IL DEBITO PUBBLICO ITALIANO

lunedì 25 novembre 2013

9 Dicembre - L'Italia si Ferma



A partire dal giorno 9 dicembre l'italia si fermerà tutta per dire basta allo scempio quotidiano che ci viene mostrato da anni. Politici corrotti, collusi con la mafia, sperpero di denaro pubblico, distruzione del territorio, distruzione della grande capacità produttiva e lavorativa, aziende che falliscono o che fuggono in altri paesi dove lavorare non è reato. Si ormai l'italia è il paese adatto solo a chi viene a delinquere o a farsi mantenere dal nostro lavoro.

Questa politica è ormai arrivata al capolinea e questo stato è prossimo al fallimento. Loro lo sanno ma ci vogliono tenere buoni, con false promesse mentre loro si riempiono le tasche con le ultime rapine fatte nei confronti delle famiglie e delle aziende. La collusione tra stato e mafia ha raggiunto ormai il suo apice e nessuna istituzione è in grado di fermare questo degrado.

Ogni giorno ci mostrano nuovi casi di corruzione e di sperpero del denaro pubblico e secondo loro noi dovremo starcene buoni ad aspettare che loro facciano l'ennesima truffa politica di un finto cambiamento con le primarie. I politici sono sempre quelli e dietro loro ci sono sempre i soliti galoppini paraculati che hanno vissuto e vivono del nostro lavoro e dei nostri sacrifici.

Ebbene noi non siamo più disposti ad accettare tutto questo. Ora fermiamo l'italia. Ora dovranno scendere loro e andare a lavorare come abbiamo fatto noi per anni per mantenere questi parassiti che hanno portato la tassazione a livelli insostenibili e che hanno portato le paghe dei lavoratori a livelli da terzo mondo.


Il 9 Dicembre, tutti uniti, senza nessuna bandiera di partito tutti in strada a fermare questo scempio. State in contatto con noi attraverso i siti internet e i vari social network. Il 9 Dicembre non ci sono più scuse, non ci si lamenta più. I ladri sono loro e se ne devono andare via. E' dovere di tutti fare questo, altrimenti tutti noi, i nostri figli, le nostre aziende non avranno futuro. Non dividiamoci come hanno fatto per anni loro dividendoci in categorie, per meglio controllarci. Il nemico è comune a tutti e si chiama stato --ladro-mafioso italiano.

Sono anni che ci chiedono sacrifici, sono anni che le banche truffano le aziende e le famiglie e nessuna inversione di tendenza è stata fatta. Questo è significativo per dire che lo stato non c'è più ma esiste una sola kasta fatta di politici, banchieri, giudici, industriali, centri di potere che vogliono la nostra morte.

Non possiamo più tollerare la repressione che viene fatta dalle forze di stato che, nascoste da leggi ipocrite non permettono alla gente di lavorare e di produrre. Leggi inapplicabili che fanno fuggire le aziende all'estero o fatte fallire. Leggi fatte apposta per coprire inutili posti di burocrati strapagati mentre la gente non ha un reddito. Una spesa statale che ha raggiunto livelli scandalosi e che nessuno vuole tagliare perché vorrebbe dire colpire i loro stessi amici, parenti e leccapiedi pagati per produrre nulla, anzi per fare danni ulteriori.

Ora le cose devono cambiare. Non ci facciamo più fregare da questo o quel partito, da falsi nuovi profeti che vivono di politica ormai da vent'anni. Ora il popolo decide da solo e la decisione è che se ne devono andare loro. Quindi aggregatevi, parlate con la gente, non sperate nei mezzi d'informazione gestiti dal potere che li finanzia per dire solo quello che fa comodo loro.

State in contatto con noi. Esiste un solo volantino ufficiale, e per il 9 dicembre tutti in strada, che si fermino tutte le attività per far vedere loro che non siamo più disposti ad accettare di essere loro sudditi. Siamo la maggioranza silenziosa che ha detto BASTA, loro invece sono la minoranza parassita che vive del nostro lavoro e delle nostre tasse. Forza, tutti insieme ce la faremo.


Fonte & Fonte 
Visto su Finta Tolleranza 

Leggi anche:
IO APPOGGERO’ LA RIVOLTA DEL 9 DICEMBRE

domenica 17 novembre 2013

15nov, 70.000 studenti in piazza contro l'austerity della conoscenza

Sono scesi nelle piazze di tutta Italia. Ecco la cronaca della giornata e le foto delle proteste studentesche

 70.000 STUDENTI IN PIAZZA  - Sono stati tanti i partecipanti di oggi alle manifestazioni studentesche indette in tutta Italia. Secondo le associazioni studentesche i cortei hanno coinvolto 70.000 studenti che hanno protestato contro l'austerity della conoscenza allo slogan "change the way".


Studenti a Chieti #manifestazione
"Siamo noi e non l'Unione Europea a bocciare la legge di stabilità perché il vero dramma é la mancanza di investimenti sul futuro del Paese, sulla scuola e sull'università: invertire la marcia significa fermare l'austerity della conoscenza promossa da UE e Governo e puntare ORA sui giovani e gli studenti Italiani. I numeri di oggi dimostrano che noi ci siamo e continueremo a gridare "change the way" finche ciò non accadrà." - è la dichiarazione di Gianluca Scuccimarra, coordinatore UDU.

 
15NOV, TENSIONE A BOLOGNA - Nonostante la pioggia gli studenti manifestano in corteo in molte città d'Italia. Da twitter arriva la foto che testimonia attimi di tensione tra studenti e polizia. Conferme delle cariche arrivano anche da altri social. (TUTTI GLI SCONTRI DELLA GIORNATA)

scontri polizia e studenti a bologna il 15 novembre 2013

MANIFESTAZIONI 15 NOVEMBRE 2013 -  gli studenti  manifestano oggi contro l'austerità e per reclamare più fondi per il diritto allo Studio. Da Trieste a Catania le mobilitazioni hanno raggiunto il livello critico con occupazioni e altre azioni dimostrative già da settimane. Oggi a Roma il corteo nazionale per chiedere che il governo e il Parlamento stanzino all'interno della legge di Stabilità più fondi per il sistema dell'istruzione (TUTTI GLI APPUNTAMENTI NELLE PIAZZE).

FLASH MOB DAVANTI AL MIUR - Questa mattina è la giornata di mobilitazione nazionale è iniziata con un blitz della Rete degli studenti medi e dell'UDU sotto al Ministero dell’Istruzione per consegnare al Ministro Carrozza una lettera con le 10 domande che hanno l'obiettivo di far invertire la marcia su Scuola e Università.


Spiega Daniele Lanni, Portavoce Nazionale della Rete degli Studenti Medi: “Oggi abbiamo iniziato la giornata portando una lettera al Ministro in cui le poniamo 10 domande. Sono le 10 domande degli studenti, sul diritto allo studio, sul futuro della nostra generazione, su come deve essere la scuola e l’università del futuro.”

Continua Gianluca Scuccimarra, Coordinatore Nazionale dell’Unione degli Universitari: “Oggi saremo in piazza in tutta Italia, insieme ai lavoratori, contro la legge di Stabilità e per il diritto allo studio. Questa mattina abbiamo portato le nostre domande al Ministro e le abbiamo appese in tutta Roma. Da troppo tempo aspettiamo risposte concrete. Vogliamo investimenti, vogliamo un’inversione di marcia.


IN QUANTI SARANNO? LE VOCI DAI SOCIAL - Sulla fan page facebook di Studenti.it abbiamo chiesto agli studenti se sarebbero scesi in piazza oppure no. In molti hanno confermato la loro presenza - il Vincenzo Cuoco di Napoli partecipa addirittura come scuola - ma non mancano coloro che hanno scelto di rimanere a casa o andranno a scuola perchè i loro rappresentanti di istituto non hanno organizzato nulla.
MANIFESTAZIONI STUDENTI, LEGGI QUI
#15nov proteste studentesche in tutta Italia
LA GIORNATA - Il 17 novembre è la giornata nazionale dello studente e il corteo è stato convocato proprio in occasione di questa ricorrenza. Ecco tutte le piazze che le associazioni degli studenti hanno indetto per oggi.

