo, a qualsiasi condizione.
Nel marzo del 2008, l’ex presidente francese Jacques Chirac disse:
“Senza l’Africa, la Francia scivolerebbe a livello di una potenza del terzo mondo”
Il predecessore di Chirac, François Mitterand già nel 1957 profetizzava che:
“Senza l’Africa, la Francia non avrà storia nel 21mo secolo”
Proprio in questo momento mentre scrivo quest’articolo, 14 paesi africani sono costretti dalla Francia, attraverso un patto coloniale, a depositare l’85% delle loro riserve di valute estere nella Banca centrale francese controllata dal ministero delle finanze di Parigi. Finora, 2014, il Togo e altri 13 paesi africani dovranno pagare un debito coloniale alla Francia. I leader africani che rifiutano vengono uccisi o restano vittime di colpi di stato. Coloro che obbediscono sono sostenuti e ricompensati dalla Francia con stili di vita faraonici mentre le loro popolazioni vivono in estrema povertà e disperazione.
E’ un sistema malvagio denunciato dall’Unione Europea, ma la Francia non è pronta a spostarsi da quel sistema coloniale che muove 500 miliardi di dollari dall’Africa al suo ministero del tesoro ogni anno.
Spesso accusiamo i leader africani di corruzione e di servire gli interessi delle nazioni occidentali, ma c’è una chiara spiegazione per questo comportamento. Si comportano così perché hanno paura di essere uccisi o di restare vittime di un colpo di stato. Vogliono una nazione potente che li difenda in caso di aggressione o di tumulti. Ma, contrariamente alla protezione di una nazione amica, la protezione dell’occidente spesso viene offerta in cambio della rinuncia, da parte di quei leader, di servire il loro stesso popolo e i suoi interessi.
I leader africani lavorerebbero nell’interesse dei loro popoli se non fossero continuamente inseguiti e provocati dai paesi colonialisti.
Nel 1958, spaventato dalle conseguenze di scegliere l’indipendenza dalla Francia, Leopold Sédar Senghor dichiarò: “La scelta del popolo senegalese è l’indipendenza; vogliono che ciò accada in amicizia con la Francia, non in disaccordo.”
Da quel momento in poi la Francia accettò soltanto un’ “indipendenza sulla carta” per le sue colonie, siglando “Accordi di Cooperazione”, specificando la natura delle loro relazioni con la Francia, in particolare i legami con la moneta coloniale francese (il Franco), il sistema educativo francese, le preferenze militari e commerciali.
Qui sotto ci sono le 11 principali componenti del patto di continuazione della colonizzazione dagli anni 50:
#1. Debito coloniale a vantaggio della colonizzazione francese
I neo “indipendenti” paesi dovrebbero pagare per l’infrastruttura costruita dalla Francia nel paese durante la colonizzazione.
Devo ancora trovare tutti i dati specifici circa le somme, la valutazione dei benefici della colonizzazione e i termini di pagamento imposti ai paesi africani, ma ci stiamo lavorando (aiutaci con più info).
#2. Confisca automatica delle riserve nazionali
I paesi africani devono depositare le loro riserve monetarie nazionali nella Banca centrale francese.
La Francia detiene le riserve nazionali di quattordici paesi africani dal 1961: Benin, Burkina Faso, Guinea-Bissau, Costa d’Avorio, Mali, Niger, Senegal, Togo, Camerun, Repubblica Centrafricana, Ciad, Congo-Brazzaville, Guinea Equatoriale e Gabon.
“La politica monetaria che governa un gruppo di paesi così diversi non è complicato perché, di fatto, è decisa dal ministero del Tesoro francese senza rendere conto a nessuna autorità fiscale di qualsiasi paese che sia della CEDEAO [la comunità degli stati dell’Africa occidentale] o del CEMAC [Comunità degli stati dell’Africa centrale]. In base alle clausole dell’accordo che ha fondato queste banche e il CFA, la Banca Centrale di ogni paese africano è obbligata a detenere almeno il 65% delle proprie riserve valutarie estere in un “operations account” registrato presso il ministero del Tesoro francese, più un altro 20% per coprire le passività finanziarie.
Le banche centrali del CFA impongono anche un tappo sul credito esteso ad ogni paese membro equivalente al 20% delle entrate pubbliche dell’anno precedente. Anche se la BEACe la BCEAO hanno un fido bancario col Tesoro francese, i prelievi da quel fido sono soggetti al consenso dello stesso ministero del Tesoro. L’ultima parola spetta al Tesoro francese che ha investito le riserve estere degli stati africani alla borsa di Parigi a proprio nome.
In breve, più dell’ 80% delle riserve valutarie straniere di questi paesi africani sono depositate in “operations accounts” controllati dal Tesoro francese. Le due banche CFA sono africane di nome, ma non hanno una politica monetaria propria. Gli stessi paesi non sanno, né viene detto loro, quanto del bacino delle riserve valutarie estere detenute presso il ministero del Tesoro a Parigi appartiene a loro come gruppo o individualmente.
Gli introiti degli investimenti di questi fondi presso il Tesoro francese dovrebbero essere aggiunti al conteggio ma non c’è nessuna notizia che venga fornita al riguardo né alle banche né ai paesi circa i dettagli di questi scambi. Al ristretto gruppo di alti ufficiali del ministero del Tesoro francese che conoscono le cifre detenute negli “operations accounts”, sanno dove vengono investiti questi fondi e se esiste un profitto a partire da quegli investimenti, viene impedito di parlare per comunicare queste informazioni alle banche CFA o alle banche centrali degli stati africani.” Scrive Dr. Gary K. Busch
Si stima che la Francia detenga all’incirca 500 miliardi di monete provenienti dagli stati africani, e farebbe qualsiasi cosa per combattere chiunque voglia fare luce su questo lato oscuro del vecchio impero.
Gli stati africani non hanno accesso a quel denaro.
La Francia permette loro di accedere soltanto al 15% di quel denaro all’anno. Se avessero bisogno di più, dovrebbero chiedere in prestito una cifra extra dal loro stesso 65% da Tesoro francese a tariffe commerciali.
Per rendere le cose ancora peggiori, la Francia impone un cappio sull’ammontare di denaro che i paesi possono chiedere in prestito da quella riserva. Il cappio è fissato al 20% delle entrate pubbliche dell’anno precedente. Se i paesi volessero prestare più del 20% dei loro stessi soldi, la Francia ha diritto di veto.
L’ex presidente francese Jacques Chirac ha detto recentemente qualcosa circa i soldi delle nazioni africane detenuti nelle banche francesi. Questo qui sotto è un video in cui parla dello schema di sfruttamento francese. Parla in francese, ma questo è un piccolo sunto: “Dobbiamo essere onesti e riconoscere che una gran parte dei soldi nelle nostre banche provengono dallo sfruttamento del continente africano.”
#3. Diritto di primo rifiuto su qualsiasi materia prima o risorsa naturale scoperta nel paese
La Francia ha il primo diritto di comprare qualsiasi risorsa naturale trovate nella terra delle sue ex colonie. Solo dopo un “Non sono interessata” della Francia, i paesi africani hanno il permesso di cercare altri partners.
