IL DEBITO PUBBLICO ITALIANO

lunedì 30 maggio 2011

I giovani della Lega contestano Renzo bossi

Guardate che due teste di...... Padania!

di Andrea Paparella

Acque agitate per il "Trota". Il consigliere regionale della Lombardia Renzo Bossi, figlio del leader leghista Umberto, è stato oggetto di dure contestazioni durante la sua visita a Fermo, nelle Marche, nel quadro della campagna elettorale. Ma se i fischi e gli insulti prima sono arrivati da un nutrito gruppo di appartenenti ai centri sociali, il nuovo attacco assume contorni ben diversi perché giunge proprio da alcuni esponenti del partito padano. Si tratta dei giovani che sostengono la lista "Lega per le Marche", presentata dal consigliere regionale Enzo Marangoni, ora candidato a presidente della Provincia e da tempo in rotta con i vertici del partito.
«La presenza del figlio di Umberto Bossi nella politica italiana - sottolinea il comunicato - è una chiara affermazione del familismo e del nepotismo che vige all'interno della Lega Nord, che non è altro che un'azienda rigorosamente a disposizione del proprio leader. Basti pensare che Bossi - attaccano ancora i giovani leghisti - nemico giurato del clientelismo, è riuscito a sistemare il fratello Franco e il figlio primogenito Riccardo al Parlamento europeo come assistenti degli onorevoli con uno stipendio da 12mila euro. Simile sorte per il secondogenito Renzo, ora consigliere regionale che aspira ad un posto come assessore alle politiche giovanili nella nuova giunta milanese di Letizia Moratti».
Il malcapitato Trota, vittima quindi anche del "fuoco amico" padano, subisce infine un affondo diretto sotto la cintura: «Siamo sdegnati - conclude la nota - dal fatto che una persona bocciata più volte alle scuole superiori abbia ricevuto simili incarichi e guadagni circa 40mila euro al mese. Ci viene continuamente ripetuto di dare importanza allo studio e alla disciplina, ma che modello ci viene dato se poi vincono il familismo e le raccomandazioni?». Una domanda che molti italiani, a prescindere dal colore politico, si fanno ogni giorno.

Fonte: http://www.nuovasocieta.it

Commento di Oliviero Mannucci: Roma ladrona! Roma Ladrona! E poi il signor Bossi che fa? Non si fa pagare lo stipendio, l'auto blu e tutti i benefit dalla Padania, ma da Roma ladrona. E non solo, fa prendere un sacco di soldi di Roma ladrona anche a molti dei suoi famigliari. Mi meraviglio che ci sia ancora gente che possa credere ad un personaggio del genere. Meno male che alcuni giovani leghisti hanno cominciato a far girare i neuroni del cervello. Intendiamoci, questo vale per il "senatur" ma anche per tutti i politici ladroni che abbiamo in Italia, che incassanno migliaia di euro al mese, e poi vanno in televisione a lamentarsi che la gente è distante dalla politica. NO CARI SIGNORI! NON E' LA GENTE CHE E' LONTANA DALLA POLITICA, SIETE VOI CHE SIETE LONTANI DALLA GENTE, PERCHE' VIVETE FUORI DALLA REALTA'. VORREI SAPERE SE TRA DI VOI C'E' QUALCUNO CHE SA QUANTO COSTA UN CHILO DI PANE O UN LITRO DI LATTE, QUANTO COSTA L'AFFITTO DI UN APPARTAMENTO A PREZZI DI MERCATO, COME VENGONO TRATTATI GLI ANZIANI CHE VANNO IN OSPEDALE, QUANTO PRENDE DI STIPENDIO UN OPERATORE DI UN CALL CENTER, ETC.ETC. E' ora che vi date una regolata, non avete capito che la gente comune sta per alzare la testa, sta per mandarvi via a calci nel culo! Anzi sta per farvi il CULO A STRISCE !!!!!!!