La giornata di mobiltiazione del 15 novembre arriva dopo le proteste dell'11 ottobre, prima data di mobilitazione nazionale di questo autunno che ha visto moltissimi studenti italiani scendere in piazza.  
Invia foto e segnalazioni su questa giornata a studenti@banzai.it

Fonte 

COMMISSIONE EUROPEA BOCCIA LA LEGGE DI STABILITA' ITALIANA E AVVERTE: NIENTE INVESTIMENTI. NEL 2014 TAGLIARE E TASSARE

Bruxelles, 15 nov. (Adnkronos) - Per la Commissione europea "c'e' il rischio" che la Legge di Stabilita' per il 2014 "non consentira' all'Italia di rispettare" l'obiettivo per la riduzione del debito" nel prossimo anno. E' quanto afferma la Commissione Ue nei suoi commenti sulla bozza della Legge di Stabilita' per il 2014

 http://altocasertano.files.wordpress.com/2011/11/il-dio-europa-001-vignetta-enzo-damore.jpg
La Commissione ritiene inoltre che la bozza di Legge di Stabilita' "dimostra progressi limitati per quanto riguarda la parte strutturale delle raccomandazioni fiscali emanate dal Consiglio nell'ambito del semestre europeo".
"Per l'Italia c'e' un rischio che, con i piani correnti, la regola della riduzione del debito non sara' rispettata nel 2014". E' quanto indicato nella comunicazione della Commissione sulla valutazione delle leggi di stabilita' dei paesi dell'Eurozona.
La bozza di Legge di Stabilita' analizzata da Bruxelles mette l'Italia a rischio di "non rispetto delle regole su deficit contenute nel Patto di stabilita'": questa l'opinione della Commissione che mette l'Italia nel gruppo dei Paesi a piu' alto rischio di sforamento dei parametri.
L'Italia "non puo' sfruttare la clausola di investimento nel 2014 in quanto, sulla base delle previsioni economiche di autunno della Commissione, non realizzerebbe l'aggiustamento strutturale minimo necessario per portare il rapporto debito-Pil su un percorso di riduzione sufficiente". E' quanto ha concluso la Commissione europea nei suoi commenti sulla bozza della Legge di Stabilita' per il 2014.
La Commissione chiede inoltre di "accelerare i progressi per attuare le raccomandazioni fiscali nell'ambito del semestre europeo". Secondo le regole del Two-Pack, la Commissione puo' chiedere un piano riveduto se ha individuato inosservanze particolarmente gravi negli obblighi della politica di bilancio previsti dal Patto di stabilita' e crescita. Ma, si spiega dalla Commissione, "non e' stato il caso in questo round". Cioè, per ora.

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Bankitalia indagata per reato di usura?

Dopo esposti Adusbef Cassazione annulla valore circolare con cui si giustificava commissione massimo scoperto
 
Dopo esposti di Adusbef di Elio Lannutti sentenza annulla valore circolare con cui Bankitalia giustificava commissione massimo scoperto.
Dopo esposti di Adusbef di Elio Lannutti sentenza annulla valore circolare con cui Bankitalia giustificava commissione massimo scoperto.
ROMA (WSI) - La Banca d'Italia rischia di essere indagata per prestiti e tassi da usura. A smascherare l'operato presunto illecito dell'istituto è la Corte di Cassazione, messa in allerta dalle insistenti denunce dell'associazione a tutela dei consumatori Adusbef risalenti ad aprile 2010.

Nella sentenza si legge che la commissione di massimo scoperto presente nei contratti di contro corrente è un costo illegittimo e pertanto va tenuto in considerazione quale "fattore potenzialmente produttivo di usura", come peraltro già rilevato sia dal Tribunale che dalla Corte territoriale.

Ai fini della determinazione del tasso usurario sono giudicati rilevanti "tutti gli oneri che l'utente sopporta in relazione all'utilizzo del credito, indipendentemente dalle istruzioni o direttive della Banca d'Italia".

In una circolare Via Nazionale spiegava che la commissione di massimo scoperto non doveva essere valutata ai fini della determinazione del tasso effettivo globale degli interessi. Così facendo ha di fatto aggirato la norma penale, "che impone alla legge di stabilire il limite oltre il quale gli interessi sono sempre usurari".

"Le circolari e le istruzioni della Banca d'Italia - dice la sentenza - non rappresentano una fonte di diritti ed obblighi" nella ipotesi in cui gli istituti bancari si conformino "ad una erronea interpretazione fornita dalla Banca d'Italia in una circolare, non può essere esclusa la sussistenza del reato sotto il profilo dell'elemento oggettivo".

"Le circolari o direttive, ove illegittime e in violazione di legge, non hanno efficacia vincolante per gli istituti bancari sottoposti alla vigilanza di Bankitalia, neppure quale mezzo di interpretazione".

Interpretando la legge 108/96, fa sapere Elio Lannutti, presidente di Adusbef, "la Corte di Cassazione aveva riaffermato che indipendentemente da quanto stabilito dai banchieri e dalle norme amministrative di Bankitalia, il codice penale, ai sensi del quarto comma dell’art. 644 c.p., impone di considerare rilevanti ai fini della fattispecie di usura, tutti gli oneri che un utente sopporti in connessione con il suo uso del credito".

Tra di essi rientra anche la commissione di massimo scoperto.

Per moltissimi anni, ricorda Lannutti, "imprenditori strozzati dagli alti tassi di interesse imposti dalle banche, non hanno potuto far valere le proprie ragioni in giudizio perché, anche se i tassi rilevati trimestralmente eccedevano i tassi soglia (di ben 7/8 punti su base annua), "trovavano ostacolo nella circolare di Bankitalia".

Ora la circolare non avrà più alcuna valenza.

Quando Adusbef inoltrò esposti denuncia alle Procure della Repubblica, chiamando in causa la Banca d’Italia, accusata di aver favorito vantaggi usurari illeciti non dovuti nel determinare i tassi, "in aperta violazione dell’art.644 della legge antiusura 108/96", una serie di magistrati titolari di processi penali contro alcune banche per il reato di usura hanno preso in considerazione la tesi avanzata dall'associazione relativamente al "reato di concorso in usura" commesso da Bankitalia.

Nei prossimi giorni a chiusura delle indagini, riferisce Lannutti, potrebbero procedere a tutelare gli imprenditori usurati dalle banche.
 

Giorgio Napolitano un presidente trasformista al servizio del Nuovo Ordine Mondiale


 Napolitano nei giovani universitari fascisti



http://www.ilpost.it/2013/04/20/storia-di-giorgio-napolitano/

Giorgio Napolitano: “La Resistenza è stata bellissima. Anche se io non l´ho fatta, perché all´epoca militavo nei Gruppi Universitari Fascisti”. [ Giorgio Napolitano, Dal Pci al socialismo europeo. Un'autobiografia politica, Laterza editore ] Benito Mussolini era convinto che i Giovani Universitari Fascisti sarebbero stati “la futura classe dirigente d’Italia”.
Napolitano nel Partito Comunista Italiano


L’euro “tedesco” ci porterà alla rovina. Lo diceva Napolitano nel ’78

discorso in parlamento http://keynesblog.com/2013/04/23/quando-napolitano-era-contro-leuro/


Lo scandalo dei rimborsi di Napolitano mentre che era parlamentare europeo.Ecco il video che in Italia non si è visto

http://www.liberoquotidiano.it/news/686621/Lo_scandalo_dei_rimborsi_di_Napolitano_Ecco_il_video_che_in_Italia_non_si_%E8_visto.html



 Napolitano e l'amicizia con Kissinger membro della Trilateral Commission e del Club Bilderberg 



KISSINGER, UN CRIMINALE DI GUERRA
AL QUIRINALE CON NAPOLITANO


http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/2012/09/kissinger-un-criminale-di-guerra-al.html

Napolitano ed Aspen Institute (succursale italiana club Bilderberg)

http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/2013/04/napolitano-alto-tradimento-e-attentato.html

Discorso di Napolitano alla Guardia di Finanza richiamo al Nuovo Ordine Mondiale(video)






Fonte

giovedì 14 novembre 2013

Pritchard: se resta nell’euro, nel 2014 l’Italia collassa

Enrico Letta aspetta che sia la Merkel a salvare l’Italia? Be’, buonanotte. Secondo Ambrose Evans-Pritchard, l’Italia sta scherzando col fuoco: avanti di questo passo, sotto la sferza dell’euro-rigore, il nostro paese rischia il collasso già nel 2014

 