#4. Priorità agli interessi francesi e alle società negli appalti pubblici
Nei contratti governativi, le società francesi devono essere prese in considerazione per prime e solo dopo questi paesi possono guardare altrove. Non importa se i paesi africani possono ottenere un miglior servizio ad un prezzo migliore altrove.
Di conseguenza, in molte delle ex colonie francesi, tutti i maggiori asset economici dei paesi sono nelle mani degli espatriati francesi. In Costa d’Avorio, per esempio, le società francesi possiedono e controllano le più importanti utilities – acqua, elettricità, telefoni, trasporti, porti e le più importanti banche. Lo stesso nel commercio, nelle costruzioni e in agricoltura.
Infine, come ho scritto in un precedente articolo, Africans now Live On A Continent Owned by Europeans! [Gli africani ora vivono in un continente di proprietà degli europei !]
#5. Diritto esclusivo a fornire equipaggiamento militare e formazione ai quadri militari del paese
Attraverso un sofisticato schema di borse di studio e “Accordi di Difesa” allegati al Patto Coloniale, gli africani devono inviare i loro quadri militari per la formazione in Francia o in strutture gestite dai francesi.
La situazione nel continente adesso è che la Francia ha formato centinaia, anche migliaia di traditori e li foraggia. Restano dormienti quando non c’è bisogno di loro, e vengono riattivati quando è necessario un colpo di stato o per qualsiasi altro scopo!
#6. Diritto della Francia di inviare le proprie truppe e intervenire militarmente nel paese per difendere i propri interessi
In base a qualcosa chiamato “Accordi di Difesa” allegati al Patto Coloniale, la Francia ha il diritto di intervenire militarmente negli stati africani e anche di stazionare truppe permanentemente nelle basi e nei presidi militari in quei paesi, gestiti interamente dai francesi.
Basi militari francesi in Africa
Quando il presidente Laurent Gbagbo della Costa d’Avorio cercò di porre fine allo sfruttamento francese del paese, la Francia ha organizzato un colpo di stato. Durante il lungo processo per estromettere Gbagbo, i carri armati francesi, gli elicotteri d’attacco e le forze speciali intervennero direttamente nel conflitto sparando sui civili e uccidendone molti.
Per aggiungere gli insulti alle ingiurie, la Francia stima che la business community francese abbia perso diversi milioni di dollari quando, nella fretta di abbandonare Abidjan nel 2006, l’esercito francese massacrò 65 civili disarmati, ferendone altri 1200.
Dopo il successo della Francia con il colpo di stato, e il trasferimento di poteri ad Alassane Outtara, la Francia ha chiesto al governo Ouattara di pagare un compenso alla business community francese per le perdite durante la guerra civile.
Il governo Ouattara, infatti, pagò il doppio delle perdite dichiarate mentre scappavano.
#7. Obbligo di dichiarare il francese lingua ufficiale del paese e lingua del sistema educativo
Oui, Monsieur. Vous devez parlez français, la langue de Molière! [Sì, signore. Dovete parlare francese, la lingua di Molière!]
Un’organizzazione per la diffusione della lingua e della cultura francese chiamata “Francophonie” è stata creata con diverse organizzazioni satellite e affiliati supervisionati dal Ministero degli esteri francese.
Come dimostrato in quest’articolo, se il francese è l’unica lingua che parli, hai accesso al solo 4% dell’umanità, del sapere e delle idee. Molto limitante.
#8. Obbligo di usare la moneta coloniale francese FCFA
Questa è la vera mucca d’oro della Francia, tuttavia è un sistema talmente malefico che finanche l’Unione Europea lo ha denunciato. La Francia però non è pronta a lasciar perdere il sistema coloniale che inietta all’incirca 500 miliardi di dollari africani nelle sue casse.
Durante l’introduzione dell’Euro in Europa, altri paesi europei scoprirono il sistema di sfruttamento francese. Molti, soprattutto i paesi nordici, furono disgustati e suggerirono che la Francia abbandoni quel sistema. Senza successo.
#9. Obbligo di inviare in Francia il budget annuale e il report sulle riserve
Senza report, niente soldi.
In ogni caso il ministero della Banche centrali delle ex colonie, e il ministero dell’incontro biennale dei ministri delle finanze delle ex colonie è controllato dalla Banca Centrale francese/Ministero del Tesoro.
#10. Rinuncia a siglare alleanze militari con qualsiasi paese se non autorizzati dalla Francia
I paesi africani in genere sono quelli che hanno il minor numero di alleanze militari regionali. La maggior parte dei paesi ha solo alleanze militari con gli ex colonizzatori! (divertente, ma si può fare di meglio!).
Nel caso delle ex colonie francesi, la Francia proibisce loro di cercare altre alleanze militari eccetto quelle che vengono offerte loro.
#11. Obbligo di allearsi con la Francia in caso di guerre o crisi globali
Più di un milione di soldati africani hanno combattuto per sconfiggere il nazismo e il fascismo durante la seconda guerra mondiale.
Il loro contributo è spesso ignorato o minimizzato, ma se si pensa che alla Germania furono sufficienti solo 6 settimane per sconfiggere la Francia nel 1940, quest’ultima sa che gli africani potrebbero essere utili per combattere per la “Grandeur de la France” in futuro.
C’è qualcosa di psicopatico nel rapporto che la Francia ha con l’Africa.
Primo, la Francia è molto dedita al saccheggio e allo sfruttamento dell’Africa sin dai tempi della schiavitù. Poi c’è questa mancanza di creatività e di immaginazione dell’elite francese a pensare oltre i confini del passato e della tradizione.
Infine, la Francia ha 2 istituzioni che sono completamente congelate nel passato, abitate da “haut fonctionnaires” paranoici e psicopatici che diffondono la paura dell’apocalisse se la Francia cambiasse, e il cui riferimento ideologico deriva dal romanticismo del 19° secolo: sono il Ministero delle Finanze e del Budget della Francia e il Ministero degli Affari esteri della Francia.
Queste 2 istituzioni non solo sono una minaccia per l’Africa ma anche per gli stessi francesi.
Tocca a noi africani liberarci, senza chiedere permesso, perché ancora non riesco a capire, per esempio, come possano 450 soldati francesi in Costa d’Avorio controllare una popolazione di 20 milioni di persone!?
La prima reazione della gente subito dopo aver saputo della tassa coloniale francese consiste in una domanda: “Fino a quando?”
Per paragone storico, la Francia ha costretto Haiti a pagare l’equivalente odierno di $21 miliardi dal 1804 al 1947 (quasi un secolo e mezzo) per le perdite subite dai commercianti di schiavi francesi dall’abolizione della schiavitù e la liberazione degli schiavi haitiani.
I paesi africani stanno pagando la tassa coloniale solo negli ultimi 50 anni, perciò penso che manchi un secolo di pagamenti!
Commento di Oliviero Mannucci: Come disse qualcuno un po' di tempo fa.... la peggiore forma di violenza è la povertà!
 