Referendum contro il nucleare in Sardegna: quorum superato



Esultano gli ambientalisti, si disperano gli astensionisti. Si annuncia una marea di Si

Greenreport - Già alle 22,00 di domenica, quando mancavano solo i dati di tre piccoli comuni dell'Oristanese, in Sardegna aveva votato il 39,83 per cento degli elettori, oltre 6 punti percentuale in più rispetto al quorum di almeno un terzo (33%, cioè 488.259 su un totale di 1.479.570 elettori sardi) richiesto dalla legge regionale n. 20 del 1957 per dichiarare valida la consultazione referendaria. Era già un ottimo risultato, visto che sono solo 313.929 i sardi chiamati a eleggere sindaci e consigli comunali, cioè il 21,2% del totale, ma dovrebbe essere stata superata quota 50% in tutta l'Isola. Solo in Sardegna, il 15 e 16 maggio, insieme alle elezioni amministrative, si è votato per il referendum consultivo sul nucleare (con valenza regionale**). Il quesito referendario sul quale si sono espressi gli elettori sardi è: «Sei contrario tu all'installazione in Sardegna di centrali nucleari e/o siti di stoccaggio per scorie da esse residuate o preesistenti?"

Chi è contrario a centrali e scorie nucleari ha votato "Si".

«Votare al referendum è importantissimo - spiegavano le associazioni ed i partiti che lo hanno promosso - perché, in caso di mancato quorum al referendum nazionale e se il risultato della consultazione vedrà prevalere i contrari al nucleare, la Sardegna potrà far valere il parere contrario nell'ospitare centrali nucleari ( possibilità sancita dalla sentenza n. 33 del 2 febbraio 2011 dalla Corte costituzionale)».

Esulta Legambiente: «Nonostante il silenzio assordante di molti media sul tema del referendum sul nucleare e l'oblio che ormai cela la sciagura , ancora drammaticamente in corso, di Fukushima, l'enorme affluenza al voto in Sardegna conferma la volontà dei cittadini di partecipare concretamente alle scelte per il proprio futuro non solo energetico».

Il presidente nazionale di Legambiente, Vittorio Cogliati Dezza, è molto soddisfatto: «Il superamento del quorum, rappresenta il raggiungimento di un obiettivo per nulla facile. Questo successo ci esorta, quindi, a continuare con più forza la nostra battaglia per un futuro pulito, sicuro e partecipato perché, senza possibilità di equivoco, il primo risultato ottenuto oggi è quello della volontà dei cittadini».

Vigni, presidente nazionale Ecodem, commenta così: «Un risultato importante arriva dalla Sardegna: il superamento del quorum nel referendum dimostra la forte sensibilità dei cittadini sulla questione del nucleare. Si tratta di un segnale importante anche in chiave nazionale, un monito al governo affinchè rispetti la volontà della maggioranza degli italiani»


Chi piange sono gli autonominatisi "Circoli dell'Ambiente", in particolare il loro presidente e portavoce dei Comitati dell'Astensione, Alfonso Fimiani, che non riesce nemmeno ad ammettere la dura sconfitta: «Il risultato dell'affluenza alle urne al referendum consultivo sul nucleare che si è tenuto in Sardegna dimostra che il 12 e 13 giugno mai e poi mai verrebbe raggiunto il quorum e prevarrebbe l'astensione consapevole: meno del 40% dei votanti si è espresso sul nucleare e ciò nonostante la concomitanza con le amministrative. Certo, il quorum del 33% è stato raggiunto, ma quel referendum e quel quorum di fatto non hanno alcuna valenza: meno della metà dei sardi si è espressa oggi e meno di un terzo si esprimerebbe a giugno. L'election-day, grazie al quale i già ricchi (sic!) comitati promotori speravano di raggiungere il quorum ed ottenere così il rimborso elettorale, in Sardegna ha visto comunque fallire gli anti-nuclearisti. La maggioranza prenda atto di tutto ciò e ritiri quegli emendamenti che rallentano il ritorno dell'atomo in Italia, affinché gli Italiani si possano esprimere dando, con il loro non-voto, il colpo di grazia all'ambientalismo estremista e fondamentalista che oramai non rappresenta più nessuno. Discorso diverso va fatto per gli emendamenti in materia di gestione delle risorse idriche: l'istituzione di un'Autorità Garante consente di evitare odiose speculazioni e va nella direzione da noi indicata».