 Il problema? L’euro, ovviamente, e il regime di Bruxelles, che taglia lo Stato imponendo sacrifici con un unico orizzonte: la catastrofe. «Quello che serve in Europa oggi è uno shock economico sul modello dell’Abenomics», dice il columnist economico del “Telegraph”, indicando come modello il Giappone di Shinzo Abe. Sovranità monetaria e deficit positivo, per risollevare l’economia. «Italia, Spagna, Grecia e Portogallo, insieme alla Francia devono smettere di fare finta di non avere un interesse in comune da tutelare». Attenzione: «Questi paesi hanno i voti necessari per forzare un cambiamento». In Francia, sarà risolutiva Marine Le Pen: magari non conquisterà l’Eliseo, ma costringerà i grandi partiti a cambiare agenda, imponendo loro di fare finalmente i conti con Bruxelles, Berlino e la Bce.
Per l’Italia, il disastro è imminente: «Senza un cambio di strategia forte», si prevede lo tsunami già nel 2 Letta e Merkel
2014. «Il paese ha un avanzo primario del 2,5%del Pil, e ciononostante il suo debito continua ad aumentare: il dramma dell’Italia non è morale, ma dipende dalla crisi deflattiva cui è costretta per la sua partecipazione alla zona euro», dice Pritchard nell’intervista concessa ad Alessandro Bianchi e ripresa da “Come Don Chisciotte”. «La politica è fatta di scelte e di coraggio. Fino ad oggi non si è agito per impedire che si dissolvesse il consenso politico dell’euro in Germania. Ma oggi c’è una minaccia più grande. E se Berlino non dovesse accettare le nuove politiche, può anche uscire dal sistema». Fuori dall’euro, dunque. «Il ritorno di Spagna, Italia e Francia ad una valuta debole è proprio quello di cui i paesi latini hanno bisogno. Del resto, la minaccia tedesca è un bluff e i paesi dell’Europa meridionale devono smascherarlo. L’ora del confronto è arrivata». E Letta? Non pervenuto. Pritchard l’ha incontrato a Londra. «Alla mia domanda sul perché non si facesse promotore di un cartello con gli altri paesi dell’Europa in difficoltà per forzare questo cambiamento, il premier italiano mi ha risposto che secondo lui sarà Angela Merkel a mutare atteggiamento nel prossimo mandato e venire incontro alle esigenze del sud».
Per l’analista inglese, «si tratta di un approccio assolutamente deludente», perché «come anche Hollande in Francia, Letta è un fervente credente del progetto di integrazione europea e non riesce ad accettare che l’attuale situazione sia un completo disastro». Chi agita la paura dell’uscita dall’euro dice che la svalutazione produrrebbe iper-inflazione, e questo metterebbe ko la nostra industria di fronte alla concorrenza della Cina. E’ vero esattamente il contrario, dice Pritchard: Pechino ha gioco facile col super-euro proprio perché mantiene lo yuan sottovalutato. La moneta europea è il nostro vero handicap: «L’euro è un’autentica maledizione per le esportazioni, che dipendono dai prezzi e dal tasso di cambio». Da quando vige la moneta della Bce, l’Europa ha perso rilevanti quote di mercato e l’export italiano è crollato. E a chi sostiene che un’uscita disordinata dall’euro produrrebbe iper-inflazione e impennate nei prezzi, Pritchard risponde che già ora i prezzi sono fuori controllo. Eppure, continuiamo a farci del male: in Italia il rapporto debito-Pil in soli due anni è schizzato dal 120 al 133%. E’ la trappola che sta  Ambrose Evans-Pritchard
portando il paese al collasso: «Il problema da combattere oggi è ladeflazione, e non l’inflazione».
Dalla stessa trappola, ricorda il giornalista del “Telegraph”, la Gran Bretagna uscì due volte – negli anni ’30 del Gold Standard e poi durante la crisi dello Sme nel ’91-92 – con lo stesso strumento: rafforzamento della sovranità monetaria e svalutazione per stimolare la ripresa. Il fantasma-inflazione? Smentito dai fatti: lo stimolo monetario ha prodotto nuova economia, senza alcun “impazzimento” dei prezzi. Per cui, «se dovesse lasciare l’euro, l’Italia dovrebbe optare per un grande stimolo monetario da parte della Banca d’Italia, una svalutazione ed una politica fiscale sotto controllo: questa combinazione garantirebbe al paese una transizione tranquilla e nessuna crisi fuori controllo». Ritorsioni da Berlino? «Niente di più falso», replica Pritchard: «Nel caso di un deprezzamento fuori controllo della lira, ad esempio, il più grande sconfitto sarebbe Berlino: le banche e le assicurazioni tedesche che hanno enormi investimenti in Italia sarebbero a rischio fallimento». Inoltre, «le industrie tedesche non potrebbero più competere con quelle italiane sui mercati globali». Quindi, la Bundesbank correrebbe ad acquisire sui mercati valutari internazionali le lire, i franchi, pesos o dracme per impedirne un crollo.
«Si tratta di un punto molto importante da comprendere: nel caso in cui uno dei paesi meridionali dovesse decidere di lasciare il sistema in modo isolato, è nell’interesse dei paesi economici del nord Europa, in primis la Germania, impedire che la sua valuta sia fuori controllo e garantire una transizione lineare. Tutte le storie di terrore su eventuali disastri che leggiamo non hanno alcuna base economica». Lo sanno bene gli economisti di Parigi che ispirano la svolta sovranista di Marine Le Pen, che a partire dalle europee 2014 potrebbe dare la scossa necessaria all’inversione di rotta. «Il programma di Le Pen è chiaro: uscita immediata dall’euro – con il Tesoro francese che proporrà un accordo con i creditori tedeschi: se questi non l’accetteranno, la Francia tornerà lo stesso al franco e le perdite principali saranno per la Germania». Poi c’è la proposta di un referendum sull’Ue sul modello inglese proposto da Cameron. Prima reazione a Bruxelles: gli inglesi sarebbero “stupidi suicidi”. «Argomentazioni ridicole», afferma Pritchard: tutti sanno che, senza Londra (più l’Olanda e la Scandinavia), l’Ue sarebbe finita, e salterebbe anche l’equilibrio tra Francia e Germania. «La decisione inglese è un enorme avviso a Bruxelles: l’integrazione è andata troppo oltre il volere popolare e le popolazioni vogliono indietro alcuni poteri».
La Costituzione europea, continua Pritchard, è stata rigettata dai referendum in Francia e in Olanda. Trattati imposti contro la volontà popolare? «Questa fase in cui si procede senza consultare i cittadini è finita. Questo tipo di arroganza è finito». Problema fondamentale: la confisca della politica economica nazionale. A imporre le tasse e i tagli alla spesa non può essere un organismo non eletto democraticamente. «Non è un caso che la guerra civile inglese sia iniziata nel 1640 quando il re ha cercato di togliere questi poteri al Parlamento o che la rivoluzione americana sia scoppiata quando questo potere è stato tolto da Londra a stati come Virginia o il Massachusetts». Quello che sta facendo Bruxelles è «pericoloso e antidemocratico». L’alibi è la salvezza dell’euro? «E’ ridicolo. La federazione deve essere subordinata ai grandi ideali che plasmano una società e non alla salvezza di una moneta. I Marine Le Pen
paesi devono tornare alla realtà sociale al più presto e non devono pensare a strumenti di ingegneria finanziaria per far funzionare qualcosa che non può funzionare».
Con buona pace degli eurocrati alla Enrico Letta, l’orizzonte decisivo è quello delle europee 2014, col previsto boom degli euroscettici. «Oggi il pericolo maggiore per i paesi dell’Europa meridionale si chiama crisi deflattiva», cioè: mancanza di liquidità, tagli alla spesa, asfissia dell’economia. La recessione «potrebbe presto trasformarsi in una depressione economica, in grado di rendere fuori controllo la traiettoria debito-Pil: è un potenziale disastro». In questo contesto, per il giornalista inglese, la politica si deve porre l’obiettivo del ritorno di una serie di poteri sovrani delegati a Bruxelles. Le elezioni del maggio prossimo? «Saranno un evento potenzialmente epocale: i partiti scettici dell’attuale architettura istituzionale potrebbero essere i primi in diversi paesi – l’Ukip in Gran Bretagna, il Fronte Nazionale in Francia, il Movimento 5 Stelle in Italia, Syriza in Grecia». Parleranno i popoli: gli elettori potranno «esprimere la loro irritazione e frustrazione contro le scelte da Bruxelles». Così, «un blocco politico importante potrà distruggere questo “mito artificiale” che si è costruito: l’Ue non sarà più la stessa e sarà costretta ad essere meno ambiziosa e comprendere che molte delle sue prerogative devono tornare agli Stati nazionali». In altre parole: «I governi di Italia, Spagna e Francia devono riprendere il pieno controllo delle vite dei loro cittadini e non pensare all’allargamento all’Ucraina o alla Turchia. Si tratta dell’ultima battaglia».

Fonte

martedì 12 novembre 2013

Il 9 dicembre il popolo contro gli affamatori

11 nov 2012 - di Claudio Marconi - Come tutte le rivoluzioni è imperativo uscire dal chiuso delle ristrette cerchie iniziali dei gruppi, dobbiamo cercare i consensi del popolo, di quella parte del popolo che non è ancora stata lobotomizzata dagli schematismi ideologici ed inquadrata nelle logiche di partito ( sic ! ). Chi non capisce che le ideologie sono state inventate ad “ arte “, che sono delle vere e proprie droghe per meglio dividere il popolo è meglio che rimanga a fare il garzone dei partiti.


L’enorme serie di guasti profondi che ha portato il gigantismo industriale, il delirio consumistico alimentato dalle frenesie pubblicitarie, le mutazioni dei costumi non hanno fiaccato la resistenza popolare.

I camerieri del sistema fanno a gara nel partecipare ai talk-show e sciorinano dati e “ soluzioni” che , se non fossero funzionali al sistema ed agli usurocrati di Bruxelles, farebbero scorbellare dalle risa.

Noi dobbiamo abbandonare questi salotti borghesi al loro destino, possibilmente li dovremmo mandare a lavorare la terra, noi vogliamo parlare al Popolo di quello che gli interessa: abbandonare questa Europa dei mercanti e tornare ad essere sovrani, con la nostra moneta emessa dallo Stato e la nostra sovranità nazionale.