giovedì 7 giugno 2018

Vibo Valentia, la rabbia dei braccianti in corteo: “Non siamo parassiti, questa terra saccheggiata dai politici non dai migranti”

Un corteo che dalla tendopoli è arrivato fino al Comune di San Ferdinando. Un centinaio di migranti, guidati dal sindacato Usb, hanno marciato stamattina per manifestare tutta la loro rabbia per l’omicidio di Sacko Saumayla, il maliano di 30 ucciso nelle campagne di San Calogero, in provincia di Vibo Valentia
 
 Un colpo di fucile alla testa che non gli ha lasciato scampo mentre stava prendendo delle lamiere d’alluminio in un terreno abbandonato e sotto sequestro. Una sorta di tiro al bersaglio in cui sono rimasti lievemente feriti anche altri due migranti stagionali che vivevano, assieme a Sacko, nella baraccopoli a ridosso del porto di Gioia Tauro.


 
Prima del corteo, ci sono stati alcuni momenti di tensione. “Salvini razzista” hanno urlato i braccianti in corteo. E ancora: “Libertà, libertà… Tocca uno e tocchi tutti”. Alla fine, però, la manifestazione si è svolta in maniera ordinata. Al fianco dei migranti c’era anche don Pino De Masi, il prete di Libera da anni impegnato contro la ‘ndrangheta in provincia di Reggio Calabria: “Certamente il clima non è stato favorevole e non è favorevole. Credo che adesso dobbiamo tutti darci da fare per abbassare i toni altrimenti i frutti sono questi che stiamo vedendo. Mi auguro che la campagna elettorale sia finita e che chi governa comprenda che deve governare il Paese. La campagna elettorale è finita per tutti”.
Gli fa eco il sindacalista dell’Usb Abobakar Soumaoro che si scaglia contro il ministro dell’Interno Matteo Salvini: “Ha dichiarato che è finita la pacchia. Ma è finita per lui non per noi che non siamo mai stati nella condizione di parassita come lo è stato il suo partito politico che, come dicono le indagini, prendeva i contributi e li mandava in Africa. Questa terra è stata saccheggiata non dai migranti ma dai politici”.  “Saumayla era un cittadino, un bracciante, un lavoratore. – aggiunge Saoumaoro – Aveva una figlia di 5 anni e una compagna in Mali. Da anni era impegnato nella lotta rispetto a una condizione di lavoro di assoluta schiavitù. Questo era Saumayla. Non era un extracomunitario, un migrante ma una persona, un sindacalista. Non era un ladro ma viveva in quella gabbia”.
Sul fronte delle indagini, i carabinieri stanno cercando ancora l’uomo che con la Fiat Panda ha ucciso il ragazzo maliano e ferito gli altri due migranti. Non ci sono molte novità rispetto a quello che già era emerso nelle ore successive alla sparatoria se non che, il killer pare si trovasse già sul posto quando le tre vittime erano arrivate per prendere quelle lamiere di alluminio che servivano a costruire le baracche. Non è escluso, però, che gli inquirenti, coordinati dalla Procura di Vibo Valentia, abbiano già identificato l’uomo grazie alle indicazioni dei due braccianti scampati all’agguato. Migranti che, agli investigatori, hanno fornito anche i primi numeri dell’auto con la quale si è dato alla fuga.

Fonte

Commento di Oliviero Mannucci:  In Italia oramai siamo allo sbando. I diritti per i lavoratori non esistono più e ne fanno tutti le spese, dagli italiani agli stranieri di buona volontà. Che vergogna! E questo sarebbe un paese civile?





giovedì 17 maggio 2018

VERGOGNA! L'autismo non sarà più garantito dal Fondo del Servizio Sanitario Nazionale.