In realtà dovrebbe trattarsi di un vero e proprio plebiscito antinucleare, visto che praticamente tutte le forze politiche sarde, compreso il centro-destra che amministra la regione, erano contro la costruzione di centrali nucleari sull'isola. Il voto sardo peserà probabilmente molto sulle decisioni del governo, perché annuncia uno smottamento in una delle regioni chiave del potere berlusconiano che potrebbe diventare una valanga in tutte le regioni amministrate dal centro-destra. Venerdì i sindaci di alcuni dei centri più grossi, come Sassari, Nuoro e Oristano, hanno rivolto un appello ai loro concittadini: «Ricordatevi di andare a votare contro il nucleare, non perdiamo l'occasione di esprimere la nostra opinione e di opporci a decisioni sbagliate per la Sardegna».

Fonte: http://www.laperfettaletizia.com

Una montagna di soldi per le elezioni amministrative 2011

Decine di canali televisivi impegnati nella trasmissione in diretta di programmi di approfondimento per un ammontare di oltre 100 ore di programmazione; giornali radio, siti web, blog, social network e agenzie di stampa impegnati tutti insieme nel rilascio dei risultati; due giorni di elezioni e di “botta e risposta” in brevi comparse tv da parte dei candidati politici; quasi 50 milioni di euro i costi stimati per le campagne di comunicazione e di propaganda nelle città coinvolte.

Stiamo parlando delle elezioni amministrative 2011, i cui voti si sono espressi fino alla serata di ieri lunedì 16 maggio 2011 e che oggi, come saprete, si stanno “tirando le somme”.

E non solo quelle politiche: queste elezioni hanno messo in campo una grande macchina di investimenti (specie da parte del PdL), vista l’importanza di un “banco di prova” che, a conti fatti, ha smentito i pronostici.

Ma la politica cerchiamo di tenerla da parte e parliamo dei costi delle campagne: a Milano, secondo quanto riporta Il Fatto Quotidiano, la Moratti ha speso 15 milioni di euro di campagna di comunicazione (più il colpo basso fatto in tv nei confronti del rivale Pisapia, ricordate?); a Bologna, soltanto l’organizzazione dei voti delle amministrative 2011 è costata alla città quasi 2 milioni di euro; mentre a Torino ci si preoccupa di una spesa vicina ai 9 milioni di euro in casa di elezioni amministrative finite al ballottaggio. Numeri che sono stati limitati dall’utilizzo di nuove tecnologie, come ad esempio la posta elettronica certificata che ha avuto la meglio su quella postale, e dalle limitazioni di assunzione del personale esterno e dei servizi di assistenza. Insomma, spese milionarie si, ma col braccino corto!

12 e 13 Giugno votiamo SI per fermare il nucleare

Ambiente - Energia

Via da Fukushima: l’alternativa c’è

di Sebastiano Casella



I giapponesi sorridono sempre. Si muovono in gruppo, come scolaretti, guidati da una ridicola bandierina alzata dal capo branco. I giapponesi s’inchinano sempre. Il “rei”, il loro saluto, ha un significato profondo: esprime umilta’, rispetto, disciplina e sincerita’. Rappresenta la presa di coscienza dell’uomo.

Ma e’ stata proprio l’incoscienza di un paese estremamente ambizioso ad aver creato distruzione. L’obiettivo era quello di diventare una potenza mondiale utilizzando l’energia nucleare come fonte primaria di uno sviluppo esponenziale, dimenticandosi di abitare su una terra flagellata dai terremoti e di aver introdotto la parola Tsunami (ben 195 registrati ad oggi in Giappone) nei nostri vocabolari.

Dietro la facciata di un popolo apparentemente perfetto, si nasconde un lato oscuro, buio come i quartieri poveri di Tokyo e Osaka. Li, dove vivono i lavoratori delle centrali nucleari, le mille luci delle citta’ sono solo un bagliore lontano. Poveri e ignoranti accettano di entrare nel corpo di quei mostri, ignari della pericolosita’ dell’esposizione alle radiazioni. Un lavoro di poche ore, sufficienti a compromettere le loro vite. I dispositivi di protezione non sono contemplati. Dai datori di lavoro non verra’ dato nulla piu’ di una superficiale preparazione di base, ne’ giungera’ alcuna informazione sulle conseguenze future.