Vogliamo andare a parlare nelle officine, nei quartieri delle città, con le partite Iva, con le piccole e medie imprese,nei campi, con quelli che fino all’avvento dell’euro, ed anche dopo, hanno tenuto in piedi questa disastrata Nazione.

Crediamo fermamente che non c’è più spazio e tempo  per le formule compromissorie, i piccoli cabotaggi politici, le “ tesine” logorroiche nelle quali ci vorrebbero irregimentare.

E’ tempo della RIBELLIONE, che deve essere un dovere per tutti gli uomini liberi, una voglia di combattere questa battaglia contro chi ci vuole privare della dignità, del futuro, di una vita tranquilla; sentiamo questo dovere e lo portiamo con noi allo stesso titolo del nostro sangue, le nostre insegne dovranno essere quelle del popolo, per le altre non c’è nessuno spazio.

I rappresentati di questa classe politica non sono altro che caricature di uomini , piccoli esseri spezzati e curvi, che tendono a razzolare sempre nella medesima palude dell’euro, perché sono spinti solamente dai loro interessi privati, del Popolo non gliene frega nulla, il loro scopo ultimo e continuare a depredare risorse per pagare gli interessi ai banchieri.

Il problema dei problemi è chi è il proprietario della moneta? Oggi sono le banche che prestano soldi agli Stati ad interessi composti ( altro che usura ), facciamo un esempio: se uno Stato emette bond per 1.000.000 di euro  a 10 anni ad un interesse del 6%  alla fine dei 10 anni lo Stato deve restituire 1.000.000 + 794.847 = 1.794.847 di cui 794.847 sono gli interessi maturati.

La moneta presa a debito dalle banche porterà al fallimento perché i debiti non potranno mai essere pagati, debbono essere pagati solamente gli interessi verso i banchieri.

La sola cosa che hanno in mente è PRIVATIZZARE lo Stato. Lo Stato costretto a recuperare soldi  prendendoli in prestito è completamente in balia dei mercati dei bond.

Il sistema europeo esiste per distruggere per sempre il Popolo e creare un nuovo tipo di Europa che sia disposta ad accettare povertà, sacrifici, basso tenore di vita, salari equiparati a quelli cinesi.

Gli Stati sovrani non debbono più esistere. Nel disegno di potere di questa Europa le capacità decisionali debbono essere trasferite ad una classe di tecnocrati, capitalisti, non eletti da nessuno.

Ma se abbandoniamo l’euro e torniamo alla lira sovrana cosa succederà ? Svalutazione a go-go, ci dicono i camerieri, distruzione dei risparmi privati, materie prime pagate a carissimo prezzo.

Ma proviamo a pensare in una maniera congeniale agli interessi del popolo. Giusto per fare un esempio, e se ne potrebbero fare tantissimi altri, molte aziende italiane prendono appalti per milioni di euro da Paesi esteri: perché non farci pagare in petrolio e gas abbassando l’esborso monetario per le importazioni ? ma le aziende chi le paga ? Le paga lo Stato con la moneta che emette direttamente facendola circolare all’interno della nostra Nazione.

E si potrebbe continuare con la gran parte delle esportazioni che facciamo.

Questa è la strada da seguire per dare una casa, una famiglia, un lavoro, la dignità ed il futuro al nostro Popolo, ai giovani ed ai loro figli e discendenti.

La moneta emessa direttamente dallo Stato appartiene al popolo e non crea inflazione, come vorrebbero farci credere i tromboni, più o meno bocconiani, perché se l’emissione monetaria e pari al valore della produzione interna della nazione si compensa, non è gravata da interessi e non crea debito pubblico. Ma anche se lo creasse in minima parte non sarebbe un problema perché è lo Stato che è indebitato con se stesso.

Per questi motivi il 9 dicembre dobbiamo scendere tutti in piazza, dimostrare che c’è un Popolo vivo, che ancora ama la sua Nazione, e che non intende farsi “ suicidare” dai tecnocrati europei.

Dobbiamo scendere in piazza per cacciarli una volta per tutte e per sempre, per riappropriarci delle nostre vite e del nostro destino, per vivere una vita che sia degna di essere vissuta, per essere finalmente LIBERI.

Dobbiamo scendere in piazza perché la casa, il lavoro, la famiglia, la speranza nel futuro, la serenità, il diritto di vivere una vita dignitosa, servizi sociali e l’occupazione sono troppo importanti e non possono essere lasciati in balia del mercato.

La Rivoluzione è come il vento, una volta iniziata, la si potrà rallentare ma non si potrà fermare.

Il 9 dicembre tutti uniti, con il Popolo, contro i tecnocrati capitalisti.

Per maggiori informazioni: LINK

Tratto da:http://frontediliberazionedaibanchieri.it/

La Grecia è stato il vero ‘Laboratorio’ del gruppo di Bilderberg




NEL PAESE DI SOCRATE E ARISTOTELE LA TRIADE HA AFFAMATO LA POPOLAZIONE E BLOCCATO LE PROTESTE CON LA FORZA. ESPERIMENTO ‘RIUSCITO’. ORA TOCCA ALL’ITALIA. SI COMINCIERA’ CON IL TAGLIO DELLA CASSA INTEGRAZIONE E DELLE PENSIONI
di Pietro Ancona
La Grecia è stato un laboratorio per il gruppo di Bilderberg. E’ la prova che nonostante le gravissime condizioni imposte ai lavoratori, ai pensionati e, in generale, al popolo il potere regge e continua a collaborare con gli ‘Illuminati’ che hanno in pugno l’Europa e dirigono la Triade.
Grecia

L’ipotesi rivoluzionaria è scongiurata. Una forte polizia allenata alla guerriglia urbana ed alla repressione della protesta è sufficiente a tenere a bada la popolazione.
Bambini che muoiono di fame e vecchi che non vengono più curati e muoiono per questo; statali che perdono il lavoro; famiglie che perdono la casa.
Ma la perdita del lavoro e della casa non è sufficiente ad innescare un movimento rivoluzionario.
Forte di questa esperienza, i Barroso, i Draghi, i Rumpei e gli altri oligarchi ci imporrano le loro condizioni.
La prossima tappa per l’Italia sarà l’abolizione della Cassa integrazione guadagni ed un drastico taglio delle pensioni. Di tutte le pensioni.

Fonte 

sabato 9 novembre 2013

Lo scandalo Enimont dietro il traffico di rifiuti tra nord e sud?