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E’ successo ieri in Conferenza Unificata , con l’approvazione dell’atto di intesa che aggiorna le nuove Linee di indirizzo in relazione all’autismo.
Solo un anno fa, vi era stato un timido plauso a quello che sembrava un passo avanti nel riconoscimento dell’autismo, ovvero l’entrata della patologia nei Lea, e la garanzia che ai pazienti fosse garantita dal SSN, l’erogazione di cure e servizi.
Rifacendosi alla legge 134 del 2015, all’articolo 60 si leggeva:
“Il servizio sanitario nazionale garantisce alle persone affette dai disturbi dello spettro autistico, prestazioni di diagnosi precoce, cura e trattamento individualizzato”
Oggi la doccia fredda, perché ieri l’atto di intesa che è scaturito dalla Conferenza Unificata del 10 maggio, ha squalificato il documento precedente, cancellando di fatto la legge 134 del 2015 e l’articolo 60.
Nella revisione della linee di indirizzo è stata inserita la clausola:
“tali linee di indirizzo saranno realizzate compatibilmente con le risorse disponibili a livello territoriale”.
I servizi e le cure previste per le persone affette da autismo, saranno garantiti dalle Asl e solo in relazione alle risorse finanziare disponibili.
Le associazioni minacciano di impugnare l’atto di intesa.
Gli autistici rimarranno privi di cura e di assistenza, rilegandoli allo stato di abbandono.
Le famiglie al solito dovranno farsi completamente carico dell’assistenza al proprio caro.
Ancora un volta quello che sembrava un passo avanti, indietreggia irrimediabilmente.
da il Sole24 ore sanità

giovedì 10 maggio 2018

Raid Casamonica. Pestano un barista e prendono a cinghiate una disabile

I due aggressori si sono allontanati a bordo di una Ferrari e una Golf

 

Entrare in un bar della capitale e non essere serviti subito è un affronto troppo grande per due appartenenti alla famiglia dei Casamonica che, per riportare il "rispetto dovuto" nei loro confronti, hanno prima aggredito il barista che si era azzardato a servire altri prima di loro, e poi con una ferocia inaudita hanno preso a cinghiate e calci al petto, una giovane ragazza disabile, l’unica che è intervenuta a difesa del gestore del bar in via Salvatore Barzilai, zona Romanina.
Le violenze risalgono al 1° aprile scorso, giorno di Pasqua quando sia il barista che la ragazza disabile sotto gli occhi di tutti sono stati vittima di un feroce pestaggio e minacce di morte. Nessuno infatti ha mosso un dito per mettere fine a quell’assurda aggressione, ma il motivo è semplice: la zona in cui è situato il locale, teatro dell’aggressione, è un quartiere in cui i Casamonica se la comandano e nessuno dei residenti vuole correre il rischio di avere a che fare con loro. A conferma di questo la testimonianza del barista che riporta come motivo della violenza il fatto che i due Casamonica rivendicavano la "titolarità" del loro territorio.
I due aggressori dopo aver distrutto il locale, come se niente fosse si sono poi tranquillamente allontanati a bordo di una Ferrari nera e una Volkswagen Golf bianca. Poche ore dopo dello stesso giorno, la giovane e coraggiosa disabile ha comunque avuto il coraggio di sporgere denuncia agli agenti di polizia del commissariato Romanina, gli stessi che erano immediatamente intervenuti sul posto al momento del pestaggio. Il gestore del bar, un romeno di 39 anni, era stato picchiato così violentemente da dover ricorrere alle cure presso il vicino policlinico di Tor Vergata.


Silvia Mancinelli
Mary Tagliazucchi

Fonte

Commento di Oliviero Mannucci: Della serie la mamma degli imbecilli è sempre incinta. Spero che li sbattano in galera e buttino via la chiave!!!

Terremoto, Tajani dona 30mila euro ai Comuni terremotati: la soddisfazione di Marcozzi





Antonio Tajani, presidente Europarlamento
Antonio Tajani, presidente Europarlamento





Il Presidente dell’Europarlamento Antonio Tajani ha deciso di donare i soldi del prestigioso premio Carlo V ai Comuni terremotati. 30 mila euro a Arquata, Accumoli e Norcia.

“Il suo gesto – spiega in una nota la Capogruppo regionale FI-Marche, Jessica Marcozzi – è lo specchio di una vicinanza vera, concreta, costante nei confronti di tutti quei cittadini del Centro Italia che hanno sofferto e continuano a soffrire a causa del terremoto, una risposta virtuosa a una burocrazia e a una politica che non hanno ancora saputo dare le giuste e doverose attenzioni.

Terremoto, Tajani a Norcia: dall'Europa arriveranno due miliardi per la ricostruzione del Centro Italia
Tajani a  Norcia

Vicinanza vera, concreta e, si diceva, costante: Tajani ha dedicato la sua elezione ai terremotati, ha visitato i luoghi colpiti dal sisma e si è speso in prima persona affinché fossero stanziati da subito 2 miliardi di euro per le zone terremotate. E oggi devolve i 30 mila euro del premio. Tajani, esempio virtuoso di politica fattiva e responsabile, tiene oltretutto sempre alta l’attenzione sui terremotati”.