Un documentario del 1995, girato da un fotografo giapponese per conto della UK Channel 4, descrive magistralmente il dramma delle famiglie di quanti, durante il corso degli anni, alle centrali nucleari del Sol Levante hanno sacrificato le loro vite. Le testimonianze raccolte sono toccanti, i toni malinconici, identiche le storie. (http://www.japannewstoday.com/?p=3093)

Tutto questo accadeva in condizioni normali, con le centrali in sicurezza, piu’ di 15 anni fa.

La TEPCO, quarta compagnia elettrica al mondo, e’ la principale responsabile di questo gioco sporco. Il suo passato e’ segnato da un’interminabile catena di incidenti e tentativi d’insabbiamento: con lo tsunami dell’11 marzo, tutto e’ venuto a galla. Documenti falsificati, controlli di sicurezza mai effettuati, scandali e conseguenti dimissioni, come quelle date dall’intero management della societa’ nel 2002, per poi tornare in gioco come se nulla fosse. Sempre lei, la TEPCO, nel mezzo di un’emergenza come Fukushima, aspetta una giornata intera prima di tentare invano di raffreddare i reattori, nell’inconfessabile preoccupazione di salvare i suoi mostri dalla nociva acqua di mare. Per non smentirsi poi, a dieci giorni dal disastro, chiede una concessione per poter costruire 2 nuovi reattori di fianco a quelli ancora fumanti.

La responsabilita’ dei governi che si sono alternati al potere in Giappone negli ultimi 40 anni e’ incontestabile. Per restare in tempi recenti, gia’ nel 2008 il primo ministro Hatoyama era stato avvisato: in caso di un terremoto di grandi dimensioni, le centrali nucleari ormai datate sarebbero andate incontro a “seri problemi”. Come meravigliarsi, allora, se il sistema di sicurezza di Fukushima e’ stato aggiornato solo 3 volte in 35 anni, nonostante la centrale fosse stata dichiarata a rischio gia’ nel 1985? Nessuno ha parlato. Nessuno si e’ intromesso.

La comunita’ internazionale e’ colpevole tanto quanto il governo nipponico: nonostante in questi anni si siano registrati ufficialmente in Giappone addirittura 17 incidenti, e chissa’ quanti siano stati tenuti nascosti, l’Occidente ha permesso, e soprattutto sponsorizzato con accordi commerciali, la crescita del nucleare in un paese ad altissimo rischio sismico. A maggior ragione, la AIEA dovrebbe essere condannata a scomparire.

Le informazioni viaggiano alla velocita’ di un clic. Eppure, a 15 giorni dal terremoto, la parola Fukushima e’ sparita poco alla volta da tutte le principali testate giornalistiche. Per avere degli aggiornamenti sulla situazione bisogna ricorrere ai pochi media stranieri che hanno l’onesta’ di parlarne ancora. Sulle prime pagine, purtroppo, fanno notizia invece i fiori di ciliegio che sbocciano a Tokyo. In Italia, l’emergenza nucleare e’ stata immediatamente trasformata in un dibattito politico, per distogliere l’attenzione e far credere che il discorso sul nucleare sia ancora aperto, opzionabile magari in un futuro neanche tanto lontano.

Fukushima va diluita nell’oblio. Quando poi proprio non se ne puo’ fare a meno, e l’informazione non puo’ essere “trattenuta” dalle autorita’ competenti, gli aggettivi che si utilizzano negli articoli alterano il giusto senso di cio’ che realmente sta accadendo: quante volte, ad esempio, i portavoce della TEPCO hanno sostenuto innanzi alle telecamere che non vi era alcun pericolo “immediato” per la salute?

Alexey Yablokov, membro dell’Accademia delle Scienze Russe e consigliere di Gorbachev ai tempi di Chernobyl, durante un’intervista ha dichiarato, riferendosi al rischio di contaminazione nucleare: ”quando sentite dire ‘non c’e’ pericolo immediato’, allora dovreste andarvene correndo il piu’ lontano e velocemente possibile.”