Conosciuta come la "madre di tutte le tangenti", la vicenda legata a Raul Gardini ed all'Enimont contribuì al crollo della “Prima Repubblica” e potrebbe aver avuto dei risvolti oscuri non del tutto indagati a fondo. Compreso il ruolo di Gladio
Quando si abbattè la tempesta mediatico-giudiziaria di “Tangentopoli” che scosse fin dalle fondamenta il mondo politico, industriale e finanziario italiano, alla fine degli anni ’80, le classi di potere del Belpaese stavano facendo i conti, per la prima volta, con la necessità di ridurre la sovranità dello Stato nell’economia, la messa in discussione dell'allocazione delle risorse pubbliche, la necessità di inasprire la pressione fiscale per contenere il debito pubblico e con l’adeguamento delle norme italiane alle direttive ed ai regolamenti europei approvati a partire dal Consiglio d’Europa di Milano del 28 e 29 giugno 1985, nel quale venne decisa la road map franco-tedesca per emendare, di lì a poco, il trattato europeo. Il ritorno dei venti di guerra, con il conflitto in Iraq del 1991, e la fine dei regimi socialisti dell’est Europa, con l'esplosione dei nazionalismi che di lì a poco portarono alla guerra civile in Jugoslavia, accelerarono i tempi per l'approvazione degli accordi di Maastricht del 1992, con i quali venne chiuso un intero capitolo della storia politica europea nata dalla guerra fredda.
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Una fase storica complessa, soprattutto in Italia, che ebbe il suo climax nell’ultima legislatura della cosiddetta “Prima Repubblica” (1987-1992) durante la quale, mentre i partiti tradizionali vedevano erodersi progressivamente il loro consenso, le istituzioni dello Stato vacillavano sotto i riflettori accesi dalle inchieste giudiziarie, fronteggiando nello stesso tempo la grave offensiva stragista di Cosa Nostra. Persino dal vertice dello Stato, il presidente della repubblica, Francesco Cossiga, si esibiva nell’inedito ruolo di “picconatore” della Costituzione. Un “gioco al massacro” che portò in pochi anni ad una atmosfera di cupio dissolvi della repubblica e che ebbe il suo apice nel 1990, con l’ammissione da parte del governo dell’esistenza di Gladio, con il ritrovamento di una parte delle fotocopie del memoriale di Aldo Moro, e con le dichiarazioni di un ex agente della CIA, Richard Brenneke, relative al ruolo svolto dagli americani nel finanziamento delle organizzazioni terroristiche e sulle responsabilità della P2 nell’omicidio del premier svedese Olof Palme.
In una stagione sicuramente tra le più incandescenti della repubblica, le imprese pubbliche e le banche, centri nevralgici dell'economia mista con la quale si era creata la ricomposizione tra “popolo e Stato” dopo il secondo dopoguerra, erano il vero punto dolente di un labirinto di poteri corporativi intrecciatisi tra i partiti e lo Stato, il freno alle necessità di una ristrutturazione industriale, nonché di una radicale riformulazione del modello di relazioni socio-economiche e degli accordi tra “boiardi di Stato”, garantiti fino allora dalla funzione strategica che era stata assunta dal Ministero delle Partecipazioni Statali.
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La ristrutturazione e unificazione delle società pubbliche con i privati, che procedeva dalle direttive che avevano seguito l’entrata in vigore dell’Atto Unico Europeo, imponevano le fusioni principalmente nei settori delle telecomunicazioni, in quello bancario ed investirono in pieno il settore della chimica di base, dove la Montedison e l'Eni erano tra le più importanti aziende mondiali. Le due grandi istituzioni pubbliche che negli anni '80 avevano dato il via alle privatizzazioni, l'Iri guidata da Romano Prodi, e l'Eni guidata da Franco Reviglio, dovettero così intervenire in un campo di battaglia che rendeva necessaria la defenestrazione di una parte della classe dei dirigenti di nomina politica, la quale avvenne sotto l'egida di Giulio Andreotti, vero e proprio “principe delle tenebre” della Repubblica.
Venne alla luce così una nuova classe di affaristi rampanti, una cricca contraddistinta, più che dall’ideologia liberale, dall'approccio anti-privatistico che reiterava l'intervento politico, e da una filosofia disinvolta del deficit pubblico, che puntava a rinforzare le correnti politiche dei capibastone della DC e dei partiti del sistema politico disponibili a sponsorizzare le loro operazioni, come il PSI di Bettino Craxi, diventato nella seconda metà degli anni ’80 una figura centrale negli equilibri del sistema parlamentare.
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La X legislatura (1987-1992), iniziata con il breve governo Goria, fu caratterizzata dal “condominio doroteo” all’interno della DC, e dalla staffetta che portò alla ribalta politica nazionale l’avellinese Ciriaco De Mita, presidente del Consiglio fino al 22 luglio 1989, ed alla consacrazione di Antonio Gava, divenuto ministro dell’Interno tra lo stupore generale. Gava poi inciampò nell’ottobre del 1990 nel rinvio a giudizio per il caso del sequestro Cirillo, mentre Ciriaco De Mita finì coinvolto con i suoi familiari nell'Irpiniagate. A terminare la legislatura fu Giulio Andreotti nei cui governi si affacciarono per una breve e drammatica stagione politica anche i napoletani Francesco De Lorenzo (PLI, Ministro della Sanità), e Vincenzo Scotti (DC, Ministro dell’Interno).
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L’ultima legislatura della prima repubblica fu funestata dalle inchieste del pool Mani Pulite della Procura di Milano. Il clima da “ultimi giorni di Pompei”, il tentativo di contenimento delle inchieste del pool "Mani Pulite", è descritto efficacemente da uno dei protagonisti di quelle vicende giudiziarie, Luigi Bisignani, faccendiere e giornalista da sempre vicino a Giulio Andreotti ed agli ambienti vaticani, nel suo recente libro intervista “L’uomo che sussurra ai potenti” (ed. Chiarelettere). Bisignani descrive il ruolo svolto da Enrico Cuccia, attraverso il “salotto” di Mediobanca, per salvare il salvabile dei poteri forti. La strategia, condotta da Cesare Romiti, puntava a delegittimare le inchieste della magistratura attraverso un rigido controllo dell’informazione e fu elaborata in una riunione che si tenne in presenza di Giampiero Maranghi, amministratore delegato di Mediobanca, di Carlo De BenedettiGianni Agnelli, Leopoldo Pirelli, Marco Tronchetti Provera, Giampiero Pesenti e Carlo Sama per il gruppo Ferruzzi. A guastare la controffensiva degli industriali però fu proprio Silvio Berlusconi, che imbracciò le armi del giustizialismo, schierando tutto il suo apparato mediatico per raccontare giorno per giorno l’andamento delle inchieste, con collegamenti in diretta dal Tribunale di Milano, sulle ultime indiscrezioni relative all’iscrizione di personalità del mondo politico, industriale e finanziario sul registro degli indagati della procura, mentre Lega Nord e fascisti soffiavano sul fuoco della propaganda politica. (Luigi Bisignani, Op. Cit., pag.121-122)
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Il fronte degli industriali cominciò a cedere quando le indagini lambirono il gruppo Agnelli, con le prime ammissioni di Antonio Mosconi, un dirigente aziendale di seconda fila, che spinsero Romiti ad una visita-confessione dal cardinale Martini, ripresa con grande enfasi dal Corriere della Sera, e con la consegna di un memoriale al capo della procura di Milano, Borrelli. Il prosieguo delle indagini sull’Enimont ebbe dei risvolti drammatici, con arresti eccellenti e spettacolari, il suicidio in carcere del presidente dell’Eni, Gabriele Cagliari, la morte di Raul Gardini, la fine misteriosa di Sergio Castellari fino alla scomparsa dei partiti di potere della repubblica.
L’affaire Enimont
Il tentativo di creazione di una multinazionale della chimica e degli idrocarburi, fondendo le rispettive aziende dei settori chimici della Montedison e dell'Eni, durò appena due anni, tra il 1988 ed il 1990, e può ben rappresentare una delle questioni paradigmatiche delle relazioni industriali del capitalismo all’italiana di quegli anni e delle tensioni che agitavano la politica.
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La Montedison, dal 1987, era controllata con una quota di maggioranza del 40% dei titoli dal gruppo Ferruzzi, guidato dal “corsaro” di Ravenna, Raul Gardini. La maggioranza azionaria era stata ottenuta tramite il rastrellamento dei titoli in borsa. L'operazione fu gestita dalla Sige del gruppo Imi, di cui era amministratore delegato Gianmario Roveraro, un banchiere con legami molto forti con l'Opus Dei, e fu consentita dall’euforia determinata dagli appena nati fondi comuni d’investimento, nonché grazie alla fuoriuscita dei vecchi soci del “consorzio” creato da Mediobanca per gestire la riprivatizzazione della Montedison effettuata nel 1981, tra i quali Agnelli, Pirelli, Orlando e Bonomi, i quali non avevano condiviso la scelta di Mario Schimberni di acquisire il gruppo Fondiaria. Tra i nuovi soci della Montedison fecero così ingresso azionisti più spregiudicati, come Gianni Varasi, detto “l’uomo delle vernici”, legato al finanziere Francesco Micheli, Fabio Inghirami (abbigliamento) e la Maltauro Costruzioni, con Sergio Cragnotti nominato da Gardini amministratore delle attività finanziarie della Montedison.
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Serafino Ferruzzi