Fonte

Commento di Oliviero Mannucci: Bravo Tajani! Ma ora il governo che sta nascendo deve darsi una mossa a dare un tetto a chi è rimasto senza da troppo tempo. E sto parlando di tutti i terremotati italiani, anche quelli dell'Irpinia, molti dei quali  stanno ancora aspettando. Vediamo se Salvini e Di Maio,  se troveranno un accordo, lavoreranno per il bene del paese o anche loro penseranno solo alle loro poltrone. Perchè cari signori siamo alla frutta, se anche i Cinque Stelle non manterranno le promesse sarà rivoluzione!

giovedì 19 aprile 2018

Tangenti sanità Milano: storia di Renata, due volte vittima di Calori

Mentre lo scandalo delle tangenti nella sanità travolge pezzi grossi degli ospedali Pini e Galeazzi di Milano, ci sono pazienti che raccontano storie al limite dell'incredibile. Tra questi c'è anche una giornalista di Osservatorio Diritti, Renata Fontanelli. Che ha deciso di mettere nero su bianco cosa le è successo col professor Giorgio Maria Calori

L’ultimo scandalo sanità scoppiato a Milano una settimana fa sembra essere solo all’inizio. Tanto che gli investigatori annunciano che potrebbe essere la punta di un iceberg. Il martedì nero, lo scorso 10 aprile, è cominciato con l’arresto di un imprenditore nel settore di apparecchiature elettromedicali, Tommaso Brenicci, e di cinque pezzi grossi del Servizio sanitario nazionale italiano. Giorgio Maria Calori, primario, Paola Navone, direttore sanitario, Carmine Cucciniello, direttore del dipartimento di ortopedia. Tutti e tre dipendenti del Gaetano Pini. Con loro anche Lorenzo Drago e Carlo Luca Romanò, responsabili del laboratorio di analisi uno e del centro di chirurgia ricostruttiva l’altro, entrambi del Galeazzi.

 

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I quattro primari agli arresti domiciliari: in alto Carmine Cucciniello e Giorgio Maria Calori del Cto-Gaetano Pini, sotto Carlo Romanò e Lorenzo Drago del Galeazzi

 

Si tratta di due tra gli ospedali più quotati in Italia. Gli indagati sono tutti ai domiciliari, tranne Brenicci che è in carcere. Pesanti le accuse, tutte respinte venerdì 13 aprile durante il primo interrogatorio.


Tangenti sanità Milano: le accuse dello scandalo

Si va dalla corruzione alle false società costruite ad hoc per ricevere tangenti fino al mancato rispetto delle regole d’appalto, conflitto d’interessi, violazioni dei doveri d’ufficio. E non si esclude che ora possano arrivare nuovi capi d’imputazione, soprattutto per i medici.

Le difficoltà economiche del primario del Pini

Calori, che i colleghi definiscono nelle intercettazioni «avido farabutto» e che il compagno di arresti nonché collega Cucciniello, intercettato, chiama «delinquente vero», nel raccontare a un amico di quando, pur di operare e incassare, «si inventò un’infezione di sana pianta», ultimamente si sarebbe trovato in difficoltà economiche.
A causa anche di un mutuo di circa 5 mila euro per l’acquisto di un appartamento, costato 1 milione e 300 mila euro. Del fatto ne parla al telefono l’imprenditore Brenicci, dichiarando che non intende dargli i «150.000 euro per terminare i lavori». Perché?
«Se comincio a dargliene poi me ne chiede altri. D’altronde si è incasinato con quei 600 mila euro spesi per la ristrutturazione».

Il professor Giorgio Maria Calori e i diritti del malato

Il medico pare non essere molto amato al Pini, ma è assai temuto per i suoi modi autoritari e irosi. Da quello che sta emergendo dalle indagini, sembra che soldi e carriera lo interessino più dei pazienti. Ed è questa mancanza di rispetto per i diritti dei malati che ha fatto montare il caso negli ultimi giorni. Più delle tangenti, cui ormai gli italiani sembrano quasi averci fatto il callo.
I fatti più gravi, per il momento, non hanno ipotesi di reato. Pare che il professore avesse il vizio del bisturi facile. Non al Pini, ma in una struttura privata dove lavora, oltre all’ospedale. Molte al momento le denunce, tante anonime. Nessuno poi ne vuole parlare con la stampa, forse hanno paura.
Gli investigatori hanno parlato di «cupidigia», riferendosi a lui, sottolineando come «il bisogno di denaro avesse generato in lui l’inclinazione a intervenire chirurgicamente come fonte di guadagno anche quando non strettamente necessario senza rispetto alcuno per i pazienti».
È successo anche a me, e qui sotto potete leggere la storia.

Renata Fontanelli, due volte vittima di Calori

Il figlio passa da una comune patologia all’ipotesi di tumore

«Faccia uscire suo figlio dalla stanza per favore». Il ragazzino ha 12 anni e da più di un mese continua a fare analisi ed esami. Il professore sfodera l’aria di circostanza, quella che probabilmente usa con tutti quando deve dare una brutta notizia. «Signora, farei dei marcatori tumorali a questo punto. Potrebbe non esserci nulla, ma meglio andare sul sicuro».
Dal Morbo di Schlatter (fortissimi dolori alle giunture delle ginocchia) al tumore il passo non è proprio automatico, ma che ne so io? Il professore nel suo studio è venerato e temuto. È primario all’ospedale pubblico Pini, eccellenza dell’ortopedia italiana.
Al telefono, davanti a noi, chiama una ditta di plantari per annunciare il nostro arrivo e si raccomanda di consegnargli al più presto «quei biglietti in tribuna per la partita». Quei plantari mi sarebbero costati una fortuna, infatti non li ho mai ritirati. Me li sono fatti fare da un’altra parte a metà prezzo.
Il ragazzino, mio figlio, va in sala d’attesa. Sempre piena la sua anticamera, tanti vecchietti (ovviamente, è ortopedico), mamme, bambini.
Mi spiegherà poi un suo collega che l’inquietante morbo altro non è che una patologia frequente della preadolescenza dovuta a una crescita troppo veloce. Non ci sono cure se non ghiaccio e riposo.

Dove fare gli esami lo dice il primario (o almeno ci prova)

Improvvisamente però spunta l’ipotesi di un cancro e il professore indica la struttura migliore dove andare a fare i marcatori. Io dico no: «Vado dove abbiamo una convenzione», il più grosso centro di Milano. E lui risponde, seccato davvero e improvvisamente sbrigativo: «Faccia come le pare, se poi sbagliano non è un problema mio».
E così faccio: vado a fare gli esami al Centro Diagnostico Italiano. Data la giovane età del paziente viene data la massima urgenza per la consegna dei risultati. Apro la busta e non vedo asterischi. La porto dal professore in studio e la segretaria mi assicura che lui la guarderà «Non appena arriva in studio». Comincio quindi ad aspettare una sua telefonata.