Per andare veramente via da Fukushima, non serve correre. In Italia, purtroppo, non si parla d’altro che della moratoria e delle tattiche per tornare al nucleare, quando tutti qui saranno meno emotivi. Energie sprecate quelle dedicate a un concetto ormai defunto: il nucleare ha gia’ distrutto abbastanza.

La tutela della Vita su questo pianeta, e fa quasi disperare doverlo ripetere, e’ un concetto assoluto, inviolabile ed imparziale: ne’ di destra, ne’ di sinistra.

Il 28 e 29 marzo scorso, a Buenos Aires, si e’ tenuto il “Clean Energy Congress” organizzato dalla CADER, Camara Argentina de Energias Renovables. I biocombustibili sono il futuro. Il vento e il sole non sono le uniche risorse naturali che possiamo sfruttare. La capacita’ di produrre energia deriva dagli olii vegetali, gas naturali, dai rifiuti solidi e non solo. Esperti sulle energie rinnovabili e piu’ di 300 congressisti hanno condiviso e scambiato le loro idee, esprimendo concetti che potrebbero, dovrebbero costruire una strada diversa: quella che allontanera’ il mondo da Fukushima.

Qualcuno ha gia’ agito, parole che si sono trasformate in fatti. A Comodoro Rivadavia, provincia di Chubut, Patagonia settentrionale, e’ stato recentemente inaugurato (il 27 aprile) un impianto di riciclaggio di rifiuti solidi. Le enormi e polverose distese di terra del Cono Sur ospitano questo progetto ecologico di alta tecnologia. Nell’atmosfera calma di un paesaggio lunare nasce una struttura di oltre 40 ettari, la sua forma richiama il Pentagono americano.

700 tonnellate di rifiuti solidi vengono processate quotidianamente, l’80% delle quali si trasforma in energia. Il biogas nasce grazie ai microrganismi senza ossigeno che decompongono la materia organica. Testimonial del successo degli impianti di riciclaggio e’ la citta’ di Monterrey, Messico. Dal 27 giugno del 2006, la metropolitana ha iniziato a funzionare con l’energia elettrica ricavata dalla decomposizione dei rifiuti (fino all’82% del consumo totale). Ogni giorno 180.000 cittadini utilizzano le due linee della metro, senza inquinamento.

Il Parco delle Tecnologie Ambientali di Rivadavia, inoltre, ha gia’ dato il suo primo contributo sociale: un centinaio di operai precari che lavoravano in una vecchia discarica sono stati assunti a tempo indeterminato. Erano abituati a smistare plastica e cartone, ora potranno sentirsi parte integrante di un progetto importantissimo.

La cancelliera tedesca Angela Merkel, nel frattempo, ha preparato un nuovo piano per uscire dal nucleare in tempi record: l’ultima centrale, forse, si spegnera’ tra 10 anni. A conferma della ritirata, e per rafforzare la sua scelta, il 2 maggio ha inaugurato la prima centrale eolica offshore.

In Italia, al contrario, di spegnere i due reattori sperimentali di Casaccia, nonostante le contaminazioni avvenute nel corso del 2007, neanche se ne parla. Le domeniche ecologiche, le macchine euro5 e la raccolta differenziata sono solo una presa in giro. Scuse per multare i cittadini e di certo non misure per preservare il pianeta. E’ il momento di cambiare. I dibattiti politici utilizzati per dimostrare chi ha ragione sul numero delle morti effettive di Chernobyl hanno stancato.

Il governo, assieme all’opposizione, agisca, vada verso la stessa direzione: quella di un futuro basato sulle energie rinnovabili e non piu’ messo a repentaglio da “bombe” nucleari dislocate nel mondo.