La società creata da Serafino Ferruzzi, si trovò così alla guida del principale polo chimico privato italiano (300 aziende e 52.000 dipendenti) con una storia industriale che la vedeva attiva principalmente nel settore agroalimentare, e che in seguito alla morte del fondatore per un incidente aereo, nel 1979, era stata affidata dalla famiglia Ferruzzi a Raul Gardini, marito di una delle figlie dell'ex patron del gruppo. Un retroscena della vicenda che ha portato Gardini alla Montedison è raccontato da Bisignani (pag. 128, op. cit.) nell'episodio della benedizione richiesta a Giulio Andreotti, che alla fine fu convinto dalla sua visione strategica. Gli interessi di Raul Gardini spaziavano dall’agroindustria ai biocarburanti, fino alle strategie di penetrazione nel mondo industriale dell’Est Europa, grazie ai rapporti coltivati dal manager ravennate con Gorbaciov, all’epoca Presidente dell’Unione Sovietica, principale aquirente di soia dalla Ferruzzi, nel quale il gruppo aveva ottenuto una importante commessa per la riconversione delle aziende agricole della regione di Stavropol.
La joint-venture Enimont però s’infranse, dopo appena due anni, nella zona grigia che tradizionalmente ruotava intorno all’Eni, uno dei baricentri del sistema politico e finanziario italiano, portando ad una tragica fine i suoi protagonisti principali e a strascichi giudiziari che finirono per compromettere tutte le segreterie dei partiti di potere.
Il drammatico fallimento della fusione venne spiegato da Raul Gardini stesso in una lettera pubblicata su La Repubblica, il 16 Marzo 1990, in cui le colpe venivano attribuite all’Eni, la quale non avrebbe adempiuto pienamente agli impegni presi all’atto della stipula della convenzione, trattando l’Enimont come se fosse una sua controllata, come una variante dell’Enichem.
L’operazione di fusione dei due colossi prevedeva che ad ogni gruppo spettasse il 40% delle azioni, il restante 20% dei titoli invece andava collocato sul mercato. Raul Gardini, in poche settimane, riuscì a rastrellare l’11% dei titoli, tramite Gianni Varasi e Jean Marc Vernes, raggiungendo così la maggioranza del 51% delle azioni di Enimont, con le quali Gardini puntava ad avere il controllo del nuovo mostro della chimica e degli idrocarburi. L’acquisizione dei titoli fu ottenuta con spregiudicatezza, come raccontato da Luigi Bisignani, utilizzando all’insaputa degli eredi di Serafino Ferruzzi il tesoretto del fondo della famiglia Ferruzzi, gestito dal contabile occulto Pino Berlini e da Gardini stesso (pag. 129 Op. Cit.).
Lo scontro che portò al fallimento della joint-venture, come lo stesso Gardini scrisse nella lettera pubblicata da Repubblica, riguardò il ruolo del Ministero delle Partecipazioni Statali, che trattò l’intera operazione Enimont come se il risparmio raccolto in borsa fosse stato semplicemente un “fondo di dotazione erogato a perdere dallo Stato”, come se Enimont fosse stata una società quasi pubblica, nonostante il 60% dei titoli fossero “in mano a privati”, cioè a Raul Gardini. Pesanti strascichi poi emergevano sul piano finanziario:
“…le ristrutturazioni industriali, riconosciute come necessarie sia dal Cipe sia dalle parti sociali, non sono state iniziate. Si è inoltre scoperto che gli investimenti previsti nel business plan in 4.500 miliardi per il triennio 1989-1991, finalizzati soprattutto ad una strategia selettiva di ristrutturazione e rilancio del complesso aziendale, erano stati in gran parte già impegnati, prima della confluenza dell' Enichem nella Enimont, per continuare a realizzare una strategia industriale sostanzialmente invariante. E ciò per una cifra di circa 2.500 miliardi. L' Enichem confluita nell' Enimont aveva, in specie, code di pagamenti, di circa 2.500 miliardi, da effettuarsi a fronte di investimenti deliberati dall' Enichem/Anic, anche immediatamente prima della creazione dell' Enimont. Conseguentemente, gli esborsi effettuati e da effettuare per investimenti da parte dell' Enimont hanno avuto un impatto finanziario non previsto sull' indebitamento.”
Una delle condizioni che Raul Gardini richiedeva al mondo politico, per il successo dell’operazione Enimont, era relativa alla concessione degli sgravi fiscali promessi dal governo di Ciriaco De Mita sulle plusvalenze dovute alla valutazione reale degli impianti. E’ sempre Bisignani a raccontare che Gardini si rivolse successivamente ad Andreotti, in un colloquio al termine del quale il manager disse “Presidente se quei mille miliardi di sgravi fiscali non me li dà mi rivolgo in Francia dove ho credito illimitato.” (pag. 128 Op. Cit.). Gli sgravi non furono concessi e Gardini sarebbe stato di conseguenza costretto a mettere le mani sui fondi della famiglia Ferruzzi, gestiti da Pino Berlini, il quale aveva già occultato il buco di 450 milioni di dollari seguito alla causa contro il Chicago Board of Trade (la borsa di Chicago).
La guerra di Gardini contro l’Impero americano
L’11 luglio del 1989 la Ferruzzi USA Inc., con uffici e aziende in Louisiana, finì nei guai a seguito di un esposto presentato dalle due principali concorrenti americane, la Cargill e la Archer Daniel Midland, che causò la smobilitazione dei contratti a termine della Ferruzzi USA dal mercato di Chicago. Gardini, in previsione di una stagione eccezionale di siccità, aveva rastrellato una quantità enorme di semi di soia stoccandoli nei silos con l’obiettivo di farne alzare il prezzo, creando così una situazione di vantaggio sul mercato finalizzata a costringere i concorrenti a rivolgersi alla Ferruzzi per avere le sementi. L’azione però non riuscì e suscitò la reazione delle due potenti multinazionali americane che non erano affatto intenzionate a consentirgli di diventare il re della soia negli USA, sfruttando delle semplici manipolazioni del mercato. 
La Ferruzzi, all’epoca leader della soia in Europa, aveva acquistato la Central Soya Co. e puntava ad un ruolo significativo nel mercato americano, oltre che a rafforzare la posizione che aveva acquisito nell’esportazione di semi energetici in Cina ed in Russia. La guerra della soia si concluse nel 1993, dopo una serie di vicissitudini, comprese operazioni segrete e sabotaggi, con la sospensione a tempo indeterminato della Ferruzzi, il pagamento di una multa di circa tre miliardi di lire e la perdita di almeno 450 milioni di dollari (660 miliardi di lire dell’epoca), nonostante l’inconsistenza delle accuse di trust alla Ferruzzi, il cui vantaggio economico dell’operazione era stato vanificato dai traders della borsa di Chicago che anziché far salire il prezzo della soia, lo avevano fatto scendere paradossalmente del 50%.
Quando la Montedison uscì dalla joint venture Enimont, l’ENI fu autorizzata dal Ministero delle Partecipazioni Statali a pagare 2.800 miliardi di lire per rilevare il 40% delle quote e le aziende della chimica di base ed intermedi della Montedison, che rimasero tutte all’ENI, tra queste aziende della chimica secondaria, dell’Agricoltura della detergenza, della produzione di materie plastiche, e le raffinerie, come la Montedipe e controllate, l’Auschem, l’ACNA, la Vinavil, l’Ausim, la Montefibre, etc.
La maledizione dell’Eni…
Nel 1991 si consumò improvvisamente il divorzio tra Raul Gardini e la famiglia Ferruzzi, che lo sostituì con Arturo Ferruzzi in Ferfin, e con Carlo Sama in Montedison, in seguito alla scoperta dell’utilizzo illecito del fondo di famiglia, ed al sospetto che Gardini avesse creato dei fondi neri all’insaputa dei soci della Ferfin e dei fratelli Arturo, Franca ed Alessandra Ferruzzi. Gardini uscì di scena con una liquidazione di 505 miliardi di lire, che pesarono non poco in quello che rimaneva della società di famiglia. In seguito l’esposizione del gruppo Ferruzzi risultò ammontare a 31.000 miliardi di lire lordi (anche se la cifra reale sembrerebbe essere stata intorno ai 22.000 miliardi reali). Nel piano di ristrutturazione presentato da Carlo Sama, nel 1993, ai 10.176 miliardi di esposizione della Ferfim, metà dei quali in valuta estera (la lira nel frattempo, nel 1992, la lira si era svalutata pesantemente sotto gli attacchi speculativi di Soros, uscendo temporaneamente dallo SME), si aggiungevano quelli della Serafino Ferruzzi, la cassaforte di famiglia e quelli della Fondiaria, che non vennero consolidati dalla Ferfin. La cifra complessiva dei debiti andava ben oltre i 20.000 miliardi di lire.
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Enrico Cuccia
Nel libro intervista di Bisignani sono descritti i momenti drammatici della Ferruzzi, con Arturo Ferruzzi costretto da Maurizio Romiti ad operare per il salvataggio del gruppo, dopo aver firmato una lettera di dimissioni in bianco. La Ferruzzi, secondo il faccendiere Bisignani, avrebbe potuto ripianare il debito con la vendita del settore chimico, della Fondiaria assicurazioni e della Calcestruzzi, concentrandosi sull’energia, fondendo Edison e la società della famiglia Ferruzzi, facendo diventare Eridania la holding di tutto il gruppo, mantenendo il tradizionale business dell’agricoltura e dell’allevamento, con interessi sparsi in tutto il mondo, dagli Stati Uniti all’Argentina. A mettere il bastone tra le ruote a questa opzione, su cui la Goldman Sachs, con Costamagna e Romano Prodi (che ne era consigliere), era disponibile a fare da garante, fu Mediobanca, che, con Geronzi, su imbeccata di Gianni Agnelli, impose il proprio piano di ristrutturazione. L’operazione di smembramento fu condotta da Mediobanca imponendo agli amministratori delegati delle tre banche di interesse nazionale del gruppo, Comit, Credito Italiano e Banca di Roma, di chiudere i conti del gruppo e di rientrare entro ventiquattrore di tutti gli affidamenti. Un vero e proprio golpe di fronte al quale la Banca Centrale se ne lavò le mani, costringendo la famiglia Ferruzzi a firmare la resa, mentre Cuccia, con la complicità di Romiti, affidò lo smembramento del gruppo ad un manager di sua fiducia, Enrico Bondi.