La lunga attesa piena di «ansia tremenda»

Seguono tre giorni di silenzio, da parte sua. Di ansia tremenda, da parte mia. Di telefonate da amici e parenti che mi chiedono stupiti il perché io non sappia ancora nulla. E me lo chiedo anch’io per tre notti, finché prendo il telefono e lo chiamo sul cellulare.
«Sono malato, non mi disturbi». È la risposta secca, seguita dalla rassicurazione: «Appena mi riprendo vado in studio e la chiamo».
Passano altri tre giorni finché in studio ci vado io. Mi dicono che è occupato con un paziente, in realtà lo sento parlare al telefono. Una, due, tre volte. Finché un’ora e mezza dopo sono io ad aprire la sua porta e a piantarmi davanti a lui. La busta la apre davanti a me e con disprezzo mi dice: «Qui non c’è niente».

Un uomo «divorato dall’ambizione professionale ed economica»

Io perdo la calma. Lui più di me. Chiama i suoi collaboratori e chiede loro di portarmi fuori. La segretaria ha già pronta l’ultima delle tante fatture, 400 e rotti euro per le fisioterapie. Pagare e sparire.
Esco, è il gennaio 2015. Fermo la macchina ed esplodo. Di rabbia. In lacrime racconto a una mia amica l’accaduto e mi risponde: «Ma quell’uomo è fatto così, divorato dall’ambizione sia professionale che economica. A Milano lo sanno tutti». Tranne me, evidentemente.
Non l’ho più visto se non in foto qualche giorno fa, dopo la notizia dell’arresto.

Per operare la figlia Calori suggerisce la (costosa) clinica privata

E dire che avrei già dovuto capirlo qualche settimana prima, nel dicembre 2014, quando nel suo studio arrivai con mia figlia con una diagnosi dell’ospedale di Aosta di lesione dei legamenti crociati.
Operare immediatamente, dice lui, primario al Pini. Dove? In una prestigiosa clinica privata, dove lavora nel tempo libero. Chiedo un preventivo e lo porto alla Casagit (cassa autonoma giornalisti italiani), con cui Calori lavora in convenzione. Devo aggiungere 2.000 euro. Torno in studio e lui mi guarda con aria sprezzante:
«Non riesce a trovare 2.000 euro, signora? Si tratta della salute di sua figlia».
Evidentemente trasudiamo benessere. Per concludere mi congeda con un: «Fossi io nella sua situazione chiederei un prestito».
Ma se del Morbo di Schlatter non so nulla, di legamenti m’ intendo un po’ di più. Gli chiedo quindi di mettermi in lista di attesa al Pini, un mese non cambierà la sorte del ginocchio di mia figlia. E poi non credo nelle strutture private, quando in Italia gli ospedali pubblici da sempre sono eccellenze.

I suggerimenti di Paola Navone, la direttrice sanitaria del Pini

In quella lista d’attesa mia figlia non è mai entrata. Lo scoprirò dopo averlo chiesto alla direttrice sanitaria Paola Navone, anche lei ora ai domiciliari, presentatami da una comune amica. Navone sembra una persona affabile e generosa. Mi racconta che da qualche settimana deve andare in giro con la scorta e mi fa capire che Calori è uno da cui stare alla larga. Strano, dagli atti dell’inchiesta sembra fossero “soci in affari”.
Sarà qualche mese dopo un altro primario del Pini a operare mia figlia. Totalmente in Ssn (Servizio sanitario nazionale).
Oggi, solo dopo l’arresto, spuntano fatti molto più gravi. Non ci sono per il momento ipotesi di reati diretti contro pazienti, è malafede. Malcostume. Avidità, gioco sporco, perché quando si gioca con la salute altrui e si ricopre una carica pubblica più sporco di così si muore.

Effetto #MeToo: piovono le denunce

A me è andata bene, ma adesso arrivano gli altri, effetto #MeToo. Ma perché non l’hanno denunciato prima quelli che sono davvero finiti, parrebbe, sotto ai suoi ferri riportando lesioni permanenti? Perché?
I miei sono stati danni morali, maltrattamenti e forse menzogne. Ho chiamato la mia cassa di previdenza, la Casagit, segnalando il caso, ma non credo abbiano mai fatto qualcosa. Mi avevano poi suggerito di fare un esposto all’Ordine dei Medici. Ma a quel punto io del prof Calori non volevo più sentir parlare.

Renata Fontanelli

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giovedì 12 aprile 2018

Terremoto Marche, nelle casette crollano i pensili antisismici

La Protezione civile: "Montati male". Oggi vertice straordinario. La protesta: "Il commissario ha messo fuorilegge le casette di legno. Ma lì nessun problema"

 

 

Macerata, 11 aprile 2018 - "Perché i pensili sono crollati? Perché sono stati montati male. Chiederò che siano rinforzati in tutte le casette, ne abbiamo consegnate 1.403. Sto facendo una circolare. Devono essere montati meglio. Mobilio e pensili vanno ancorati in modo sicuro alla struttura portante. Cinque-sei episodi tra cucine e bagno? Sì, direi che il numero è congruente con le segnalazioni. Personalmente ne ho verificati due". David Piccinini, geologo, responsabile della Protezione civile marchigiana, chiude una giornata di fuoco con un’idea chiara in testa: oggi vertice d’urgenza, saranno ricontrollate tutte le Sae.