In collaborazione con VALENTINA ROMITI

Fonte: http://www.agoramagazine.it

mercoledì 25 maggio 2011

Greenpeace, appello agli italiani: Non fatevi rubare il referendum

Spettacolare protesta di Greenpeace al Pincio di Roma. All’interno di un gigantesco bidone contro il tentativo dell’esecutivo di far decadere, con la norma contenuta nel dl ‘Omnibus’ che congela temporaneamente i piani atomici di Berlusconi, approvata ieri alla Camera, il referendum del 12-13 giugno sul nucleare
Greenpeace, appello agli italiani: Non fatevi rubare il referendum
Contro il gigantesco ‘bidone’ preparato agli italiani dal Governo con il dl ‘Omnibus’, approvato ieri con il voto di fiducia alla Camera, Greenpeace risponde con un altro bidone, altrettanto grande, piazzato sulla terrazza del Pincio, a Roma. Al suo interno si sono rinchiusi gli attivisti dell’associazione ambientalista per protestare contro il tentativo dell’esecutivo di far decadere, con la norma contenuta nel dl che congela temporaneamente i piani atomici di Berlusconi, il referendum del 12-13 giugno sul nucleare. A decidere sulla consultazione sarà però nei prossimi giorni la corte di Cassazione.

“Liberateci dal nucleare”
è la scritta che campeggia sul bidone gigante, mentre dal Pincio è stato srotolato uno striscione su piazza del Popolo con scritto "12 e 13 giugno 2011 Referendum. Vota Sì per fermare il nucleare".

"Le proteste pacifiche contro il nucleare stanno diventando più forti man a mano che i cittadini si rendono conto che il Governo sta cercando di rubargli il diritto di votare al referendum", spiega Salvatore Barbera, responsabile della campagna Nucleare di Greenpeace Italia. Abbiamo portato la nostra protesta a Piazza del Popolo proprio perché è solo con il voto popolare che possiamo fermare il ritorno al nucleare in Italia.” “Riteniamo – prosegue - che la decisione del Governo di porre la fiducia sul decreto Omnibus sia stata un vero e proprio ricatto per impedire un confronto democratico in Parlamento su un tema, il nucleare, che invece meriterebbe di essere ampiamente spiegato e discusso. Ricordiamo che in Sardegna, dove i cittadini hanno avuto la possibilità di esprimersi, al 98% le persone hanno votato contro il nucleare.

Sempre Greenpeace ricordava ieri, mentre alla Camera il Governo stava tentando di affossare il referendum sul nucleare, che gli oltre quattro milioni di italiani residenti all'estero hanno iniziato a ricevere dal ministero dell'Interno le schede elettorali per il referendum sul nucleare. "Un italiano residente a Madrid, ha ricevuto ieri sera una lettera dall'Ambasciata d'Italia con la dicitura 'Urgente', contenente la scheda per votare lo stesso referendum sul nucleare che in questi giorni il governo sta cercando di bloccare alla Camera”, aveva riferito Greenpeace. (f.n.)

Fonte: http://www.zeroemission.tv

Alessandro Gatto (WWF Campania) su Referendum: "Distrazione di Stato"

AMBIENTE | Caserta - "Il 12 ed il 13 giugno 2011 si vota per quattro quesiti referendari: uno sul nucleare (fino a prova contraria), due sull'acqua ed uno sul legittimo impedimento. Ma vedo poca attenzione. Vedo una pericolosa deriva verso la distrazione ragionata, verso un preoccupante scivolo al dolce menefreghismo di Stato.
Sono davvero preoccupato perchè ancora una volta si vuole affossare uno strumento, l'unico strumento di democrazia diretta che ci è rimasto in questo Paese: il Referendum. Mi spiace notare che tra la gente sia passato il messaggio dell'andare al mare o in montagna e di fregarsene. Sicuramente la recente tornata elettorale ha fagocitato tutta l'attenzione mediatica.
Ma sul nucleare in particolare devo evidenziare e ricordare quel tentativo di questo Governo al disorientamento scientifico in termini di comunicazione. Cioè quando c'è stata la proclamazione che il quesito referendario sul nucleare sarebbe stato cancellato. Ma poi riproposto l'argomento nucleare una volta che si fossero tranquillizzati gli animi e le sensibilità di fronte al recente disastro nucleare del Giappone. Come se poi un anno di tempo potesse cancellare tutti i rischi ed i pericoli derivanti dal nucleare. Rimarco la mia preoccupazione di fronte alle tante menzogne ben digerite e già metabolizzate da una bella fetta di italiani. Ma la Sardegna ci fa ben sperare".
Fonte : comunicato stampa

lunedì 23 maggio 2011

POLITICA MARCIA: «Italia, Paese in cancrena»