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Mentre a Ravenna si piangeva la fine di una saga industriale, a suonare la campana a morto di Raul Gardini fu un informatissimo articolo pubblicato il 7 luglio sul Corriere della Sera, appena due settimane prima del suicidio del manager, in cui le ultime frasi suonano come un oscuro presagio. Gardini, sulla cui morte aleggiano i sospetti adombrati dalla moglie già un anno dopo la sua scomparsa, si suicidò la sera del 23 luglio 1993 a Milano, nel suo palazzo settecentesco, tre giorni dopo il suicidio di Gabriele Cagliari trovato morto in carcere con un sacchetto di plastica che avvolgeva la testa, e poco più di un mese dopo il ritrovamento del corpo di Sergio Castellari, che per vent’anni era stato direttore generale del Ministero delle Partecipazioni Statali. La morte di Gardini diventò un altro mistero d’Italia, perché nessuno sentì le detonazioni, la pistola risultò aver esploso due colpi e venne ritrovata su un comodino, a due metri da cadavere. La mano con la quale avrebbe dovuto premere il grilletto risultò negativa al test del guanto di paraffina.
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G. Garofano
Nelle settimane precedenti la morte di Gardini, la procura di Milano aveva stretto nella morsa i dirigenti di Ferruzzi. Il presidente della Montedison, Giuseppe Garofano, si diede ad un periodo di latitanza a Londra, prima di essere arrestato in Svizzera, dove doveva tenersi un summit con gli avvocati della Ferruzzi per decidere la strategia difensiva. Furono arrestati poco dopo Carlo Sama e Sergio Cusani. Nelle settimane successive la morte di Gardini i resti della Ferruzzi furono divisi secondo un piano di Mediobanca tra i principali gruppi industriali italiani. La Fiat prese una importante partecipazione in Edison, Giampiero Pesenti rilevò la Calcestruzzi e la Heracles, gioiello del cemento greco; la Fondiaria Assicurazioni passò al gruppo Ligresti e le aziende agricole furono vendute a prezzi di molto al disotto del valore reale, come la Open Ground, 23.000 ettari nel North Carolina, venduta per 40 milioni di dollari. La distruzione del gruppo, dopo la morte di Gardini, si spinse fino a costringere gli eredi di Serafino Ferruzzi ad una resa irregolare che consentiva a Mediobanca di effettuare le operazioni di ristrutturazione senza correre rischi in caso di fallimento. Una vera e propria opera di killeraggio industriale, affidata a Maurizio Romiti, responsabile delle partecipazioni, che alla fine si rivelò un passo falso, spalancando le porte dell’inchiesta della procura di Ravenna, che portò alla scoperta dei fondi neri del gruppo, facendo emergere la questione diventata poi nota come la madre di tutte le tangenti.
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Gardini non è mai stato convocato dai magistrati del pool Mani Pulite, non fece in tempo, ma aveva saputo che il Gip Italo Ghitti stava per firmare la sua ordinanza di custodia cautelare, cosa che avvenne effettivamente alle 9.15 del 23 luglio. L’ordinanza riguardava, oltre Gardini, Carlo Sama, Sergio Cusani, Giuseppe Berlini e Vittorio Giuliani Ricci, con l’accusa di falso in bilancio e finanziamento illecito dei partiti, a seguito della maxitangente di 152 miliardi prelevati dalla provvista di Domenico Bonifaci. Della ingente cifra rastrellata dai Ferruzzi per fare pace con i partiti, dopo lo tsunami causato da Gardini, nel tentativo disperato di salvare le sue aziende, 90 miliardi furono depositati sotto forma di CCT presso lo IOR, grazie a Luigi Bisignani, che creò il fondo Serafino, in onore al fondatore della Ferruzzi. L’ingente cifra avrebbe poi preso la strada dei conti cifrati in Lussemburgo e Svizzera, sparendo dai radar. Sergio Cusani restituì 35 miliardi.
Il processo sulla vicenda Enimont, conclusosi nel 2000, accerterà l’esistenza di un finanziamento illecito ai partiti, come risulta dalle dichiarazioni di Carlo Sama al pubblico ministero in riferimento alla maxitangente Enimont del 1991:
“70 miliardi sono andati al Psi, nella persona del suo segretario politico, Bettino Craxi. Qualche decina di miliardi è stata versata alla Dc per il tramite del suo segretario politico Forlani. La restante parte della tangente è stata versata a vari personaggi politici che avevano avuto un peso nella definizione dell’affare Enimont. Qualche miliardo è andato a Cirino Pomicino, in relazione alla sua carica di responsabile del Cipi; qualche miliardo a Claudio Martelli, per la sua posizione favorevole alle logiche imprenditoriali della Ferruzzi e della Montedison nel settore della chimica; qualche miliardo a Franco Piga, per il ruolo dallo stesso svolto nella predisposizione del prezzo di cessione delle azioni Enimont; qualche miliardo a Gabriele Cagliari, nella sua qualità di presidente dell’Eni; qualche miliardo all’ingegner Alberto Grotti, vicepresidente dell’Eni. Altre somme di denaro che non ricordo sono state versate a Pompeo Locatelli e Vincenzo Palladino”. Mario Almerighi ( Tre suicidi eccellenti. Gardini. Cagliari. Castellari , Editori Riuniti, pp. 239)
Raul Gardini e Gladio
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A parlare della presunta appartenenza di Gardini a Gladio è Antonino Arconte, ex appartenente al corpo speciale Comsubin della Marina Militare (Matr. G-71VO155M) e gladiatore (non incluso nell’elenco ufficiale inviato al parlamento il 26 febbraio 1991 dal presidente del Consiglio Giulio Andreotti). Arconte sostiene di aver vissuto per 15 anni da infiltrato in Unione Sovietica, Libia, Tunisia, Marocco, Vietnam, Cina, Portogallo. I suoi racconti hanno suggerito scenari inediti su diverse vicende tuttora oggetto di disputa storiografica, come nel caso del suo ruolo nella vicenda del sequestro Aldo Moro, alle missioni segrete in Libia e Medio Oriente. Nel suo libro, “L’ultima Missione – G71 e la verità negata”, Arconte riferisce che Gardini facesse parte di una Supergladio, nota anche come Super-SID, una sorta di servizio segreto parallelo, che sarebbe stato operativo per 15 anni, dal 1972 fino al 1987, composto da 280 militari altamente addestrati e una struttura civile parallela, la cosiddetta “Terza Centuria”, conosciuta anche come la divisione “Colombe”, una struttura che si occupava di raccogliere principalmente informazioni, della quale il manager ravennate faceva parte, grazie alle sue enormi conoscenze del mondo della finanza internazionale, sul sistema di finanziamento dei partiti e per i suoi rapporti economici con l’Unione Sovietica, con i quali era in grado di fornire informazioni sul PCI. La testimonianza di Arconte va ovviamente presa con cautela, ma vale la pena sottolineare che il ruolo di Gardini possa essere datato, per le caratteristiche che avrebbe avuto questa struttura segreta, a partire dal 1979, quando divenne effettivamente manager della Ferruzzi.
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Arconte racconta che avrebbe anche lavorato per un due mesi per la sicurezza e protezione dei silos di soia di proprietà della Ferruzzi a Mildre Grove, tra Baton Rouge e New Orleans in Mississipi, nel 1982, dove i beni del gruppo avevano subito un tentativo di sabotaggio. A bordo delle navi del Fermar del gruppo Ferruzzi, riferisce ancora il gladiatore, c’erano sempre appartenenti a Gladio a svolgere funzioni di sorveglianza e sicurezza. Antonino Arconte, che sostiene di aver incontrato Gardini anche a casa di Charles Bernard Moses, ritenuto un agente di collegamento tra la Gladio italiana e la Stay Behind USA, è stato anche firmatario, con un altro gladiatore, di un esposto, inviato il 18 Febbraio 2004 alla procura della Repubblica di Perugia, in cui si chiede di effettuare indagini su alcune morti sospette di appartenenti a Gladio, a partire dalla circostanza che Gardini si sarebbe suicidato lo stesso giorno in cui fu inviato alla Commissione Europea dei Diritti dell’Uomo un esposto sugli episodi di persecuzione giudiziaria nei confronti di persone che testimoniavano della loro appartenenza all’Organizzazione Gladio. L’esposto sarebbe stato concordato con Raul Gardini stesso, con il quale i gladiatori avevano deciso anche la data di spedizione, avendo Gardini appreso l’imminenza della comunicazione giudiziaria effettivamente firmata il 23 luglio 1993.
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Gen. Jucci
A parzialissimo sostegno di questa suggestiva ipotesi ci sarebbe anche un episodio raccontato da Luigi Bisignani (pag. 124 Op. Cit.) a proposito della circostanza che a presentare Gardini a Bisignani, nel 1990, sarebbe stato il generale Roberto Jucci, con il quale il manager ravennate era in ottimi rapporti. Jucci, cognato di Andreotti, quando era colonello del SID fu incaricato di una missione segreta con la Libia di Gheddafi, nel 1972. L’operazione era finalizzata all’acquisto di 50 milioni di barili di petrolio a prezzi inferiori a quelli di mercato, in cambio la Libia avrebbe ricevuto 25,5 miliardi di lire di armi prodotte in Italia, su licenza americana.