 Risultati immagini per terremoto casette crollano pensili
Un geometra che vive in una casetta con le ruote proprio nell’epicentro, a Muccia – è sua, comprata per 8mila euro –, alle 7 del mattino innesca la miccia. I social sono già affollati di paure e pensieri. Lui posta tre foto, nella prima si vede una cucina sottosopra, i pensili staccati dal muro e rovinati sull’acquaio, posate a terra. Didascalia diretta come un missile: "Sae arredate da 2-3.000 euro/mq alla prima scossa importante. Vergogna". Nel secondo scatto e nel terzo stavolta i pensili sono proprio a terra, "provate a immaginare se fosse successo con bambini già alzati", si rabbuia lui. È talmente incredibile che per un po’ pare una bufala. Invece è proprio vero, succede a Pieve Torina (Macerata). Dove crolla anche un muro di contenimento. Ma come, le casette di Stato antisismiche? Quelle costate in media 2.700 euro al metro quadro, nei conti certosini dell’ingegner Roberto Di Girolamo, un secchione. Da Camerino si è studiato atti e delibere arrivando a quella media, lavori di urbanizzazione compresi. Il vero nodo di tutto.
 Risultati immagini per terremoto casette crollano pensili

"Me so rotto li coglioni!!!", posta intanto Fabrizio Capitani da Costafiore di Muccia, commento in rete alle foto del bagno, un mobile si è staccato di netto dalla parete della casetta, ecco il particolare del cartongesso bucato. «Un caso su 298 Sae montate», sdrammatizzano al Cns, il Consorzio di cooperative arrivato primo nell’appalto Consip. "Tre casi su 208", fanno eco da Arcale, la ditta toscana che ha lavorato a Pieve Torina. "Il mobiletto era appeso al muro a un metro e mezzo da terra, è venuto giù. Per fortuna non c’era nessuno in quel momento", ancora non ci crede Capitani. Rifa i conti: "È successo anche a mia zia. A un mio vicino si è staccato un tassello".
I comitati dei terremotati hanno idee diverse. Francesco Pastorella, che coordina tutti i gruppi del centro Italia, dice che il problema ora "è questo nuovo terremoto. Una gran botta. Si sono rotti gli acquedotti e lesionate un’altra volta case che avevano avuto danni lievi". Diego Camillozzi - ‘La terra trema, noi no’ - invece affonda: «Il commissario De Micheli si preoccupava tanto delle casette di legno che si sono pagati e costruiti i privati». Messe fuorilegge da un decreto che fissa misura impossibili. «Eppure con le scosse non hanno avuto problemi – ragiona Camillozzi –. Invece nelle Sae si sono staccati i pensili e si sono piegati di nuovo anche i boiler». Gli stessi che quest’inverno sono scoppiati per il gelo, una mattina i terremotati si sono svegliati e pareva di avere delle fontane sui tetti. «Un problema annunciato – osserva il vicesindaco di Arquata Michele Franchi che ha dovuto affrontare la grana –. I tubi non erano coibentati».
Poi è arrivato il momento delle infiltrazioni, «perché certi comignoli erano stati montati male, mandavano in blocco le caldaie. Li hanno smontati e risistemati troppo in fretta e così...». Ma i problemi sono stati democratici, dalle Marche al Lazio. Per le fognature di Amatrice ma anche di Accumoli. Il sindaco Stefano Petrucci ha dovuto fare un’ordinanza, una sorta di vademecum per l’uso corretto degli scarichi. «Hanno trovato anche stracci», è incredulo. I terremotati controbattono: «La pendenza degli impianti è sbagliata». E via così: porte che si chiudono male, pavimenti gobbi, lamiere dei colmi sui tetti che si staccano per il vento (a ottobre, nel villaggio di Fonte del Campo). Ma sarà giusto scaricare tutto sulle ditte?

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Commento di Oliviero Mannucci: Caro Mattarella e cari politici non chiedetemi più di andare a votare potrei diventare violento !!!!!!

giovedì 5 aprile 2018

La Sicilia e i furbetti della legge 104. “Adozioni per andare in pensione”

Il governatore: la usano 2350 dipendenti regionali su 13 mila. Ad Agrigento 500 indagati: non avevano diritto al beneficio

https://www.tp24.it/immagini_articoli/02-06-2016/1464826192-0-furbetti-della-104-controlli-a-tappeto-nel-pubblico-impiego-in-provincia-di-trapani.png
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Che a Palermo il 40 per cento delle assenze dal posto di lavoro si registrino il lunedì, contro il 29 della media nazionale, era già emerso qualche anno fa. Così come sempre siciliano è il caso più clamoroso di abuso in nome della legge 104, con ben 500 dipendenti finiti sotto inchiesta ad Agrigento per avere usufruito, senza averne diritto, dei benefici concessi a chi ha parenti disabili. Ma adesso l’Isola segna un nuovo record, sempre legato a questa legge. E a denunciarlo è il presidente della Regione, Nello Musumeci, che ha modificato la scaletta di una conferenza stampa dedicata alle opere pubbliche sparando a zero contro i “furbetti della 104”.

Si dà il caso che il presidente sia venuto a conoscenza della storia di un dipendente che si è fatto adottare da un anziano disabile pur di andare in pensione in anticipo, uno dei privilegi cancellati negli anni scorsi di una norma che continua però a riconoscere a tutti i lavoratori 18 ore di permesso retribuito al mese, oltre che l’inamovibilità dalla propria sede di lavoro.

I numeri  
Procedura complessa l’adozione, con tanto di cambiamento di cognome e di montagne di carte da produrre. Un caso limite che però ha aperto una voragine. Così è bastato qualche calcolo per scoprire che a godere della legge sono ben 2.350 regionali su 13 mila, cioè quasi il 18 per cento del totale. Percentuale quasi uguagliata solo dal Lazio, mentre in Lombardia si ferma a poco più del 10.

Un’anomalia che, in chiave nazionale, ha registrato negli ultimi anni un’impennata, arrivando a costare alle casse dello Stato circa tre miliardi l’anno con una serie di episodi memorabili, dalle partite di calcetto ai weekend in una capitale europea, con tanto di post su Facebook. Una malattia nazionale, insomma. Che, unita alle altre cause di permesso o di assenza, produce nel settore pubblico un tasso di assenteismo del 50 per cento più alto rispetto al settore privato: 19 giorni contro 13.