28/02/2010 11:46
L'editoriale del direttore
TRENTO - Nemmeno vent'anni dopo Mani Pulite, il Paese è sprofondato in una nuova Tangentopoli, peggiore e più devastante di quella di allora. Agli inizi degli anni Novanta, infatti, si rubava ancora (in buona parte) per i partiti. Oggi la corruzione, la concussione, l'abuso d'ufficio avvengono per esclusivo arricchimento personale e per favorire i propri interessi, anche politici ed elettorali. Come vent'anni fa, la diffusione del malaffare e delle tangenti è penetrata in ogni livello della politica, della società, delle istituzioni, della pubblica amministrazione. Un tumore maligno che sta portando il Paese alla metastasi, asfissiando l'economia e disgregando la coesione sociale e nazionale. A differenza di vent'anni fa, però, tutto ciò non provoca alcuna reazione civile, né morale né politica. Non c'è nemmeno la consapevolezza nell'opinione pubblica del baratro in cui sprofondiamo, che accomuna l'Italia a una qualunque repubblica delle banane sudamericana, dove la corruzione e la criminalità organizzata dominano sovrane. L'assuefazione sembra essersi impadronita degli italiani, in una sorta di mitridizzazione del corpo sociale e politico nazionale, un avvelenamento quotidiano che ha reso insensibili al veleno del malaffare che sta uccidendo l'Italia. Anzi, rispetto a vent'anni fa, malavita organizzata e politica (come le inchieste sul senatore Pdl Nicola Di Girolamo mostrano) si sono saldamente intrecciate e hanno solide radici in Parlamento. Nell'ultimo anno le denunce di corruzione, concussione e abuso d'ufficio sono aumentate del 229% rispetto all'anno precedente. L'allarme viene dalla Corte dei Conti, che parla appunto di «tumore maligno senza anticorpi». Un cancro generatore di sprechi abissali, opere inutili e incompiute, malasanità, consulenze gonfiate. Una stima prudente degli sperperi nella Pubblica Amministrazione fissa in almeno 80 miliardi di euro l'anno il danno inflitto ai cittadini e alle imprese, qualcosa come cinque o sei Finanziarie. Se a ciò si aggiungono altri 100 miliardi di euro sottratti alla cittadinanza dall'evasione fiscale, si comprende chiaramente come l'Italia non possa reggere a tale ladrocinio.
Per poter sopravvivere, come nazione e come cittadini, occorre pertanto reagire e intervenire in fretta e con determinazione, rimuovendo le cause che hanno portato il tumore a diffondersi e prossimo alla cancrena. Forse è già troppo tardi.
La prima causa dell'estendersi incontrastato della corruzione è la legittimazione politica e culturale dell'illegalità avvenuta in questi ultimi quindici anni. È forse il lascito maggiore del berlusconismo all'Italia, l'aver reso l'illegalità normale, comune, accettata, stile di vita di cui vantarsi. Diciannove leggi ad personam per difendere i propri interessi personali, patrimoniali e giudiziari,distruzione continua e sistematica di ogni controllo di legalità, delegittimazione quotidiana della magistratura, comportamenti corruttivi, provati anche dalla recente sentenza della Cassazione sul caso Mills (che ha salvato dalla condanna solo per la prescrizione), hanno costituito un «libera a tutti» per il malaffare nel Paese. A destra come a sinistra, nei piani alti come nei piani bassi della politica, ovunque ci si è sentiti legittimati a non rispettare la legge (o a cambiarla per i propri interessi), ad aggirare i controlli, ad evadere le tasse, a «comprare i silenzi», a chiedere favori in cambio di diritti. Tangentopoli si combatte solo ripristinando la legalità e il controllo di legalità. Contrastando il crimine che emerge dalle intercettazioni, non approvando leggi che cancellano le intercettazioni.
Una seconda radice della corruzione sta nella selezione della classe politica. Attualmente, infatti, in Italia non ci sono libere elezioni dove il cittadino può scegliere il candidato che più gli aggrada per il Parlamento. Esiste solo un plebiscito su liste bloccate, decise dai ras di partito, che in molti casi immettono ai primi posti (quindi eletti sicuri) furfanti e «birbantelli» che s'insediano a Montecitorio e Palazzo Madama per continuare a svolgere i loro misfatti.