Aldo Moro, per ovviare alle resistenze americane sull’operazione, si accordò con il libici per consegnare materiale in possesso dell’esercito italiano.Gli Stati Uniti chiesero che l’Italia acquistasse 45 miliardi di lire dell’epoca in armi americane più la concessione della Maddalena e di Lampedusa come basi militari USA. Jucci inoltre aveva stabilito rapporti con il mondo della destra extraparlamentare dai tempi del SIFAR, in collaborazione con il colonnello Vicini, il quale era il comandante del reparto guastatori del servizio che si addestrava in Sardegna, con disponibilità illimitata di esplosivi. Jucci e Vicini facevano capo all’Ufficio Alti Studi Strategici, sistemato a Palazzo Chigi, dove era insediato un uomo ombra di Andreotti, l’avvocato Filippo De Jorio, consigliere regionale DC del Lazio, nonché avvocato difensore ed amico di Junio Valerio Borghese nel processo per il tentato golpe “La Rosa dei Venti” (Stefania Limiti, L’anello della Repubblica, Chiarelettere, pag. 90-91 – Pietro Messina, “Il cuore nero dei servizi”, BUR, pag. 293-294; Miguel Gotor, “Il memoriale della Repubblica”, Einaudi, pag. 510). Il generale Jucci fu in predicato di diventare capo del SISMI, appena dopo la riforma dei servizi segreti, nel 1977, la sua candidatura contro il generale Miceli fu però ostacolata fin dal 1976 dalla campagna di stampa orchestrata dall’Agenzia OP di Mino Pecorelli, congetturando sulla parentela tra Jucci ed Andreotti, svelando il traffico di armi con la Libia.
Le dichiarazioni di Carmine Schiavone ed i rifiuti tossici dell’ACNA di Cengio
La recente desecretazione delle dichiarazioni rese da Carmine Schiavone nel 1997 alla Commissione Parlamentare d’Inchiesta sul “Ciclo dei Rifiuti e delle attività ad esso connesse” rafforzano la conoscenza di alcuni passaggi già noti relativi alle procedure adottate per trasferire i rifiuti industriali, tossici e pericolosi, dal nord al sud, dove venivano interrati principalmente nelle discariche autorizzate, attraverso le regolari autorizzazioni concesse dalle province, oppure nelle discariche abusive.
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Carmine Schiavone data al 1988 l’origine della vicenda, per la parte riguardante il coinvolgimento del clan dei casalesi relativa all’interramento dei fusti di rifiuti tossici nelle cave abusive, dove le aziende del clan prelevavano i materiali inerti per il calcestruzzo ed il rilevato da utilizzare per i lavori dell’asse viario Nola-Villa Literno. I rifiuti sversati, tra cui anche quelli nucleari, sono genericamente descritti da Schiavone come scarti provenienti da industrie di vernici e pitture, concerie, ed industrie chimiche. Un particolare importante riguarda la procedura di fatturazione operata dalle società che gestivano le discariche, le quali facevano risultare sversati rifiuti che in realtà venivano interrati presso altre discariche o abusivamente, di modo da non occupare i volumi della discarica che aveva ottenuto l’autorizzazione. In particolare la discarica di Pianura, a Napoli, la Di.Fra.Bi. gestita dal connubio La Marca e Di Francia, secondo Carmine Schiavone, praticava questo “giro di bolla” per non occupare troppo la volumetria dell’enorme sversatoio che serviva una popolazione di 4 milioni di abitanti.
Nel caso della Di.Fra.Bi di Pianura, nella città di Napoli, la discarica (chiusa nel 1994), era situata in una grossa cavità formatasi con l’attività di estrazione della pozzolana. L’area conosciuta come l’oasi degli Astroni, i cui 6 invasi sono attualmente riempiti dai rifiuti, approssimativamente era estesa per 70 ettari. Gli invasi avevano profondità massime di 50-60 metri che arrivavano fino al di sotto della quota della campagna circostante, fino ad 30 metri di profondità. La discarica ha ricevuto prelaventemente, tra il 1950 ed il 1994, rifiuti urbani ed assimilabili; rifiuti speciali, tossici e nocivi per un 23% del fatturato totale, oltre a rifiuti ospedalieri, 5-10% del fatturato. Complessivamente la discarica di Pianura ha ricevuto rifiuti per un totale stimato tra i 50 e 70 milioni di mc. Nei rilevamenti effettuati sulle acque sotterranee, si è evidenziata la presenza significativa di Cloruri, Solfati, Azoto Nitrico e Fosfati, oltre a dati anomali di Ferro, Manganese e Magnesio nei pozzi a valle, sostanze che comunque esistono anche in natura per cui è tuttora dibattuta l’incidenza degli sversamenti nella discarica. Mentre La presenza massiccia di Tricloroetilene, un solvente usato fin dagli anni ’20 per l’estrazione di oli vegetali da piante quali la soia, o per la decaffeinizzazione, una sostanza rilevata in quantità tali per ritenere esserci un vera e propria “contaminazione generale dell’area” (Rapporto ANPA, Osservatorio Nazionale Rifiuti, del 2001), non lascia alcun dubbio sulla sua origine industriale, essendo stato rilevato a valle della discarica. Altre sostanze chimiche rilevate nelle acque di percolazione sono poi gli oli minerali e gli idrocarburi.
La discarica Di.Fra.Bi. il 1985 ed il 1996 è stata autorizzata a ricevere 730mila tonnellate all’anno di rifiuti urbani e 150mila tonnellate di speciali e tossici, tutti regolarmente documentati, tra cui “800.000 tonnellate dei rifiuti derivanti dalla bonifica dell’ACNA di Cengio”, una industria che produceva 374 tipi di composti chimici, compresi quelli per scopi militari non convenzionali. L’ACNA, all’epoca proprietà del gruppo Montedison, ha sversato decine di migliaia di tonnellate regolarmente fatturate anche nelle discariche di località Scafarea di Giugliano, di proprietà del pentito Gaetano Vassallo e nelle discariche Resit 1 e 2, di proprietà dell’avvocato Cipriano Chianese.
L’azienda chimica di Cengio, in provincia di Savona, ebbe un destino travagliato. Nel 1990, in seguito al fallimento della fusione Enimont, l’ACNA, con un fatturato in caduta libera ed una esposizione di 80 miliardi di lire, rimase al gruppo Eni, tornando quindi allo Stato. Per l’Eni non fu un grande affare ed il piano di ristrutturazione aziendale affidato all’Enichem concluse, nel 1991, che l’ACNA era irrecuperabile. Pesava inoltre l’eredità dell’azienda sull’intera Val Bormida, dove erano stati interrati un milione di tonnellate di rifiuti tossici ed inquinata un’area che si estendeva per 70 km.
In un contesto caratterizzato dalle proteste, anche spettacolari, degli ambientalisti bormidesi, che arrivarono a bloccare una tappa del Giro d’Italia per chiedere la chiusura della fabbrica e la bonifica ambientale, mentre iniziava il processo che metteva sotto accusa l’ACNA per inquinamento ambientale, la commissione Lopreno istituita dal ministero dell’Ambiente nel 1988 rilevò l’assoluta “incertezza circa la quantità e la qualità dei rifiuti prodotti dell’ACNA”. Tra le forze politiche della Val Bormida si era inoltre diffusa la voce che circa 400 tonnellate di scarti erano stati trasferiti dall’ACNA in Romania.
Quantità che fanno a pugni con le cifre dei conferimenti effettuati dall’ACNA nelle discariche di Pianura e Giugliano, centinaia di chilometri a sud dalla Val Bormida. I rifiuti finiti nelle dicariche camopane sono stati definiti come fanghi di risulta del materiale di bonifica dell’area dell’Acna di Cengio, come dichiarato su diversi documenti “ufficiali”. La discarica di Pianura, dove risultano sversate 800.000 tonnellate dei rifiuti dell’azienda chimica, ha chiuso definitivamente nel 1995, mentre la bonifica dell’ACNA di Cengio è iniziata solo dopo la battaglia legale che ha portato alla definitiva chiusura della fabbrica nel 1999. Una vittoria per gli ambientalisti della Val Bormida, il cui cuore pulsante, Renzo Fontana, non riuscì a vedere l’inizio dei lavori di bonifica, a causa di un incidente stradale in cui morì, l’11 settembre 2002.
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La questione ACNA, una delle più importanti battaglie ambientaliste condotte in Italia, all’epoca si incrociò mediaticamente anche con la vicenda della Karin B, la nave dei veleni che fece accendere i riflettori sul traffico di rifiuti dall’Europa verso l’Africa, portando a mettere sotto accusa l’intero settore della chimica italiana. La legislazione esistente all’epoca consentiva alle regioni ed agli organi centrali di autorizzare l’esportazione dei rifiuti di ogni tipo dai porti italiani tramite la formula del silenzio assenso, entro 30 gg. alla presentazione della richiesta. Con un fatturato di 49mila miliardi e 225 mila persone occupate e sotto accusa dalle organizzazioni ambientaliste per l’inquinamento ambientale, Giorgio Porta, presidente di Federchimica e vicepresidente della Montedison, in un articolo apparso il 22 settembre del 1988 sul quotidiano La Repubblica, diede i numeri della produzione industriale italiana, che ogni anno produceva 15-20 milioni di tonnellate di rifiuti industriali, di cui quelli della chimica corrispondevano ad 1 milione di tonnellate, la maggior parte delle quali “smaltita all’interno degli stabilimenti”, mentre la parte rimanente, circa il 5-6%, risultava tossica e nociva, appena 50.000 tonnellate all’anno del totale della produzione nazionale del comparto chimico, quindi, secondo il vicepresidente della Montedison dell’epoca, uomo di Raul Gardini.

Emiliano Di Marco

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