Malattia più acuta nell’Isola che - per feroce contrappasso - non è ancora riuscita a dare risposte strutturali ai disabili gravi e a chi li assiste senza alcun supporto. «Faremo i nostri controlli - ha detto Musumeci - e troveremo le organizzazioni sindacali dalla nostra parte: ognuno si assumerà la responsabilità delle proprie azioni, il tempo dei giochetti, delle coperture e dei ricatti reciproci è scaduto». Il presidente minaccia di fare nomi e cognomi se i sindacati non collaboreranno. E spiega: «Abbiamo più di tredicimila dipendenti ma gli uffici della Regione non dispongono del personale che servirebbe».

Nel mirino, oltre ai 2350 “inamovibili” per assistere i parenti, ci sono anche i 2600 dirigenti sindacali, non trasferibili neanche loro. Sommati, fanno quasi 5000: 38 dipendenti su 100 che non possono essere utilizzati secondo le necessità dell’amministrazione. «Non possiamo trasferire personale da un ufficio all’altro oltre i cinquanta chilometri - aggiunge Musumeci - e tra due anni andranno in pensione altri tremila dipendenti». Mancano tecnici, esperti di economia, progettisti, tutte figure necessarie a far marciare la macchina dei finanziamenti statali e comunitari. I concorsi pubblici sono bloccati da anni. In compenso all’Assemblea regionale siciliana, il parlamento autonomo della Regione, ogni parlamentare ha avuto in dote un budget di 58.400 euro senza alcun tetto alle assunzioni di esterni. L’infornata di portaborse è già stata servita.

Fonte

Commento di Oliviero Mannucci: La solita "paraculite" di alcuni a scapito di molti. La solita italietta di quelli che si credono furbi, e invece sono solo delle teste di minchia, per dirla alla siciliana.

sabato 17 marzo 2018

INGROIA INDAGATO

L'ex pm Antonio Ingroia indagato per peculato. Su delega della Procura i finanzieri del nucleo di Polizia economico-finanziaria di Palermo hanno sequestrato oltre 150.000 euro a Ingroia e a Antonio Chisari, all'epoca dei fatti, rispettivamente, amministratore unico e revisore contabile della società partecipata regionale Sicilia e Servizi spa (oggi Sicilia Digitale spa). Entrambi sono indagati per una duplice ipotesi di peculato. Il provvedimento di sequestro preventivo è stato emesso dal gip del Tribunale del capoluogo su richiesta della locale Procura. Le contestazioni mosse agli indagati traggono origine dalla natura riconosciuta alla Sicilia e-Servizi spa di società in house della Regione e dalla conseguente qualifica di incaricato di pubblico servizio rivestita da entrambi.
Ingroia, in particolare, dapprima liquidatore della società (dal 23 settembre 2013), è stato successivamente nominato amministratore unico dall’assemblea dei soci (carica che ha ricoperto dall’8 aprile 2014 al 4 febbraio 2018). "Le indagini hanno consentito di accertare che il 3 luglio 2014 - spiegano le Fiamme gialle - Ingroia si è autoliquidato circa 117.000 euro a titolo di indennità di risultato per la precedente attività di liquidatore, in aggiunta al compenso omnicomprensivo che gli era stato riconosciuto dall’assemblea, per un importo di 50.000 euro". L'autoliquidazione del compenso ha determinato un abbattimento dell’utile di esercizio del 2013 da 150.000 euro a 33.000 euro.

 
"La violazione della normativa nazionale e regionale in materia di riconoscimento delle indennità premiali ai manager delle società partecipate da Pubbliche Amministrazioni - dicono ancora dal Comando provinciale della Guardia di finanza di Palermo - è stata avallata dal revisore contabile, Chisari, il quale, in base alla disciplina civilistica, avrebbe dovuto effettuare verifiche sulla regolarità dell’operazione".
Ingroia si sarebbe, inoltre, indebitamente appropriato di ulteriori 34.000 euro, a titolo di rimborso spese sostenute per vitto e alloggio nel 2014 e nel 2015, in occasione delle trasferte a Palermo per svolgere le funzioni di amministratore, nonostante la normativa nazionale e regionale, chiarita da una circolare dell’assessorato regionale dell’Economia, consentisse agli amministratori di società partecipate residenti fuori sede l’esclusivo rimborso delle spese di viaggio. "Lo stesso Ingroia aveva adottato un regolamento interno alla società che consentiva tale ulteriore indebito rimborso" concludono gli investigatori. Anche in questo caso la violazione della normativa vigente è stata avallata dal revisore contabile, Chisari, indagato - in concorso con Ingroia - anche per questa seconda ipotesi di peculato.
"HO LA COSCIENZA A POSTO" - "Ho appreso dalla stampa del provvedimento emesso nei miei confronti, prima ancora che mi venisse notificato. Comunque ho la coscienza a posto perché so di avere sempre rispettato la legge, come ho già chiarito e come dimostrerò nelle sedi competenti. La verità è che ho denunciato sprechi per centinaia di milioni di euro, soldi che solo io ho fatto risparmiare, e invece sono accusato per una vicenda relativa alla mia legittima retribuzione". Così Antonio Ingroia in una nota dopo il provvedimento di sequestro.
"Ma, ripeto, dimostrerò come stanno le cose. Intanto continuo il mio lavoro di avvocato sempre con lo stesso impegno e nella stessa direzione: oggi sono in udienza a Reggio Calabria, nel processo 'Ndrangheta stragista, come avvocato di parte civile delle famiglie dei carabinieri Fava e Garofalo uccisi nel 1994 dalla mafia e dalla 'Ndrangheta, vicenda collegata con la trattativa Stato-mafia”, continua l'ex Procuratore aggiunto di Palermo.

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