Attualmente sono 92 i parlamentari inquisiti che siedono sui banchi di Montecitorio, ma la vigente legge elettorale non pone limiti all'immunità per bancarottieri, corruttori e condannati per banda armata. Finché non sarà consentito agli italiani di scegliere i propri rappresentanti, in Parlamento finiranno inquisiti e avvocati di inquisiti, che a sua volta modelleranno a se stessi le liste elettorali per le regionali, le provinciali, le comunali, variando solo con l'inserimento qua e là di escort e veline compiacenti. Terza causa della corruzione diffusa è la mancanza di riforme strutturali nel funzionamento della Pubblica Amministrazione. Concentrati a tempo pieno a risolvere i problemi personali del premier e dei suoi accoliti, il governo Berlusconi (ma la stessa cosa è stata con i governi di centrosinistra) non ha fatto nulla se non riempire quotidianamente le agenzie di spot, annunci e proclami in cui il ministro Brunetta ha eccelso su tutti. In realtà non si è fatta alcuna riforma dei servizi pubblici locali, basata su gare trasparenti e aperte anziché su affidamenti a trattativa privata. Si è accresciuta l'attività d'intermediazione dello Stato e degli Enti locali, aumentando il potere discrezionale di funzionari e amministratori pubblici, attorno a cui finiscono per gravitare interessi giganteschi (l'esempio delle spa e del principio dell'emergenza continua è illuminante). Risultato: oggi una buona fetta delle decisioni di spesa non sono governate da regole automatiche e meccanismi trasparenti, ma da favoritismi, influenze personali, rapporti di conoscenza, sistemi di «do ut des». Se non si incide su questo fronte, la corruzione dominerà sovrana. Infine, vi è una quarta causa dell'abisso morale in cui è sprofondato il Paese. Ed è la cultura (anzi, l'incultura) degli italiani, già portati per loro natura al non rispetto delle regole, all'evasione, al familismo amorale dove ciò che conta è sistemare e favorire sé e i propri congiunti rispetto al bene comune e al corretto funzionamento della cosa pubblica. Questa è forse la radice numero uno del male che sta disfacendo il Paese. Ed è forse la più difficile da estirpare, perché profondamente connaturata con il sentire comune degli italiani. È la mancanza di senso dello Stato, che mette al primo posto il proprio tornaconto invece che le regole comuni a rispetto e garanzia di tutti.
È l'assenza di etica pubblica (e molto spesso anche privata) a guida dei propri comportamenti. È la carenza di rispetto per l'altro, un'inciviltà volgare e ignorante che si percepisce anche per strada, al semaforo quando c'è chi passa col rosso, nei parcheggi in doppia e tripla fila, sul treno nelle urla sguaiate al telefonino. Una cafonaggine diffusa che negli ultimi trent'anni, grazie al contributo determinante della tv privata (a cui s'è piegata subito la tv pubblica), ha attecchito e prosperato nel profondo dell'humus comportamentale degli italiani, mutando geneticamente i valori di fondo del Paese e trasformando la vita quotidiana in un reality alla Maria De Filippi, fatto di urla, volgarità, menefreghismo, pura apparenza per occultare il vuoto di sostanza. È questa emergenza morale la partita più difficile che abbiamo di fronte. Forse non basterà nemmeno una generazione per vincerla, ma da ciò dipenderà se potremo ancora chiamarci Europa o rassegnarci a finire Terzo Mondo.

Fonte: p.giovanetti@ladige.it

"Non possiamo più aspettare" I giovani precari nelle piazze d'Italia

Una repubblica fondata sul lavoro....precario, e la disoccupazione

"Non possiamo più aspettare" I giovani precari nelle piazze d'Italia

Roma, Napoli e tante altre città italiane. Più flash mob nelle capitali europee. E' la giornata della protesta: nelle piazze ragazzi, stagisti, ricercatori, laureati costretti nei call center, per le manifestazioni organizzate da "Il nostro tempo è adesso". Magliette gialle con un punto esclamativo e, tra gli slogan: "Noi il futuro, voi una barzelletta"


Quanto ci costano i partiti?